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![]() | COSA DI NOI Vito Benicio Zingales "Io non so cos'è che si muove dentro a taluni uomini. Ma so per cosa muoiono certi siciliani. E' come quei fiori che dilagano nel tempo dei sassi. Poi incominciò e fu soltanto uno di quei silenzi fruttati di mennule amare." Esistono romanzi scritti bene, altri scritti male, romanzi che sanno raccontare una storia, altri che raccontano solo la retorica. "Cosa di noi" di Vito Benicio Zingales racconta la "maffia" siciliana, quella palermitana, una storia che potrebbe essere reale quanto realisticamente inventata. E' un lavoro che si lascia leggere tutto d'un fiato, senza concedere pause al lettore. E' uso comune dire che la "maffia siciliana" coincida con la nascita dello Stato moderno e ne rappresenti uno "stratificarsi di potere in alternativa alla debolezza mostrata dal radicamento del potere legale dello Stato stesso". In "Cosa di noi", Zingales si spinge più a fondo, perché "cosa-di-noi" è soprattutto una guerra che si combatte lungo le strade, una lotta per la sopravvivenza, per l'onore, ma anche per tentare di esistere. E' una lotta barbara, quasi cristiana, dove la civiltà si spegne in una rabbia sociale quanto antropologica per risorgere come istinto di sopravvivenza, la stessa che Asbury Herbert disegnava ne "Le gang di New York". "Quei gangster di New York, questo avevano di straordinario: erano materiale narrativo puro, grezzo ma di grande valore, carne da romanzo, racconto che si fa sangue e pelle, ferita e cicatrice. Naturale che Herbert Asbury ci abbia ricavato un libro documentato e puntiglioso, dickensiano e, a tratti, comico, perché, spesso, non c'è effetto comico più grande della violenza istintiva…", spiega Gabriele Romagnoli nella Prefazione al romanzo di Asbury. Vito Benicio Zingales descrive il gangster di casa/cosa nostra e l'effetto è nell'insieme tragico, maturo, violento, comico, ma ogni pagina è spiegata con tratto amaro: la violenza per quanto istintiva possa essere, o anche solo ereditaria, è sempre una ferita che non potrà mai guarire. Le trasformazioni subite dalla mafia nel corso degli anni sono così tante che è impossibile stabilire una continuità diretta fra mafia borbonica e mafia moderna. Sicuramente i rapporti sociali sono stati violentati e guardare in strada la propria ombra, in alcuni casi, può essere necessaria precauzione. Zingales indaga nella violenza che percorre le strade: lo stile, a volte iperbolico, è una necessità per evidenziare che qualcosa di grosso sta accadendo anche se all'occhio non allenato, sprovveduto, potrebbe sembrare inezia. Niente accade per caso e anche i fatterelli da poco sono sintomo che qualcosa di grande si sta preparando, o che qualcosa è già accaduto; ed è così che quella che poteva sembrare una inezia, un fatterello, è puleggia di un ingranaggio mostruoso che non concede pietà a nessuno, né allo Stato, né al mafioso, né al cristiano vessato. Il linguaggio spinto, volutamente maccheronico, adotta registri popolari non dimenticando di passare dal più sofisticato Leonardo Sciascia al più tradizionale Andrea Camilleri. I personaggi sono macchiette, ridicoli, ma nella loro ridicolaggine sta la loro forza espressiva: il malavitoso, Don Giacomo Galanti, così come Sebastiano Vinci, ispettore di polizia, sono vittime dei tempi, del passato, della tradizione che li vede impegnati in una caccia all'uomo, a confrontasi l'uno di fronte all'altro, perché entrambi hanno un conto in sospeso in comune da risolvere e lavare col sangue, con la sconfitta o la vittoria. Non è romanzo che metta in campo vinti o vincitori, eroi per caso o miti inventati, è piuttosto un sapiente coacervo di identità umane che fanno orgia negli abusati significati che si potrebbero attribuire ai concetti di "bene" e "male". Questi finiscono col perdere valore, perché i confini dei loro significati si intrecciano, si superano, si inghiottono nella loro stessa quiddità. Vito Benicio Zingales, palermitano, nato nel 1963, svolge attività di criminologo presso la Prefettura di Palermo in qualità di Coordinatore didattico di Criminologia (Zingales è anche collaboratore del Professore Gianvittorio Pisapia), dopo Là, oltre i campi di Sfaax (2002), ci regala "Cosa di noi", un romanzo attualissimo, che colpisce duro, un pugno diretto allo stomaco, che fa star male, perché impossibile è non riconoscere le ragioni di una terra, la Sicilia, e della sua gente. Un romanzo coraggioso, come pochi, da leggere assolutamente. | |
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