| www.argonline.it Gabriele Falco,
Come un killer sotto il sole, Marina di Massa, Edizioni Clandestine,
2004
In Come un killer sotto il sole, primo romanzo di Gabriele Falco,
le caratteristiche e gli stilemi da noir sembrano risultare una
scusa per comporre un romanzo di formazione. Si tratta infatti
della storia di un pittore ventinovenne che, in un momento critico
della propria esistenza, viene assoldato da uno strambo individuo
per ritrovare una donna ritratta in uno dei suoi quadri. L’indagine
che inizia a condurre diviene allora un buon pretesto (anche diegetico,
nel parallelismo strutturale dell’inchiesta) per riflettere
sulla sua vita e per riconsiderare le decisioni fino a quel punto
prese, giungendo a una soluzione e a una consapevolezza da cui
ripartire.
Il libro appare ben congegnato e costruito, dato che non solo
riesce a tenere desta l’attenzione sul proseguimento dei
fatti nonostante essi siano continuamente interrotti e inframmezzati
dai pensieri e dalle valutazioni dell’io narrante, ma è
anche abile a coinvolgere il lettore a seguire questi ultimi.
Tuttavia, lo stesso narratore sembra a volte eccessivamente coinvolto
dall’urgenza di esprimere quelle che hanno tutta l’aria
di essere le sue proprie amarezze, scadendo in questo in osservazioni
didascaliche e moralistiche che colorano il dettato di un naturalismo
senza filtri, con il doppio risultato di perdere di vista la letterarietà
e di suscitare attrito con il resto della narrazione. Allo stesso
modo, appaiono abbastanza gratuiti se non forzati determinati
paragoni (dopo che una ragazza, amica del protagonista, ha pianto,
«gli occhi sono rossi e gonfi come due capezzoli eccitati»),
comparazioni che finiscono con lo stonare. A livello più
generale, un attrito ancora maggiore appare poi determinato dal
palese autocompiacimento a ritrarsi come un «diverso»
dalla massa restante, dagli altri individui socialmente caratterizzati:
un’eccessività che porta il narratore come a crogiolarsi
nei suoi sforzi citazionisti, ad apparire troppo (o troppo poco)
letterariamente costruito. L’attrito di cui si diceva, quindi,
investe le strutture profonde, e promana dal fatto che sembra
risultare essenzialmente contraddittorio esprimere la propria
diversità secondo una disposizione di pensiero (che potremmo
dire “forte”) sostanzialmente identica a quella sottesa
a ciò che si rifiuta.
Il romanzo, al contrario, appare maggiormente autentico e convincete
dove un certo distacco dall’urgenza dell’immediato
lo rende più intimo e sentito, come nell’intero capitolo
8, in cui il protagonista io-narrante racconta dei suoi trascorsi
amorosi con il filtro e la coscienza apparentemente generate dalla
distanza. Inoltre, l’autore mostra una particolare capacità
nelle descrizioni di tipo grottesco (come quella del committente
della ricerca all’inizio del libro): elemento che forse
meriterebbe più spazio all’interno dell’opera,
facendola magari propendere verso una caratterizzazione più
surreale, o latamente fantastica. Con un’atmosfera simile,
del resto, Gabriele Falco ha già dimostrato, nel racconto
Le api, di potersi esprimere al meglio.
Carlo Schiavo
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