Stefano Lorefice

Vanishing point

 

Speacker's Corner

Per gustare fino in fondo questa raccolta di poesie è necessaria una colonna sonora adeguata. Perché ogni rappresenta una storia, il fotogramma di un film, un incipit ... un'emozione da centellinare, trattenere sulle come lacrime di buon vino da assaporare nell'elogio della lentezza. Ritmata, però. Un andamento music non si interrompe mai, armonico. Versi moderni, dove la mancanza di rime non sta a significare assenza di proporzioni. Al contrari. composizione brilla per la linearità e l'accuratezza nella scelta delle parole, magari in idiomi diversi, F estranee alla storia che si vuote raccontare. Poesie da leggere a voce alta, ma con un timbro basso, rassicurante. Scandendo bene ogni singola 5 oartire dai titoii in inglese che da soli giustificano la lettura. Questo secondo libro di Lorefice riprende ìi cammino dove il primo (Prossima Fermata Nostalgiaplatz), l'aveva interrotto. Dopo aver fatto parlare con una raccolta coraggiosa come "Nostalgiapiatz", con una poetica priva di rirne, fortemente influenzata da quella stirpe metropolitana che si è affacciata ultimi anni, multietnica, multilinque ... Lorefice si presenta all'appuntamento con la sua seconda poetica maturato, conscio dei propri mezzi (oggi può essere inequivocabilmente annoverato fra più forti ed originali dei panorama poetico ìtaliano), e non sbaglia. Bìssare il successo di critica del primo libro non appare cosa difficile dopo aver letto "Budapest swing lovers". Se possibile, Lorefice addentra ancora di più in quei luoghi che hanno contraddistinto le sue opere: le persone al border, "l'amore ematico" come direbbe un certo Samuel, quella ritmica un po' jazzata, un po rock di cui sono intrisi tutti i suoi versi. Va sottolineato l'uso di lingue diverse: spagnolo, frasi in inglese, italiano ... quasi a voler rimarcare la multietnicità metropolitana... propria di ambienti in cui il concetto di 'io' superiore si destruttura e si ricompone in molteplici immagini che Lorefice delina in liriche secche, dirette, prive di compiacimento. Ogni poesia, permane anche in questa raccolta la cui particolarità dei titoli tutti in inglese (scelta quantomeno azzeccata), vive di luce propria, ma libro potrebbe tranquillamente essere un viaggio ... descritto a piccole frasi, sussurrato, urbano. Niente di classico, ma chi ha già letto Lorefice, sa che dall'autore non ci si può aspettare questo tipo di poetica. piuttosto un tentativo, felicemente riuscito, di portare la poesia al passo con una generazione destrutturata, che trova la sua "rinascita" in pensierì/versi che si muovono, come scrive A.G nella prefazione, sulle note di una canzone manifesto.- 'The end' dei Doors...
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Budapest swing lovers (Stefano Lorefice - Edizioni Clandestine)
La prima cosa ti colpisce sfogliando Budapest swing lovers di Stefano Lorefice, sono i titoli in inglese, bellissimi, intesi, già poesia solo quelli; e il multilinguismo di alcune poesie, tante lingue che si confondono, sussurri di significato che si celano nella musicalità del ritmo poetico privo di rima; e ancora la totale mancanza di punteggiatura, le parole isolate nella pagina, dove gli spazi bianchi acquistano un fondamentale valore, in quanto spazi del silenzio. Poi inizi a leggere e molto ti sembra oscuro, sei quasi disorientato. E a rileggere, e solo allora inizi a capire come si compongono le frasi ed entri in sintonia con il ritmo lento del testo. Rileggendo riesci a collegare certi accenni e a interpretare il codice di analogie, di simboli, di sinestesie e ti inoltri dove lo scrittore ti vuole condurre, ti lasci guidare dalla musica verso sentieri sommersi (uno sguardo che diminuisce la distanza/fra un punto e l'altro/rapporto di progressivo annullamento tra inizio e fine/applicare leggi mute ad un solitario battito d'ali /ascoltando sentieri sommersi...). Il ricorrere di alcune strutture tematiche ti porta a un continuo approfondimento della comprensione. Percorrendo i temi principali (il viaggio, l'amore e il sesso, la metropoli piovosa, alienante, veloce e innaturale, gli interni claustrofobici con la strada e la città fuori oltre il vetro, l'oceano, il mare, ma soprattutto la scrittura e la poesia) si ha la sensazione di essere sospinti verso uno sprofondare lento e modulato, attratti dai vortici concentrici degli abissi del significato. Rileggendo più volte il testo o anche solo singoli versi (e capita di farlo, perché sono bellissimi e di grande forza espressiva) il lettore sperimenta un avvicinamento concentrico alla dimensione suggerita dal poeta. Lorefice utilizza in modo sapiente le parole del linguaggio comune; maneggiandole e manipolandole come fossero colori, o meglio ancora, come fossero note, le combina in soluzioni impreviste che aprono nuove possibilità linguistiche e cognitive per arrivare a risultati di visibilità estrema (uno sparire logico su pianure a visibilità estrema); scardina i nessi logici e sintattici in frammenti-fotogrammi, dando vita a un linguaggio teso, energico, moderno. Anche il multilinguismo non rappresenta l'incomunicabilità della realtà contemporanea, come in un primo momento può sembrare; al contrario, rileggendo, ti accorgi che l'accostamento di lingue diverse dilata il senso a una dimensione nuova creata dal suono, nella quale l'elemento ritmico si fonde con il significato delle parole e lo completa. La lingua straniera aumenta la concentrazione del lettore che in un primo momento tenta correlazioni semantiche tra titolo e testo, e cerca di ricostruire i collegamenti logici nella sintassi destrutturata, per poi arrendersi all'istinto e alla musicalità evitando sterili e inutili operazioni concettuali. La parola di Lorefice è scelta, studiata, essenziale, assoluta, di grande valore evocativo, non descrive, ma lascia intendere l'esistenza di percorsi nascosti, atmosfere, luoghi, personaggi. Le frasi brevi, veloci e il minimalismo sintattico e stilistico (substrato minimale sul fondo/ ... /costruzioni minimali in ogni frase/basi estetiche) portano la parola al limite del silenzio, agli archetipi, ai segreti che nascondono le acque (scompone la nebbia/sussurrando la formula segreta delle acque/ ... / la purezza di ciò che neanche gli oceani raccontano). L'atto conoscitivo avviene nel silenzio misterioso, nel quale si dissolvono disequilibrio, disarmonia e dissonanza. Come in molta filosofia orientale, dal vuoto e dal silenzio hanno origine le forme. Ricorrente nella lirica di Lorefice l'immagine del cerchio, di ciò che è circolare, simbolo dell'eterno moto dello spirito verso l'alto. La geometria concentrica è il ritorno all'inizio, all'essenza oltre il fenomenico. Dalla percezione del vuoto si arriva alla profondità della coscienza (coscienza di sé/ ... /riflette il silenzio liquido/aggiungendo alla percezione la quiete del vuoto). Il poeta, nel processo creativo, resta al limite, ai confini del silenzio, solo sui margini dell'abisso (si sta soli/quando si scrive davvero/ ... /accetto il confine/il limite d'appartenere al silenzio/ ... /sono al confine di un ritmo jazz/posa ricercata sotto la superficie/continuo movimento di avvicinamento/mi ascolto meglio/ ... /credo d'esistere per il silenzio). Lorefice, in queste liriche metropolitane, crea una realtà nuova utilizzando tonalità fredde, geometriche, blu, colore ricorrente nel testo, colore del cielo, dell'acqua, del fiume, del mare, dell'oceano, della quiete e della coscienza, e utilizzando i ritmi lenti e malinconici del blues, dello swing, del jazz. Sinestesie uditive e visive si intrecciano quando il poeta parla della poesia e della poetica (sono un artista/mimo il silenzio dell'iride/cambio lo sfondo/dei tuoi occhi che ascoltano/ ... /scrivo di sera/di solito osservo le parole). La scrittura è osservazione, riflessione, lentezza, è ascolto. La tecnica poetica utilizza gli strumenti della musica, della pittura, della fotografia. E nei suoi fotogrammi, nelle riprese ravvicinate, quasi fossero realizzate con un teleobiettivo, il poeta elimina gli sfondi, che restano dietro, invisibili, nascosti, comprime i piani e annulla la sensazione di profondità dell'immagine, ne esclude il contesto. Istantanee, prive di sfondo, che la parola evocando crea (azzera la sensazione di profondità/una o due frasi veloci/linee che ho scoperto chiudendo gli occhi). Gli oggetti, gli ambienti, i personaggi, mai espressi nel dettaglio, mai visti direttamente, sono come riflessi in una pozzanghera, in prospettiva capovolta; oppure sono filtrati attraverso la nebbia o il fumo denso di una sigaretta, in una luce soffusa, suggeriti dalle sfumature più che dal colore stesso, sono visti tramite una sorta di fade (collasso di tutti i cromatismi ad un unico limite), in quel contrasto sfumato di luce e ombre che si ottiene socchiudendo gli occhi, perdendo la visione nitida di ciò che ci circonda, fino al buio completo degli occhi chiusi. Ma gli occhi chiusi del poeta non sono occhi ciechi, sono occhi che, ascoltando, toccano la visibilità estrema di significati reconditi (a volte chiudo gli occhi piano/per gustare il momento/lo sfumare delle immagini attorno alla luce/ ... /parole fra le dita/la quiete possibile/di chi spegne la luce ed ascolta/essendoci ancora). Da leggere e rileggere, con sottofondo jazz o blues, in una giornata di pioggia, lasciandosi trasportare, dal funambolismo sonoro, verso la dimensione misteriosa dei cieli capovolti che il poeta, icaro ribelle, lascia solo intravedere... Stefania Gentile

Il potere e lagloria

Lorefice, Stefano - Budapest swing lovers Edizioni Clandestine.
Non è mai facile recensire una raccolta poetica: vuoi perchè forse non esistono canoni universalmente stabiliti per giudicarne il valore, vuoi perchè è un genere così intimo e personale che può suscitare emozioni diversissime di lettore in lettore (e spesso anche di lettura in lettura). Ad ogni modo Stefano Lorefice, giovane poeta lombardo già alla sua seconda raccolta, riesce in quello che è il compito più arduo ed insieme più importante per una raccolta di versi: la creazione di un mondo a parte, con proprie regole e leggi. Ed il mondo di Lorefice è un mondo che si muove a ritmo di jazz, fusion, swing, che si aggira per le strade di grandi città uggiose, che vive in metropolitana o nei luoghi più bui e fumosi. Ed è un mondo, soprattutto, regolato dalla parola: ogni termine è studiato, adattato, misurato per la poesia in cui si trova, nessun suono prodotto dalla lettura risulta alla fine casuale, non voluto. Un lavoro sul linguaggio ammesso anche dallo stesso poeta, in 'Just words', una delle liriche più interessanti: «scrivo di sera / di solito osservo le parole». Versi che, insomma, non stonerebbero come testi di canzoni jazz, tristi, malinconici, frammenti di storie che più che al cervello parlano all'anima, poesie più d'atmosfera che cerebrali, pur senza disdegnare alcuni passaggi importanti. Una poesia che si potrebbe dire ambient, traslando le definizioni musicali: e una poesia che è infatti soprattutto musica.

Effetto notte

Stefano Lorefice - "Budapest swing lovers"


Giunto con questo volume alla sua seconda uscita letteraria, la prima, "Prossima fermata Nostalgiaplatz" (Editrice Clinamen), infatti, risale al 2002, Stefano Lorefice si ripresenta con "Budapest swing lovers", breve raccolta di poesie. E' un opera particolare "Budapest swing lovers", alla quale è opportuno avvicinarsi al momento giusto, in modo da ricreare la personalità e le sfumature più nascoste di queste poesie; è un mondo fragile quello che è descritto in questi versi, fatto di sentimenti, storie, flash descrittivi di emotività e piovose metropoli notturne. Ogni verso, infatti, è la descrizione di una sensazione, parte di un microcosmo più ampio, dove tale descrizione si fonde a meraviglia in ambientazioni reali, la riva del Danubio, Malaga, Parigi, Milano, Budapest, ma anche strade, stanze di albergo, locali fumosi e metropolitane. Facendo scorrere le pagine del libro ci si ritroverà persi ad osservare questi luoghi, perfettamente ricreati dalle parole di Stefano, spesso accompagnati da un sottofondo di musica, componente importante ed inscindibile di queste poesie, capaci, realmente, di immedesinare il lettore nel loro "racconto", prendendolo per mano. "Budapest swing lovers" è un'opera dove uno stile impeccabile, gran classe e una vena poetica sempre ispirata e suggestiva convivono a perfezione. Un libro dove ogni parola è un bacio passato in esilio.

K'tvehi

24/11/2004 - A. Serri

Una raccolta di 19 racconti veloci come pallottole, 19 storie metropolitane indipendenti ma allo stesso tempo legate.
Un linguaggio schietto, dinamico…alla Welsh, John King…alla Reyes…un autore che in Italia mancava. Niente a che vedere con gli estremismi estetici e autocompiaciuti della Santacroce, niente di convenzionale. Racconti duri, con battute folgoranti, immagini assolutamente dissacranti, ma allo stesso tempo reali.
Lorefice con “Cosmo Blues Hotel” sterza paurosamente su argomenti che hanno un potenziale immenso, e con effetti devastanti.
C’è tecnica e velocità nel suo modo di scrivere, nessuna sbavatura, e precisione millimetrica nei passaggi.

-A dirla tutta “scopare da Dio” è il punto d’arrivo degli uomini.
Vantarsene è il punto di partenza.
Quando una donna dice “scopi da Dio” , bisogna diffidare, non è mai vero.
Una donna ansima, si mette sotto e può anche passivizzare, ma alla fine quando non ne può più…due colpi sulla schiena, come coi bambini per il ruttino, ed anche lo “scopatore divino” viene.
E’ inevitabile, come Mike che gira la ruota.-

Il primo racconto “Rip-off artist…free jazz version” è un manifesto dello stile schietto di Lorefice, poi ci sono altre schegge come “Paco Sousa de la Vega”, “Little Things Collection”, “Elle di L’Assenzio”.
Il libro nel suo insieme è veramente una miscela dissacrante ed esplosiva.
Un libro da non perdere; la generazione del grunge, del post-rock non è mai stata raccontata in modo così efficace.
E’ come prendere Welsh, mixarlo con Reyes e aggiungere l’ironia italiana al risultato.
Da avere.