Stefano Lorefice

La brigata di Lolli

di Giorgio Maimone
Non è un libro di musica, ma è un libro pieno zeppo di musica. Lo sapeva anche l'autore, Stefano Lorefice, 27 anni da Morbegno (Sondrio) che molti mesi fa, ormai, ce l'ha mandato per una recensione. Oramai Stefano avrà perso le speranze, ma Bielle, lenta e inesorabile arriva sempre. E questa volta abbiamo fatto bene ad arrivare, perché "Cosmo blues Hotel", pur lavoro di un giovane, è la classica opera che vale la pena. Ne è valsa la pena di averla scoperta, di averla letta, riletta, di aver scelto in linea con le pagine del libro la colonna sonora da mettere in sottofondo per agevolare la lettura.

Apparentemente storie scollegate, quasi racconti, che, ci si accorgerà in seguito, sono invece frammenti dello stesso mondo (Milano) che, in un modo o nell'altro, a loro insaputa, ma anche all'insaputa del lettore, sono destinati a venire a contatto. Storie di destini intrecciati, ma non all'interno del Cosmo Blues Hotel, nome che fa musica fin dal titolo: gli incroci sono per Milano, in metropolitana, alle festa a casa di amici, nell'eventualità di morire di morte stupida (ma ce ne sarà una migliore?) nello stesso momento.

E così abbiamo una ragazza che, in trip da nonsopiùchedroga, si getta dalla finestra, il signore che si alza una mattina e fa una strage di 13 persone consecutive e casuali, scelte tra i vicini di casa, il manager col mal di testa, il ragazzo che deve far l'esame, i tre protagonisti di un furto quasi involontario, l'insonne, l'immigrato, l'ispettore scazzato, vecchie coi cani, sballati di vario livello, studenti fuori corso, sfigati, gente di passaggio, prostitute, mostri da proletariato o borghesia urbana.

Il mondo di Lorefice fa un po' schifo, ma non c'è niente da stupirsi: è Milano, siamo a Milano, viviamo e respiriamo (male) l'aria di Milano. C'è un po' di Genna in Lorefice, nello stile della scrittura, nervosa e lirica insieme, sincopata, frenetica, ma anche capace di ampie volute e di pause narrative o sospensioni che rendono più attraente e viva e pulsante la materia.

Sono racconti brevi, che ogni tanto hanno della poesia (e Lorefice scrive anche poesia), ma che soprattutto si portano dentro i suoni. Sia quelli d'ambiente, sia la musica che risuona tra le pagine: in ordine sparso i Madrugada, i Nirvana, i Rem, Placebo, White Stripes, Litfiba, Bandabardò, Giardini di Mirò, Verdena, Coldplay, gli Stroke etc etc etc.

Si potrebbe scrivere di lui quello che Geoff Dyer scrive del suo "Natura morta con custodia di sax": "sono per così dire degli "standards" che io rielaboro, riferendo più o meno sommariamente i fatti principali per poi passare a improvvisarci sopra, in alcuni casi staccandomene del tutto. Un espediente forse non molto fedele alla verità della cronaca, ma ancora una volta un modo per assecondare la natura improvvisativa del jazz"

Anche questi racconti hanno seguito il ritmo della musica (che qui è rock, mentre là era jazz) e, seguendo questi ritmi si sono quasi adeguati alle stesse necessità espressive. Pezzi solistici, virtuosismi, insieme orchestrali, colpi di rullante sulla batteria, fughe di chitarra elettrica, sottofondo di basso. Forse non diventerà storia della letteratura, ma resta un piacevolissimo libro e per me una scoperta da replicare e da approfondire. Qualità ce ne sono: insomma, come dire: la musica è buona, altrettanto le parole.

Liberalia

Donna News

Stefano Lorefice, Cosmo Blues Hotel
Editore: Edizioni Clandestine
Pagine: 116
Prezzo: Euro 8.50


“…non mi ero reso conto che al Cosmo Blues tutto era per caso…Era seduta sul letto e mi guardava mentre mi spogliavo…solo per parlare…una storia lunga, tutta la notte…la voce cominciava a farsi sottile…mi stava parlando, mi stava raccontando la sua storia e io ascoltavo senza potere uscire…non c’erano entrate, non c’erano uscite per le pareti del Cosmo Blues…”

Un mondo ai margini. Storie di ragazzi e ragazze, sesso, droga, prostituzione…storie di giovani ai margini di una società indifferente e mercenaria. Storie di anti-eroi metropolitani con un fardello di difetti sulle spalle, difetti non voluti da loro, ma cercati per abitudine: noia, infantilismo, superficialità che portano a un tipo di vita dettato da droga, alcol, sesso e musica, tanta musica, a riempire il vuoto delle loro esistenze e a fare da colonna sonora ideale al libro. "Cosmo Blues Hotel" , ultima fatica letteraria di Stefano Lorefice è un libro che presenta diciannove storie collegate e “slegate” tra loro. A ffronta in modo crudo un tipo di vita altrettanto amara che comunque bisogna "mettere a nudo" e soprattutto conoscere. Un insieme di storie che hanno come protagonisti degli antieroi, giovani, che mal sopportano la solitudine della vita quotidiana e fanno di tutto per sfuggirla.

E’ una realtà che molti giovani affrontano tutti i giorni, non solo a Milano, ma in molti luoghi italiani. Proprio per questo Lorefice cattura l’attenzione di un certo gruppo esteso di giovani che non si ritrovano nei libri di genere diverso, perché non si sentono compresi, perché sentono la lontananza della letteratura che li aliena. L’antieroe di Lorefice parla come loro, vive come loro, veste come loro, pensa come loro. Tutto questo è presentato con una uno stile di scrittura graffiante e deciso che va a braccetto con un linguaggio diretto e crudo. Lorefice crea una categoria di persone tipo, che nonostante tutto non possono cambiare la loro situazione, catapultate in una realtà alienante da cui loro evadono contrapponendo una realtà e uno stile di vita darkeggiante che richiama alcuni film undeground: ragazzi che inneggiando a storici idoli dark anni “ottanta” ascoltano i New Order e Billy Idol.

Una delle parti più interessanti del libro é senza dubbio "Working Class Supermarket" perché affronta problemi che si presentano ogni giorno a migliaia di persone, quella del posto di lavoro e di una vita che sfugge sempre più di mano e precipita inevitabilmente. Leggendo il racconto, crudo, che rilega in un angolo perbenismi e falsità, sembra di assistere a una pellicola cinematografica che scorre senza alcun limite di tempo dinanzi ai nostri occhi dove seguiamo giovani antieroi consapevoli di avere toccato il fondo. Giovani che sopravvivono senza la forza di risollevarsi dal baratro in cui sono cascati; e da qui l’impossibilità di una prospettiva professionale o sentimentale causata da una vera mancanza di radici e di approdi, nel caos metropolitano di luci e di rumori che lascia storditi, disorientati e soli...troppo soli.

Stefano Lorefice è nato a Morbegno(Sondrio) nel 1977. Ha pubblicato: Prossima fermata Nostalgiaplaz (2002) e Budapest swing lovers (2003).


Mel Gabbiano

W2M

Cosmo Blues Hotel
di Stefano Lorefice (2004)

Milano e la sua frenesia, Milano e le sue albe fumose di smog e nebbia, Milano e l'indifferenza della sua gente ormai abituata a tutto e a tutti, Milano ed il suo microcosmo, che tanto micro poi non è: un cosmo spesso tinto di tristezza, di persone che vivono la città come una stanza ad ore, un luogo - o forse un non-luogo - dove andare a studiare o a lavorare, perchè è lì che - quando c'è - trovi il grano; ma insieme un posto da cui si desidera fuggire, se non fisicamente almeno attraverso artifici: droga, sesso, violenza, volgarità - che come dice Stefano Lorefice "è pur sempre un modo per uscire dagli schemi", una via di fuga dalle gabbie in cui ci siamo rinchiusi. Tutto questo racconta Cosmo Blues Hotel, un romanzo formato da un cerchio di racconti, una raccolta di racconti che diventano un romanzo visto che "nella vita come al Cosmo Blues Hotel le vite si fondono". Sembra che lo sguardo di Lorefice sulla mia città è quello di chi a Milano c'è arrivato da fuori, da trasmigrato per motivi di stuidio o di lavoro, di chi in quel posto non ha affetti, non ha le sue radici e conosce, frequenta, vive persone e luoghi trascinato dalla corrente su cui galleggia, scoprendo con sguardo trasparente - e perciò candidamente impietoso - la realtà vera della metropoli; le storie e le sensazioni che racconta sono le stesse che ho provato sulla mia pelle in due anni a Londra, di chi immerso improvvisamente in una nuova realtà metropolitana vive le proprie esperienze con la purezza di un foglio bianco, che può solo esser sporcato, imbrattato, spruzzato dal fango che c'è in giro senza il conforto, la sicurezza, le difese di un'infanzia e di un'adolescenza sbocciate e rafforzatesi in quei luoghi. In Cosmo Blues Hotel ci sono il sesso come ginnastica contro la solitudine, la droga come alternativa alla noia, la follia omicida come lama per spezzare una routine assassina, lo sconforto suicida come confortante sipario ed un inanellamento delle terribili realtà che a Milano si possono facilmente incontrare in un giorno ed una notte aprendo bene gli occhi mentre si cammina per le sue vie, mentre si balla nei locali, mentre ci si avvicina ai suoi figli inevitabilmente contagiati dalla sua ansia, dalla fame di una serenità e di una felicità quand'anche artificiali. Lorefice ha un modo di scrivere sintetico: frasi brevi per racconti stringatissimi, linguaggio colloquiale, spesso specchio del parlato, tanto da dare l'idea di un continuo dialogo non virgolettato, da far pensare che il suo effetto potrebbe essere ancor più efficace come spoken words. Colpisce allo stomaco, questo libro, anche se devo dire non è proprio il mio genere preferito, e lo vedrei molto bene in un sua trasposizione teatrale più che cinematografica: un palco illuminato solo per una metà alla volta, dove le storie del Cosmo Blues Hotel si svolgono l'una accanto all'altra senza mai toccarsi veramente, sfiorandosi appena, avendo in comune quella zona di confine tra luce ed ombra che è l'anima del libro... Pugno allo stomaco.


GIUDIZIO: WW

Cosmo Blues Hotel è targato Edizioni Clandestine, una delle più interessanti realtà emergenti del panorama editoriale italiano: attiva, spregiudicata, promettente, ha una grande attenzione per i giovani autori e per gli aspiranti tali. Da 6 anni organizza il premio Cuore di Tenebra dedicato proprio a questi ultimi, con pubblicazione dei dieci migliori racconti inviati: nel 2003 - scusate l'autopromozione - è stata pubblicata la raccolta La camera 24, in cui è inserito il mio racconto Cronaca di una sorte annunciata...se vi va fatemi sapere che ne pensate!

Corpi che si cercano nella notte, che vagano senza meta, che ammuffiscono nelle macchine per cercare riparo dalle luci fredde della grande città. Corpi che scopano e fumano senza desiderio, che ascoltano musica, bevono e dormono male. La Milano di Stefano Lorefice è soprattutto questo.

Ritratto spietato di una città alienante “Milano è un enorme circo del tradimento dove tutti vanno con tutti. Un milione e passa di persone che hanno una vita e qualcosa. Una questione di matematica, non si sfugge.Tutti sono parte del meccanismo.”

I protagonisti di questi racconti sono inetti senza speranze, pregni d’odio e rancore, schiacciati dal peso della loro anima inquieta. Cavalieri dell’anonimato e del nulla, fastidiosi perché veri e tuttavia fragili come il vetro. Stanchi di lavori di merda e di cazzate, nauseati dagli amici che scroccano sigarette, parcheggiano il culo sul tuo divano o ti soffiano la ragazza. Il sesso diventa così uno strumento di tortura, il mezzo per entrare e ferire un corpo, un modo per possedere carne, una briciola d’amore: “Miriana scopa con Ago. Non sono insieme, nel senso che scopano quando capita. Di solito quando sono fuori, oppure quando Miriana è in paranoia. Dice che il sesso aiuta. Come la roba. Miriana non scopa con me, nemmeno con Sergio. Non abbiamo lo stesso vuoto.”

L’odio nei confronti delle donne, troie, furbe, così prevedibili è rabbia dovuta all’incapacità di raggiungerle veramente, infinita distanza amplificata dalla metropoli. Big city degli Spacemen 3 parlava proprio di questo. Distanze incolmabili in un posto dove tutti possono essere trovati. Una scrittura asciutta, quella di Lorefice, quasi documentaristica che barcolla ad un paio di metri dal dolore e dal desiderio di condividerlo. Dialoghi grotteschi sul nulla, sul vuoto che sentiamo ogni giorno senza poterci difendere, senza filtro. Scrittura involontariamente priva di ironia anche quando la si cerca con insistenza, disillusa senza volerlo. Forse semplicemente tragica.

Jo Laudato

Kult Virtual Press

"Cosmo Blues Hotel" è una raccolta di racconti capaci di stupire, spiazzare e soprattutto fare riflettere e al tempo stesso è un romanzo ‘polifonico’ del tutto nuovo, dove un ritmo incalzante lega avvenimenti, nomi, luoghi che ritornano, riproposti da varie angolazioni, perché "nella vita come al cosmo blues hotel le storie si fondono". I racconti hanno un taglio particolare, quasi cinematografico; una macchina da presa impietosa ritrae sprazzi di realtà metropolitana aggressiva, cruda, violenta, cinica, senza chiarirne i nodi, senza giudicare la vita allo sbando dei protagonisti, vita on the road, così vera da far male.

"Cosmo blues hotel" parla di un mondo ai margini, di donne, sesso, droga, prostituzione, di sconfitte e crimini assurdi, di giovani in corsa, in fuga da loro stessi, anti-eroi metropolitani del 2000, annoiati, inaffidabili, insinceri, opportunisti, infantili, che ricercano la vita nell’annullamento della vita stessa, che passano veloci da un letto all’altro, da un party a un rave, tra droga, alcol, sesso e musica, tanta musica, a riempire il vuoto delle loro esistenze e a fare da colonna sonora ideale al libro.

Storie disperate di fallimenti esistenziali di una generazione inquieta, priva di riferimenti, sconcertante e affascinante al tempo stesso.
Giovani protagonisti consapevoli di avere toccato il fondo, che hanno rinunciato a lottare e sopravvivono senza la forza di costruirsi una vita diversa e migliore dal baratro che hanno davanti, (nessuna prospettiva professionale o sentimentale, mancanza di radici e di approdi, nel caos metropolitano di luci e di rumori che lascia storditi, disorientati e soli).

Da questi racconti esce il ritratto di una Milano alcolizzata, fumata, maniaca, una città assurdamente violenta, dove la crudeltà è sperimentata per gioco, per superare la noia, per vedere se dopo l’orrore cambia qualcosa; ma tutto corre come prima, come sempre (che la città fuori corre veloce, e non li aspetta a loro), e tra il traffico e le auto in doppia fila nemmeno la morte fa notizia.

"Cosmo blues hotel" è un libro duro, dissacrante, ma anche ironico e divertente. E quel sorriso beffardo che sorprende il lettore sembra essere l’unica via d’uscita dalla sconfitta e dal disagio, assurdi e senz'altro fedeli alla realtà.

Lorefice crea uno stile secco, fulmineo, perfetto nella sua essenzialità e un linguaggio nuovo irruento e gergale per un libro moderno, che si legge tutto d’un fiato, assolutamente da non perdere!
Stefania Gentile

Il foglio letterario

"Cosmo Blues Hotel"
Lorefice nei suoi due lavori precedenti, "Prossima Fermata Nostalgiaplatz" (Ed. Clinamen, 2002) e "Budapest Swing Lovers (Ed. Clandestine, 2004), ci aveva abituati ad atmosfere rarefatte, a piccoli componimenti poetici a cavallo tra canzone d'autore e film retro in bianco e nero. Giunto al terzo libro: la svolta. Abbandona la poesia e si cimenta (magnifica-mente) con la narrativa, terreno in cui aveva già fatto un'incursione nel 2003 all'interno dell'antologia "Dammi Spazio" (Ed. Il Foglio) con il racconto Rip-off artist, che ritroviamo in versione "free-jazz" in apertura di "Cosmo Blues Hotel". Il libro si propone come una raccolta di racconti, ma in realtà é un romanzo corale dove personaggi che vivono costantemente al margine descrivono una città che é solo "periferia". Una città devastata, feroce, gelida, che guarda insensibile le vicende di questi piccoli "insetti" che la abitano costretti a vivere di mille espedienti. Tra assenzio, metropolitane "gotiche", scopate di "sopravvivenza" e musica, Lorefice ci conduce per mano in un abisso in cui sembra non esserci fine. Colonna sonora ideale per la lettura: Nirvana, Madrugada, R.E.M. e gli AIR di "The virgin suicides".

(Alberto Ghiraldo)

Delirio.net
Una scrittura graffiante e decisa. Un linguaggio diretto e crudo. Diciannove storie. Diciannove intrecci, legati e slegati tra loro. Stefano Lorefice è tornato all'attacco con un libro che non lascia spazio a retorica o sentimentalismi. Cosmo Blues Hotel, la sua ultima fatica letteraria, è un ricettacolo di anti eroi che si ritrovano a contatto col caos, il delirio e la solitudine della vita quotidiana, e fanno di tutto per sfuggirla. E, quasi senza rendersene conto, ci suggeriscono a volte come sarebbe più semplice, se si guardasse tutto con occhi diversi. Ironici e realisti. Stefano lo ha raccontato in questa intervista, a Delirio.NET.

Delirio.NET: Racconti slegati e intrecciati. Com'è nata l'idea di scrivere CBH?

Durante la stesura dei racconti mi sono accorto che c’era un filo conduttore, le storie potevano si vivere per conto loro, ma allo stesso tempo convivere all’interno di una struttura più ampia. La prima stesura di C.b.h. era molto diversa da quella poi pubblicata: in origine i racconti erano 24, poi con tagli, assestamenti ecc…ne sono rimasti 19. L’idea d’intrecciare mi era venuta all’inizio, poi l’avevo accantonata…in seguito mi è stato detto:” Ma perché non intrecci i racconti…” , ed ho ripreso l’idea accantonata…ho pure dovuto chiedere una proroga ai termini di consegna della stesura definitiva, anche perché si doveva fare molta attenzione ai passaggi ed ai punti d’incontro…per evitare di creare una struttura debole.
Azzurra D'Agostino é la persona che mi ha aiutato nella fase di editing (per alcune parti del libro) e che mi ha detto la frase che mi ha fatto riprendere in mano l'idea dell'intreccio, non posso che ringraziarla.

Delirio.NET: La musica si respira ad ogni pagina: è stata importante nella stesura di CBH?

Certo, come sempre, e rimarrà una fonte inesauribile di spinta per me; nel mio piccolo appartamento la musica è sempre in rotazione; poi, oggi, è davvero ovunque: siamo immersi in un tappeto sonoro, soprattutto nelle metropoli, che crea dei forti contrasti ed a volte delle scene al limite del surreale. Basta guardarsi attorno. Parlando dell’adesso non si può prescindere dall’argomento musica.

Delirio.NET: Situazioni di sesso e violenza in stile tarantiniano, ma anche anti-eroi fragili e ironici. Esiste una chiave migliore per comprendere il filo rosso che unisce le diverse storie?

Sinceramente a Quentin non ci pensavo proprio durante la stesura di Cosmo, pur apprezzando parecchio un film come “Pulp Fiction” non credo di averne subito una grande influenza. Piuttosto ho attinto dal quotidiano: da esperienze personali, da racconti di amici che manco so più dove sono finiti... oggi la città ha una enorme quantità di stimoli… questi anti-eroi sono fragili, sì, e credo che questa categoria sia la più diffusa; oggi si tira a campare, per certi versi, ma con una ironia di fondo che smitizza questo voler vedere sempre tutto in bianco e nero. La città è un centro di aggregazione per questa immensa fauna.
Il filo rosso che unisce queste storie? Basta affacciarsi alla finestra, in una di quelle vie trafficate a Milano o Torino (per non parlare di molte altre città)… e se ne vedono di tutti i colori… il filo rosso è appena là sotto.

Delirio.NET: Si nota in alcune pagine lo Stefano poeta. Casuale o voluto?

Impossibile scindere le due persone. Ne casuale ne voluto, è semplicemente una cosa che è, una cosa che ho dentro, alla quale non posso sottrarmi. Scrivere prosa è sì diverso dallo scrivere poesia, ma sono sempre io… quindi non ho molte alternative, per chi ha letto le poesie sarà possibile trovare riferimenti coi racconti e viceversa. Nel momento della scrittura mi è difficile prefissare dei punti di arrivo, seguo il corso… cerco di stare a galla per arrivare alla fine del racconto o della poesia. Le due vie non si escludono ed a volte si incrociano.

Delirio.NET: La copertina, molto bella, l'hai scelta tu. Da cosa ti sei lasciato guidare?

Sì l’ho scelta io, è di Morten Bak (un disegnatore danese) esplicitamente creata per il libro. Ho cercato di descrivere a Morten il mood di Cosmo e lui mi ha mandato, dopo qualche mese, alcune tavole.
La scelta è caduta su quella riprodotta in copertina.
Un bel lavoro, soprattutto perché rende bene l’atmosfera dei racconti all’interno.

Il potere e la gloria 
Stefano Lorefice - Cosmo Blues Hotel
voto recensore: 8/10
Coi suoi lavori precedenti, Stefano Lorefice ci aveva abituato a poesie malinconiche, che si spandevano in metropoli elettriche ed antiche al ritmo di jazz e di fusion. Con 'Cosmo Blues Hotel', invece, raccolta di racconti non del tutto slegati tra loro, il giovane e promettente scrittore lombardo decide di tentare la strada della prosa, arricchendola di degradazione, miseria e non-sense.

I due mondi, quello dei libri precedenti ed il nuovo, non sono in antitesi, ma paiono anzi l'uno il proseguimento e l'ampliamento degli altri: quelle che prima erano espressioni, sentimenti rubati, stati d'animo irrazionali, ora si tramutano in monologhi se possibile ancora più allucinati, in storie banali e, nella loro banalità, orrende ed in storie orrende raccontate come se fossero banali. Come lascia intuire il bel racconto che chiude la raccolta, il Cosmo Blues Hotel è un momento di passaggio, che da Budapest (città echeggiata nel titolo dell'ultimo libro) porta verso nuovi lidi, nuove storie, con tutte le difficoltà che questo comporta. Le storie di Lorefice sono strane, ancora più strane delle sue poesie: a volte dei pugni nello stomaco, altre volte quasi l'aneddoto del compagno di scuola incontrato per caso in un bar; ma proprio questa alternanza dà, alla fine, il quadro dell'assurdità disarmante in cui ci troviamo ogni giorno a vivere senza che ce ne rendiamo conto.

Un libro, sia chiaro, a tratti anche sgradevole, che decide di mettere da parte perbenismi e reticenze per affrontare, a partire proprio dal linguaggio, la vita vera (o almeno una parte di essa), bella o brutta che sia. Ma un libro, paradossalmente, a tratti anche discretamente affascinante.