Cicerone

 

Biografia:

CICERONE, Marco Tullio. nato nell'anno 100 a.C. nel municipio di Arpino, mori il 7 dicembre del 43 a. C.
Di famiglia colta e agiata, conobbe nella sua prima giovinezza oratori famosi, come Antonio e Crasso. e grandi maestri di diritto come Q. Muzio Scevola. Apprese retorica e filosofia da Molone di Rodi e da Filone di Larissa. Provveduto dalla natura di tutte le qualità necessarie a formare un eccellente oratore, egli mostrò presto, a ventisei anni, il suo talento di avvocato, sostenendo vigorosamente in un clamoroso e rischioso processo la difesa di Sesto Roscio Amerino accusato di parricidio per intrighi di malviventi fautori di Silla.
Dopo questa vittoria, che designava Cicerone tra gli avvocati principi di Roma, egli viaggiò in Grecia e in Asia Minore, visitando e praticando quanti erano maestri celebrati per dottrina ed eloquenza e rltenendo - con quella sua meravigliosa facoltà di comprensione e di assimilazione - quanto trovava in essi degno di essere ritenuto e imitato. Tornato a Roma, iniziava il "cursus honorum". Dopo la questura, un grande avvenimento giudiziario lo spinse presto sulla via della maggiore fortuna: il processo di Gaio Verre, il governatore ladro di Sicilia, accusato di concussione. Cicerone fu l'avvocato dei Siciliani e ottenne la condanna di Verre che aveva a difensore Ortensio, il più sperimentato e rinomato oratore di quel tempo. Durante la lotta per le elezioni consolari pronunciò in Senato una orazione contro i due suoi competitori collegati, Antonio e Catilina.
Fu eletto console nel 64 e le più famose orazioni consolari sono le quattro Catilinarie (v.) dove egli, con l'autorità sua di magistrato e con la potenza di oratore, condusse una delle lotte più drammatiche e più inquietanti. Proclamata la legge marziale, arrestati - dopo la partenza di Catilina - i principali suoi fautori sotto l'accusa di cospirazione, Cicerone, console con pieni poteri, il 5 dicembre, nella lugubre adunanza senatoria che decretò la pena di morte contro gli arrestati, pronunciò la quarta orazione catilinaria onde assumeva la responsabilità di quella sentenza e della sua immediata esecuzione. I comizi elettorati dell'anno 63, ricchi di brogli e di violenze, avevano suscitato la riprovazione di alcuni uomini rispettosi della pubblica legge, pur essendo avversari di Catilina. Servio Sulpicio e il severissimo Catone dichiararono la elezione illegale proponendone la rinnovazione: e mossero accusa di corruzione a Murena che fu difeso da Cicerone.
Finito l'anno del consolato sostenne la difesa di P. Cornelio Silla imputato di complicità nella congiura di Catilina, e del poeta Archia di Antiochia accusato di usurpata cittadinanza. Nell'anno 58 Publio Clodio, eletto tribuno col favore di Cesare, faceva approvare una legge che riconfermava il diritto di appello al popolo, contro le condanne capitali e stabiliva la pena dell'esilio per chiunque avesse messo a morte un cittadino senza giudizio popolare. Era la condanna di Cicerone, il quale abbandonò Roma e si recò prima a Tessalonica, poi a Durazzo. Ma dopo diciotto mesi egli poteva ritornare e riprendere in Roma il suo posto di oratore principe. Nell'anno 56, che, pur avversando i clodiani cercava di tenersi amici i triumviri, proponeva in Senato doversi confermare a Cesare il governo della Gallia contro quei molti senatori che volevano revocarlo: e il Senato accettò la proposta.
Il 20 gennaio dell'anno 52 Milone, violento fautore degli ottimati, uccise in rissa sulla pubblica via il suo avversario Clodio. I popolari insorsero furibondi, e il Senato dovette provvedere eccezionalmente al mantenimento dell'ordine, nominando Pompeo unico console. Milone fu processato e Cicerone fu il suo naturale difensore. Ma proprio in quella vicenda giudiziaria che più doveva animare d'impeto e di calore la sua parola, la sicurezza venne meno al grande avvocato che presentiva la causa perduta.
Nominato nell'anno 51 proconsole in Cilicia, fu presto sorpreso dalla nuova guerra civile che si accendeva tra Cesare e Pompeo: da quella guerra in cui egli giustamente vedeva una lotta di principato, che in ogni modo sarebbe finita con la caduta della repubblica. Malgrado la sfiducia e la titubanza egli si dichiarò per Pompeo, ed era nel campo pompeiano a Durazzo quando a Farsalo Cesare diveniva l'unico padrone di Roma. Cicerone non seguì i pompeiani nella fuga e nella incerta fortuna.
Si ritirò a Brindisi dove attese che Cesare lo assicurasse, - come avvenne - del suo perdono e della sua benevolenza. Tornato a Roma condusse vita affatto privata, fra gli studi e i libri che erano ormai, com'egli stesso diceva, il sostegno della sua vita. Non poche opere scrisse allora di argomento filosofico e retorico. Rare volte parlò pubblicamente: una volta per il richiamo dall'esilio di Claudio Marcello, ostinato avversario di Cesare, e una volta in difesa di Ligario, altro accanito anticesariano: e Cesare consentì tutte due le volte.
Poco più tardi egli difendeva con buon esito al tribunale di Cesare il vecchio tetrarca della Galazia accusato di avere attentato alla vita del dittatore. La morte della figlia prediletta, Tullia, gli aggravò l'animo di molta afflizione: e anche allora l'unico scampo - diceva - era questo: "scrivere"; e la materia filosofica era quella che più lo allettava. Il 15 marzo dell'anno 44 Cesare cadeva sotto il pugnale dei congiurati. Cicerone apri l'animo alle grandi speranze: e gli parve fossero tornati per lui i tempi dei clamorosi successi e della trionfale popolarità. Ma le speranze furono presto oscurate. In quell'alternarsi di vicende politiche e militari che ora abbassavano ora rialzavano la fortuna di Marco Antonio, Cicerone sostenne in Senato e davanti al popolo - quando le circostanze non erano minacciose - la sua lunga lotta contro Antonio, combattuto in quattordici orazioni che si chiamarono Filippiche a ricordo e a somiglianza delle omonime orazioni demosteniche contro Filippo di Macedonia. Ma Ottaviano e Antonio si riconciliavano e insieme con Lepido formavano il secondo triunvirato dei capi cesariani con poteri assoluti. Vennero subito le liste di proscrizione: e Cicerone non poteva mancare in quella di Antonio.
Cercò invano uno scampo per via di mare; raggiunto dai soldati presso la sua villa di Formia, fu decapitato il 7 dicembre dell'anno 43, all'età di sessantaquattro anni.

Abbiamo pubblicato:
Elogio della senilità 2003