"Gli acrobati" Matteo Caropreso, Edizioni Clandestine 2005

Un uomo con la pelle scurita dal sole e la schiena piegata in avanti, chinato verso un mare liscio come l’olio, acqua dall’aspetto pesante e calda almeno quanto l’aria intorno, porta dei jeans con un risvolto arrotolato poco sotto al ginocchio, ha i piedi nudi ben piantati sulle rocce dello scoglio e armeggia con uno spago. Sta sudando, nonostante sia mattino presto e ci sia appena più fresco del resto del giorno, in estate alcune volte il caldo è tanto opprimente da infastidire anche se ci si limita a pescare polpi. I suoi muscoli sono definiti, ma la pelle non è liscia e lucida, deve avere una sessantina d’anni, un pensionato che sa come impegnare il suo tempo senza sprechi, sa come combattere la noia. Accenna alcuni passi verso il suo lato destro, sempre guardando l’acqua, un braccio è proteso in avanti e nel pugno stringe lo spago e lo trascina, sul fondo una zampa di gallina appesantita da un sasso bianco si muove come fosse viva, pronta ad ingannare l’ingenuo di turno.
L’uomo si ferma, si sporge ancor più verso il mare e recupera a due mani con sicurezza e senza strappi, con calma, lo spago cui è legata la zampa di gallina. Trattiene la sagola solo con la destra, si piega sulle ginocchia contorcendosi all’indietro per guadagnare con la sinistra un retino dal manico di legno e la rete di cordino bianco, non appena lo impugna con decisione lo immerge lateralmente all’empirica esca. Ora velocemente tira a sé il retino, è attento e il suo avambraccio si tende per l’attrito dell’attrezzo con l’acqua, si gonfia anche il bicipite; è nuovamente piegato sulle ginocchia e con un gesto rapido ruota su se stesso con perfetta coordinazione, il tronco ed entrambe le braccia, i piedi restano fermi e saldi, appoggia sullo scoglio il retino colmo dell’esca e della preda e l’ardesia s’impregna d’acqua facendosi scura come fosse sabbia. Con una mano stacca il polpo dalla zampa di
gallina, è bianco di terrore, gli ribalta la testa e strappa tutto ciò che si trova al suo interno, mentre i tentacoli gli si avvinghiano al braccio in un estremo quanto inutile tentativo di reazione. Lo sbatte sulla roccia, perché così si fa, le sue carni saranno più tenere quando farà il suo trionfale ingresso sulla tavola da pranzo guarnito di patate bollite e prezzemolo, ripete il rituale tre o quattro volte poi lo getta in un secchio e riprende a pescare con il suo rudimentale spago e l’improbabile esca. Giorgio è poco distante e osserva con attenzione e distacco ogni mossa dell’uomo dalla pelle scura.
Stare seduti su un gradino di pietra nera e non sentire il proprio corpo, ecco cosa desiderava e se avesse potuto annientare i suoi pensieri lo avrebbe certamente fatto, perciò seguiva le mosse di quell’uomo con ossessivo interesse per tutti i particolari, affinché l’occhio trascinasse la mente lontano da se stessa e si perdesse in un dolce ricordo di adolescenza, quando con Giò andava a pescare polpi. Si rendeva conto che nella situazione in cui
si era venuto improvvisamente a trovare tutti si sarebbero aspettati da lui una reazione, magari qualche scatto aggressivo verso la società e le istituzioni, come era solito fare nei momenti difficili, ma pur sempre una ribellione costruttiva che lo avrebbe portato a risolvere i suoi problemi senza cedere alla depressione. Non era così. Giorgio si era alzato presto solo perché i pensieri non lo lasciavano dormire e non per affrontare la giornata dall’inizio e con coraggio, aveva camminato sì e no per mezzo chilometro, fino alla scogliera, e si era accomodato sotto ad un archetto probabilmente
medievale lungo un sentiero invaso dall’erbacce che un tempo doveva essere la romana via Aurelia, fiore all’occhiello dell’impero.
Si era seduto sul gradino perché non sapeva dove andare e non aveva voglia di dirigersi in nessun luogo in particolare e per puro caso s’imbatté nel pescatore di polpi, che nel frattempo aveva ripreso il suo rituale di caccia. Il fondo doveva essere irregolare in quel punto, infatti trascinava per un poco lo spago col braccio teso, come aveva fatto prima, poi si fermava e issava a due mani l’esca, lentamente e per un paio di bracciate, faceva nuovamente due passi incerti, si arrestava e lasciava che un metro di sagola scorresse fra i suoi calli e così fece diverse volte. Giorgio si immaginava grandi rocce arrotondate dall’acqua e coperte di alghe marroni appoggiate su un fondo di fango, e vedeva la zampa di gallina ondeggiare sopra le secche per ripiombare davanti a una tana e risollevarsi per essere trascinata sopra a un altro masso.
Un po’ come contare le pecore quando non si riesce a prendere sonno. Restò a guardare per un paio d’ore, quasi sereno, poi cominciò ad arrivare un po’ troppa gente. La famigliola milanese cercava un’ampia porzione piatta di roccia da occupare per tutto il giorno, marito e moglie con un pargolo scatenato, il padre con l’ombrellone sotto il braccio destro ed una grande sacca ad impegnargli la mano sinistra, il bimbo con paletta, secchiello e schiamazzi, la madre stretta in un coloratissimo pareo con una borsetta di Fendi a tracolla più adatta ad una serata in città che ad una giornata sugli scogli e un paio di occhiali da sole che dovevano essere costati un occhio della testa. Un gruppo di ragazzi con bermuda a fiori sembravano alla ricerca di forti emozioni, raggiunsero una roccia alta una quindicina di metri e gareggiarono a chi faceva il tuffo più bello, sollevando rumorosi schizzi bianchi. Poi arrivarono i nonni col nipotino e tante altre persone, le nere ardesie furono presto coperte da asciugamani ed ombrelloni e si colorarono
con abbinamenti casuali di tono, stoffe e plastiche che stridevano con le rocce, le agavi e il mare. Giorgio non era in vacanza e aveva bisogno di tranquillità, così, quando gli stimoli esterni si fecero soffocanti e ingestibili, si alzò faticosamente, con scricchiolio delle ginocchia, e s’incamminò infastidito verso un’indefinita meta. Giorgio non era più un uomo del weekend, non trascorreva tutta la settimana fra lavoro ed altri impegni solo per
raggiungere il sabato, ogni giorno era uguale all’altro e ciò in verità non gli piaceva, si sentiva escluso dall’umanità. Guadagnò la strada dopo una ripida scalinata e fu investito dall’odore dei gas di scarico delle automobili che sovrastò il dolce sapore di salino, fino a quel momento appena disturbato dagli effluvi delle creme abbronzanti, e si sentì catapultato, senza possibilità di salvezza, nel mondo della frenesia quotidiana.