| "L'odore
dell'aglio " Mario Bonacini, Edizioni Clandestine
2004 |
uno
Non rispondevo mai alle domande che i pazienti facevano sulla mia
vita privata.
Il loro bisogno di chiedere aumentava col progredire della terapia
psicologica, e il fatto che io sia una donna credo aguzzasse ancora
di più la curiosità di quelli che avevo in cura.
Col silenzio, e a volte con un mezzo sorriso, riuscivo a far cadere
nel nulla ogni richiesta.
Divenne subito chiaro al primo colloquio che quel nuovo paziente sarebbe
stato un osso duro: un tipo curioso all’inverosimile e molto
difficile da scoraggiare. Dopo poche sedute si rivelò inarrestabile,
di una ingordigia senza limiti.
Schivavo anche quelle domande con il solito metodo ma non mi rendevo
conto che loro, le sue domande, avevano trovato una strada segreta
che le lasciava arrivare dentro di me, nel profondo, dove silenziosamente
lievitavano e sgretolavano tutto quello in cui allora credevo.
Il mondo in cui per anni mi ero rispecchiata come l’unico giusto
e vero, e per il quale avevo bruciato ogni nave alle mie spalle, si
sfaldava giorno dopo giorno.
Eppure tutto mi sembrava normale: mi sentivo vigile come sempre, e
in ogni momento ben consapevole.
I segnali d’allarme furono tanti, ma non li vidi né li
sentìi, neppure i più appariscenti: mi lasciai andare
a una storia che finì nel più inatteso dei modi, cambiando
completamente la mia vita.
Mi vergogno, oggi, di come allora fossi cieca: incapace di riconoscere
anche le manifestazioni che in modo clamoroso mi urlavano a che punto
fossi arrivata.
Come un pifferaio magico quel paziente mi aveva condotto sul ciglio
del baratro: io compiaciuta mi ci ero gettata.
La caduta fu lunga, molto lunga: un tailleur rosso ne siglò
il momento irreversibile.
Nel corso di una seduta lui mi parlò di una sua conoscente
e mi raccontò di un tailleur da lei appena comprato in un famoso
negozio del centro: l’aveva accompagnata e guidata lui nella
scelta.
Le stava benissimo, “un incanto, una crisalide diventata farfalla”,
concluse con uno di quegli slanci che detestavo, anche per la voce
in falsetto con cui li declamava.
Secondo la sua descrizione si trattava di un tailleur rosso bandiera,
dalla giacca corta che dietro si allungava in due strette falde che
si annodavano fra loro per formare una sorta di fiocco e per segnare
la vita.
Riprese il discorso che stava facendo prima di parlare del tailleur
e che mi pare riguardasse come al solito uno dei suoi tanti amori.
Improvvisamente zittì e compì un gesto inatteso: allungò
il braccio destro sulla scrivania che ci separava e con due dita della
mano palpò la consistenza del tessuto della giacca a quadretti
che indossavo quel giorno.
“Non gliel’ho mai vista, dottoressa. E’ nuova?”
Ritirò il braccio e riprese la narrazione.
Prima però si concesse una breve pausa di silenzio, guardando
con la testa lievemente obliqua la mia giacca, le sopracciglia sollevate,
le labbra appena strette.
Il gesto, che giudicai al momento uno stupido tentativo di in-frangere
il diaframma professionale, nella mia mente per il resto della seduta
e poi anche dopo, dette spazio a un’emozione ben più
densa e bruciante: provocata dall’espressione di appena ac-cennata
disapprovazione con cui silenziosamente lui aveva reagito alla sensazione
che gli aveva dato la stoffa della mia giacca.
“Un giudizio totale” mi dissi, “che va oltre l’abito,
e che proclama tutto quello che lui pensa di me.”
Aspettai il pomeriggio del sabato, l’unico che mi tenevo libero
dai pazienti, e corsi in centro nel negozio che lui aveva citato.
Il tailleur rosso risplendeva in vetrina.
Entrai, lo provai. La commessa annodò le due falde sul dietro
della giacca facendo un fiocco che si posava proprio sopra il sedere.
Mi vidi ridicola. Mi sentìi ridicola. Ma pensai che questa
ridicolaggine fosse l’esatta rappresentazione della pochezza
mentale di quel paziente insopportabile.
Il prezzo del tailleur rosso era assurdo, una cifra che mai pri-ma
avevo pensato di spendere per un vestito.
Lo comprai.
Passai i giorni successivi aspettando quello della sua seduta, per
indossarlo.
Gli aprìi la porta nel mio nuovo tailleur e, contrariamente
all’abitudine, lo precedetti nel corridoio perché vedesse
il fiocco rosso, e lo riconoscesse.
Mi sentivo eccitata, trepidante come una adolescente: questa mia risposta
silenziosa a tante e tante domande che mi aveva inflitto sull’abbigliamento,
e a quel giudizio chiaro e inappellabile provocato dalla giacca che
indossavo nel corso della seduta precedente, esigeva una sua qualsiasi
mossa.
Non accadde nulla.
Lui non disse nulla: sembrò che non si fosse neppure accorto
di un tailleur che una settimana prima l’aveva portato a gorgogliare
di compiacimento.
Ammantai di pastose nebbie professionali la ferita che la sua indifferenza
aveva provocato: mi convinsi che lui era oramai inerte, autistico,
impermeabile a qualsiasi stimolo. Un paziente da eliminare.
“Non potrebbe essere altrimenti”, conclusi: “l’epilogo
è già scritto nel modo stesso in cui il nostro rapporto
ha mosso i primi passi.”
L’inizio della sua terapia non era stato differente da molte
altre: un messaggio sulla segreteria telefonica lasciato di mattina,
mentre non mi trovavo in casa.
“Buongiorno dottoressa. Ho letto il suo annuncio e il numero
di telefono nella bacheca del dopolavoro ferrovieri. Vorrei poterla
incontrare. Lei è una psicologa, però non so se è
proprio quello che mi serve. Il problema mio è che non mi ricordo
più bene le cose. La richiamerò nel pomeriggio per parlarle
di persona. Arrivederci.”
|