| "Ala
recisa " Marco Broussard,
Edizioni Clandestine 2002
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Questa volta era una missione veramente strana. Anziché
lavorare in piccoli gruppi erano stati convocati
contemporaneamente tutti i membri del CI-7, reparto
contro-spionaggio inglese. Incarico: stanare la
"talpa" che da mesi minava la sicurezza del reparto
cacciando in situazioni senza scampo i migliori
dei nostri uomini. In un anno e mezzo avevamo perso
nove agenti, tutti in circostanze sospette, come
se ogni volta una squadra "parallela" di qualche
servizio segreto medio-orientale, conoscendo alla
perfezione i dettagli delle nostre missioni, ci
sostituisse al momento opportuno.
La sovrapposizione si completava con l'eliminazione
dei nostri colleghi. Scovarla nei quartieri generali
della NSE era come cercare il famigerato ago nel
pagliaio: un palazzo di trentacinque piani ognuno
con quarantasei uffici e, tramite sei ascensori
ad alta velocità e quattro rampe di scale di sicurezza,
maggiori possibilità di fuga. Ventotto agenti "speciali",
per l'esattezza ventuno uomini e sette donne, non
come quelli dei vecchi film di John Steed ed Emma
Pill, bensì persone addestrate all'uso degli strumenti
hi-tech come alle più leggere e veloci armi da fuoco,
nonché alle dure tecniche di combattimento corpo
a corpo. La cosa determinante era comunque la padronanza
dei sistemi informatici complessi. Ognuno di noi
era uno specialista di gran lunga superiore a qualsiasi
"Hacker" professionista. L'accesso alle banche dati
era indispensabile per potere avere possibilità
di spiare e sopravvivere. Velocità e invisibilitá
i nostri arnesi di lavoro. Ma perché riunire tutti
noi contemporaneamente e per di più qui? Non c'era
dubbio che avremmo risolto la faccenda, ma a quale
prezzo? Inoltre, non era certo che la talpa agisse
da sola.
Cinque missioni affondate, con precisione ed efficacia
da manuale. Temevo che dietro tutto questo ci fosse
mezza NSE che volesse farci la pelle. Chi aveva
dato l'ordine? Possibile che noi super-agenti ci
fossimo ficcati proprio nella tela del ragno? Il
lavoro era di routine: aggirarsi per i corridoi
prestando attenzione a ogni dettaglio che potesse
sembrare fuori posto, alla ricerca dell'indizio
traditore. Tutto ciò senza far capire le nostre
intenzioni. Il motivo della visita era fare conoscenza
dei funzionari.
Motivo ben plausibile poiché la NSE si era trasferita
da un anno assumendo nuovo personale. In effetti
il 40% delle persone di cui incrociavo gli sguardi
erano perfetti sconosciuti. Per adesso non era stato
rilevato niente di particolare: qualcuno che aveva
timore di noi e che ci tendeva preoccupato la mano
con sguardo pieno di rispetto, oppure impiegati
che facevano stupidi apprezzamenti da macho dietro
le spalle delle nostre colleghe, non sapendo che
queste li avrebbero potuti stendere senza nemmeno
lasciare loro il tempo di dire "ehi cocca"... Tutto
sommato era divertente. C'erano tra loro anche persone
veramente in gamba e gentili. L'ufficio personale
quando non seguiva le raccomandazioni dall'alto,
faceva bene il suo lavoro. Giunti al decimo piano
sono cominciate le sparatorie. Come da manuale ci
siamo sparpagliati in piccoli gruppi davanti agli
ingressi degli uffici, e dal Nr. 145/Bis sono partiti
colpi a porta chiusa, ferendo uno di noi. Da lì
é cominciato l'inferno. Improvvisamente non si capiva
più chi era con noi e chi contro, non sapevamo su
chi rispondere al fuoco. Maledetti. Erano più di
uno e avevano il vantaggio di non farsi scrupoli
nel colpire i "civili". In pochi secondi ho visto
molti dei nostri al tappeto, senza speranza di venire
soccorsi. Il manuale prevedeva che in caso di perdite
superiori al 75% si abortisse la missione. La situazione
era crollata. Qualcuno gridava di mettersi al riparo
sul tetto, che ci sarebbero stati gli elicotteri
e ci avrebbero portato in salvo. Io sapevo che quel
giorno, l'unico elicottero era un Hughes 500 e che
non portava più di quattro persone, compreso il
pilota.
Occhio e croce eravamo rimasti in diciotto. Il manuale
prevede di ritirarsi a coppie, facilitando la copertura
delle spalle. Io mi trovo vicino a Sally e con un
rapido sguardo di intesa ci comunichiamo le intenzioni.
Lei scatta per prima gettandosi nel corridoio e
proseguendo con passo da leopardo in direzione degli
ascensori. Svuoto i miei caricatori all'impazzata
su tutto ciò che può far fuoco su di lei. Nella
baraonda degli spari Sally raggiunge un pilastro
di fronte alle tre porte della tromba B, proteggendosi
dietro ad esso.
Per l'occasione siamo tutti in ghingheri e come
sempre dobbiamo muoverci nelle situazioni più assurde
con l'abbigliamento meno adatto. In addestramento
usavamo sempre delle comode tute militari. Penso
a ciò vedendo come sono ridotte le calze e il costoso
tailleur indossato da Sally. Ma non è il momento
per certe riflessioni. Mi strappo la giacca e la
cravatta di dosso e dopo il segnale di pronto della
socia corro verso di lei. Raggiunta la colonna Sally
mi fa notare che dalle fessure degli ascensori fuoriesce
denso fumo bianco, segno del propagarsi di un incendio
ai piani inferiori. Ma che cavolo sta succedendo?
Fino a un attimo prima era tutto normale.
Dannazione, noi venivamo proprio da là, e non si
poteva prevedere nulla di simile. Sembrava uno scenario
di crisi, simulato per mettere alla prova le nostre
reazioni. Escludo questa possibilità nel momento
in cui Sally viene colpita alla spalla da schegge
di calcestruzzo provocate da un proiettile di rimbalzo.
La ferita era profonda e prima che venisse inondata
di sangue provo a rimuovere i frammenti più grossi.
Sally non batte ciglio. Il mio intervento fu così
subitaneo che probabilmente le cellule nervose del
dolore non hanno avuto tempo di interfacciare completamente
con il cervello. Per lo shock, però, non riesce
più a muovere il braccio e respira affannosamente.
Eravamo addestrati a sparare con entrambe le mani,
Sally stringe i denti e riprende a fare fuoco con
l'arto illeso. Intorno il caos. Le luci principali
sono saltate e non riesco a vedere cosa succede
ai colleghi. A quest'ora qualcuno deve per forza
aver seguito la procedura di fuga come abbiamo fatto
noi; ed essere in vista.
Cerco di fare mente locale sulla posizione di tutti
al momento dell'attacco e ne deduco che solo io
e Sally ci troviamo vicini alla tromba B, gli altri,
presumibilmente, dovevano essere scampati nell'altra
metà dell'edificio. Di colpo una delle due porte
della scala di sicurezza si spalanca. Greg fa cenno
di raggiungerlo e sale in direzione del tetto. Sono
rimasti in nove. Grido che l'elicottero può trasportare
solo quattro persone e che inoltre non abbiamo garanzie
che coloro in grado di far volare quel mezzo riescano
a raggiungerlo. Il brevetto di elicotterista non
veniva fatto prendere a tutti. Ognuno ha le sue
specializzazioni. Né io, né Sally, né Greg siamo
in grado di salvarci la pelle con lo Hughes. E poi
trovandoci al decimo piano la via di fuga più breve
è comunque scendere. Non esce fumo dalle scale;
anche questo è strano. Oramai Greg è andato e bisogna
agire. Con la coda dell'occhio vedo il nemico avvicinarsi
sempre più. Sally urla "ora!" e fattomi segno di
procedere verso le scale, prende a sparare in direzione
del corridoio. La prassi prevede che della coppia
di lavoro sia l'agente ferito che faccia avanzare
l'altro per primo, coprendogli le spalle. Giunto
dietro la paratia, eseguo, a mia volta, un fuoco
di copertura affinché mi raggiunga. Vedo sul suo
viso una smorfia di dolore.
La ferita comincia a farsi sentire: il lato destro
della camicetta è intriso di sangue. Le schegge
devono averle reciso la succlavia. Maledizione che
non me ne sono accorto. Avrei potuto tamponare meglio,
pezzo di cretino che sono. Nella foga non si capisce
più niente. Sembrava di stare in aperto campo di
battaglia sotto il fuoco dell' artiglieria. La distanza
tra me e il pilastro pare un'enormità e vedo Sally
muoversi troppo lentamente. Cerco di tirare con
tutti i mezzi a mia disposizione contro quei bastardi,
ma sono troppi ed io ho un black-out nel sostituire
il caricatore, tra l'altro l'ultimo. Di colpo il
viso le si irrigidisce. Sally, faccia in avanti,
si accascia al suolo. No!!!... L'hanno colpita.
Maledizione, sono stato troppo lento. Adesso devo
capire l'entità delle lesioni. La distanza tra di
noi è all'incirca di tre metri. Troppo per provare
a trarla in salvo. Sally solleva faticosamente il
capo dicendomi di avere subito danni grado sei e
mi ordina di attenermi alla procedura standard.
Danni grado sei significa ferite che, senza immediato
intervento sanitario, provocano la morte entro centoventi
secondi. Quindi è mio dovere seguire la direttiva
primaria di ogni missione e salvare la pelle. Ancora
una volta, senza pensare, agisco d'impulso, quell'impulso
forgiato da anni di addestramento e missioni, e
percorro velocemente le rampe in salita. Ogni secondo
aumenta il peso che grava sulla mia coscienza. La
mia voce interiore non mi lascia in pace. Sono forse
impazzito? Non sono stato in grado di proteggere
la mia collega in difficoltà e la lascio crepare
in quel modo. Che uomo sono diventato? E poi, perché
salgo, visto che era mia intenzione scendere? Al
diavolo i regolamenti della NSE. Ad ogni passo mi
sento peggio. Il sudore che percepisco sulla pelle
non è dovuto allo sforzo fisico ma all'insostenibile
consapevolezza di aver fatto un errore irrimediabile
e di non poter tornare indietro per riparare. Tra
l'altro nutro una grandissima stima e rispetto per
Sally. Tra tutte le agenti ho un debole proprio
per lei. A causa dei ferrei regolamenti non ci è
permesso di approfondire le amicizie. Tutto deve
rimanere a livello professionale. Nessuno di noi
conosce nemmeno le vite private dell'altro, ammesso
che le avessimo. Ma come era riuscita, Sally, in
quelle condizioni a parlarmi?
Ciò significa che aveva ancora polmoni e cuore a
posto e quindi non poteva avere danni grado sei.
Mi ha ingannato, voleva che mi salvassi. Con una
disperata volontà di poter fare ancora qualcosa
per lei, torno indietro verso il pianerottolo del
decimo piano. Non c'è più nessuno. Riesco solo a
intravedere esplosioni che squarciano le pareti
divisorie in cartongesso e le porte degli uffici.
Attraverso il corridoio, che da sulla vetrata frontale,
scorgo due elicotteri militari Lynx armati di cannoni
da 32 mm scaricare bordate contro l'edificio. Cosa
c'entra adesso l'esercito e che scopo ha il loro
intervento? Su chi sparano, su noi o sugli uomini
della talpa? Improvvisamente un lampo di luce. Le
vetrate di cristallo della sede dell'NSE furono
investite da un'onda d'urto provocata dall'esplosione
di un missile aria-aria. Ancora un istante e avrei
sentito il tremendo boato e il violento spostamento
d'aria sulla pelle, e i frammenti mi avrebbero sbucciato
come una grattugia. Ma come era iniziato tutto quel
casino?
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