Sono morta alle 12:50 d'una soleggiata mattina di aprile. Anche se, in verità, m'era già successo un paio di volte e altre sarebbero seguite. Ma, fino ad allora, avevo mantenuto la determinazione di tornare a vivere. Quel giorno, invece, ero stata tentata di non farlo. Finché m'era rimasto un minimo di lucidità avevo mantenuto fede alle sue convinzioni (certo, non le mie)e vivevo la vita come una scommessa, anzi, un gioco da accettare fino in fondo. Ed ero arrivata al punto d'aver saputo accettare tutti i suoi difetti mal sopportando i miei. Ecco perché era stato facile affibbiarmi l'etichetta di pazza suicida. Ma ero innocente. E innamorata. Il mio paradiso non l'attendevo più, in compenso con Giovanni avevo trovato l'inferno. Quella terza morte fu la più leggera di tutte. Sospettavo già da tempo che il mio futuro sarebbe stato quello d'una 'viva morente' con una gran bella agonia davanti a sé. Ecco perché presi, allora, una decisione radicale per accorciare i tempi. A che serviva recuperare il passato se non sapevo misurarmi con l'avversario presente? Per continuare a vivere, dovevo sfidarlo. Ma prima dovevo capire il suo gioco. UNO Avevamo affittato un piccolo appartamento sul mare. Era stata l'unica indicazione di Giovanni da cui non si poteva derogare. "Non importa com'è: basta che si veda il mare", era stato tutto quello che ebbe da dire sull'argomento. Ero stata abbastanza fortunata visto che la mia ricerca d'un appartamento vista mare e ammobiliato (l'ordine era stato rigorosamente questo) fu di complessive quarantotto ore. Girovagando per chilometri di 'vendesi', in una fredda mattina di gennaio e dopo soli ventuno giorni dall'inizio della nostra storia, Giovanni aveva deciso che sarebbe stato opportuno passare al mare tutti i nostri momenti liberi. Io m'ero limitata a guardarlo (attività che più di tutte mi riconciliava col mondo), sorridendo stupita. Giovanni Martinetti, classe 1951 più Giulia Parolini, trentasei anni, uguale ottantotto anni in libertà. Pensiero stupendo. Che io non riuscivo a tradurre in parole. Lui, invece, l'aveva pensato, detto e mandato a fare. Dopo una cena banale, tra una mousse al cioccolato ed un bicchiere di grappa. Non ho mai saputo cosa animasse la sua mente, all'epoca. Ma so cosa c'era nel mio cuore. Sono le quattro del pomeriggio e dovrei decidere. DUE La realtà era più semplice di quella che mi ostinavo a non voler vedere: lui era un sostituto procuratore della repubblica italiana di cinquantadue anni, io, una finta giornalista in carriera più giovane di sedici anni. C'eravamo conosciuti durante un'intervista che avevo inseguito per oltre due mesi. Vedovo, con una figlia di ventiquattro anni ancora a carico, risposato lui, divorziata e ri-maritata, io. Lavoro in stabile fase ascendente lui, a picco per me. Giovanni era un uomo di buon senso io, come donna, lo ero molto meno. Insomma, mi ostinavo a voler credere che la nostra non potesse somigliare a tutte le altre storie nel mondo. Perché con lui io m'ero costruita il mio. C'era solo un particolare: mostravo un vero talento nel presentare le cose per quelle che non erano. E il mio vittimismo, almeno fino a quando Giovanni s'infilò nella mia vita, richiedeva massima attenzione. Avrei solo voluto sapesse che, prima d'allora, non c'erano stati palpiti o brividi. Quando gli parlavo, lui annuiva. Tra una sigaretta ed un bicchiere di grappa, alla fine d'una cena qualsiasi, prima di rientrare a casa per il fine settimana. Sono le quattro e dieci e potrei decidere. TRE Sentimenti irrilevanti, esistenza gradevole o ben protetta? Niente del genere: stare con lui era come fare un bagno a mezzanotte: non ci capitavi lì, per caso, dovevi andarci di tua spontanea volontà. E, soprattutto, costringerti a farlo. Io ero come una tragedia di occasioni mancate, lui, come uomo, un'idea continua separata dalla sua realizzazione. O, forse, la metamorfosi dell'estraneo familiare. Avevamo varie possibilità di stare insieme, tutte prive d'urgenza. E tutte necessarie per l'anima. Tra tedio e comodità, bugie e sentimenti, ci castigavamo infliggendoci piaceri temporanei. Anche se io volevo credere alla prospettiva di piaceri eventualmente più duraturi. Le quattro e un quarto e vorrei decidere. |