Fili di ragno
Chiarezza breve d’acque
sopra fondali scuri: così morde
il ricordo d’un alba - a Metaponto -
quand’ero arco teso dalla pena.
Roma, corrusca idea d’un canto in libertà,
si fece schiocco duro
nella quiete: davanti avevo danze
di polvere sul fico, convegni d’ombre
sotto spade d’agavi, indizi di luce
sulle barche al secco, gialli a smemorare
d’una terra esangue, rosa di mare
che m’imbianca. Soffoco
al centro del tempo, lo sciabecco
s’irrita sull’onda, nessuno accorre
all’urlo delle spume: se conoscessi
l’arte del poeta
farei sentire il taglio dell’assenza,
il muco trattenuto, l’eco
nei buchi neri .Ma sono miele avaro
d’arnie mute, rantolo di fumo
in mezzo alle fessure, fluido
che invano insegue il fiume…
Scheggia dello sperma siderale,
sul niente mi aggrappo a fili di ragno.
Mediterraneo
(morte di Ulisse)
Non canta più, il poeta. Inerme,
senz’ascolto, si lecca le ferite
alla frescura d’ombre
di cantine. “Dove cercarlo, il canto,
se neanche nei pantàni gracida
una rana, se più non fischia
il vento fra le canne...”, confida
- senza fiato - a uno specchio
il fanciullo saggio
escluso dalla storia, travolto
dagli eventi. E sbianca
nel frinìo della notte,
solo un prodigio
lo tiene ancora in piedi. Arde
il pianeta, cade la pietà
su ogni via, si rompe a ogni passo
il dialogo fecondo
con la luna; è morto, Ulisse… Ma, io,
di Odisseo avverto
il fiato sulle onde, nel Meditteraneo,
ove l’arte del sogno è cibo
degli dei, miele dei poveri.
Delicata miseria
di cafoni e sfarzi tumultuosi di gentili
oscillano nei venti
radunati sulle vigne: il sale
negli ulivi, il cipresso taglia
un filo azzurro agli ultimi orizzonti
nel giallo sconfinato dei limoni.
Novembre
Mi muovo nel tempo, accolgo
gli attriti, scambio calore
con agavi e stelle, respiro;
ma, a notte, la luna non guida
il mio passo di fango né dice
parole sensate: nel sangue
prociugato
mi sento nella stizza della carne
ai lampi d’un sole
obliquo sul prato. Un tepore
inconsueto balbetta sui marmi,
turba il silenzio
d’estreme dimore:
la stele resiste all’oltraggio
dei venti, agl’inganni
dell’acqua, all’oblio, intatta
nell’arbitrio delle ombre.
Calpesto mummie
di foglie cadute, mi apro
al sospiro degli alberi spogli -
scheletri a sventrare
l’ansia di morte
in un’aria che pesa piu d’un peccato -
e voglio
calmi rumori di vita (un filo
di brina, un barbaglio di luce,
un salto di quaglia
sulla rugiada) nell’erba di gelo
alle soglie del cuore.