"La badessa di Castro" Marie-Henri Beyle (Stendhal), Edizioni Clandestine 2003


Il melodramma italiano ci ha così spesso fatto vedere i briganti del Cinquecento, e in tanti ne hanno parlato, senza tuttavia conoscerli, che noi abbiamo su di essi le idee più sbagliate. Si può dire che , in genere, i briganti rappresentarono l'"opposizione" contro gli efferati governi che si insediarono in Italia dopo le repubbliche del Medioevo. Il nuovo tiranno fu di solito il cittadino più abbiente della defunta repubblica, il quale, per guadagnarsi l'appoggio della massa, adornava la città con magnifiche chiese e bei dipinti. Tali furono i Polentani di Ravenna, i Manfredi di Faenza, i Riaro di Imola, gli Scaligeri di Verona, i Bentivoglio di Bologna, i Visconti di Milano, e infine i Medici di Firenze, meno bellicosi ma più ipocriti di tutti gli altri. Non c'è storico di questi piccoli stati che abbia osato riferire degli avvelenamenti e degli innumerevoli assassinii orditi dalla paura che perseguitava quei piccoli tiranni: quei noiosi storici erano alle loro dipendenze. Bisogna tener conto del fatto che ogni tiranno conosceva uno ad uno i repubblicani che lo osteggiavano (Cosimo granduca di Toscana, ad esempio, conosceva lo Strozzi) e che molti tiranni furono assassinati, e allora capirete la complessità del Cinquecento, l'odio profondo e l'eterno sospetto che conferirono tanto ingegno e tanto coraggio agli Italiani del Cinquecento e tanta genialità agli artisti di quel secolo.
Vi renderete conto che passioni così intense impedirono la nascita di quel risibile pregiudizio che all'epoca della signora di Sévigné si chiamava l'"onore" e che si riconduce essenzialmente al sacrificio della propria vita per servire il signore di cui si è nati sudditi e per essere amati dalle dame. In Francia, nel Cinquecento, la condotta di un uomo e il suo reale valore non potevano manifestarsi e provocare l'ammirazione se non attraverso gesta temerarie sul campo di battaglia o nei duelli; e siccome alle donne piace il coraggio e specialmente l'audacia, i giudici supremi del valore di un uomo furono appunto le donne. Nacque lo "spirito di galanteria", che predispose via via l'annullamento di tutte le passioni, e perfino dell'amore, a tutto guadagno di quel terribile tiranno al quale ognuno di noi è sottomesso: la vanità. I re si misero a salvaguardare la vanità, e ben a ragione: da qui l'impero delle onorificenze. In Italia un uomo si distingueva con ogni genere di merito, coi gran colpi di spada come con le scoperte negli antichi manoscritti: prendete il Petrarca, l'idolo del proprio tempo. Una donna del Cinquecento amava un uomo sapiente in greco più di quanto avrebbe amato un uomo rinomato per il valore militare. Si accesero allora delle passioni, e non già la consuetudine della galanteria. Ecco la grande differenza tra l'Italia e la Francia, ecco perché l'Italia ha visto nascere Raffaello, Giorgione, Tiziano e Correggio, mentre la Francia generava tutti quei coraggiosi capitani del secolo decimosesto, oggi così dimenticati, ognuno dei quali, tuttavia, eliminò così gran numero di nemici. Domando scusa per queste dure verità.
Comunque sia, le vendette tremende e "necessarie" dei tirannelli italiani del Medioevo guadagnarono ai briganti il cuore del popolo. Senza dubbio si odiavano i briganti quando rubavano cavalli, grano, danaro, quanto insomma era necessario loro per vivere; ma, in fondo, il cuore del popolo era per loro; e le ragazze del villaggio preferivano il giovanotto che, una volta nella vita, era stato costretto "a darsi alla macchia", cioè a scappare nei boschi e a cercar rifugio presso i briganti inseguito a qualche grossa imprudenza. Ancora oggi, è certo, tutti temono di incontrare i briganti; ma quando poi sono puniti, ognuno ne ha compassione. Il punto è che questo popolo così sagace, così spensierato, così sollecito a emozionarsi per gli scritti a stampa approvati dalla censura dei suoi padroni, legge abitualmente poemetti che raccontano con ammirazione della vita dei più famosi briganti. Quello che di eroico c'è in queste storie commuove l'anima artistica sempre viva "nella plebe" e, d'altra parte, questa è talmente stanca delle lodi ufficiali tributate a certe persone che quanto non è ufficiale in codesto genere le va diritto al cuore.
C'è da dire che il volgo in Italia patisce di alcune cose di cui il viaggiatore straniero non s'accorgerebbe mai, anche se vi rimanesse dieci anni. Quindici anni fa, ad esempio, prima che la saggezza dei governi avesse soppresso il brigantaggio, (é Gasparone, l'ultimo brigante. Nel 1826 si mise a trattare col governo. Fu rinchiuso nella fortezza di Civitavecchia con trentadue dei suoi uomini. Soltanto la mancanza d'acqua sulle cime dell'Appennino dove s'era nascosto poté costringerlo ad arrendersi. E' un uomo di spirito, e d'aspetto piuttosto piacente), non era raro che i banditi vendicassero con le loro imprese le violenze dei governatori di piccole città. Questi governatori, giudici assoluti il cui salario non supera gli otto scudi mensili, sono naturalmente agli ordini della famiglia più importante del luogo, la quale perciò, in questa semplice maniera, opprime i propri nemici. Se non sempre i briganti riuscivano a punire quei piccoli governatori tirannici, almeno se ne infischiavano e talvolta li sfidavano, il che non è poco agli occhi di un popolo intelligente come quello italiano. Un sonetto satirico lo conforta da tutti i suoi mali, e un torto non è mai dimenticato. Ecco un'altra differenza fondamentale tra l'Italiano e il Francese. Nel Cinquecento, se il governatore di una contrada condannava a morte un povero terrazzano preso di mira dalla famiglia più potente, non era raro il caso che i briganti assaltassero la prigione e cercassero di liberare il prigioniero.
Da parte sua la famiglia eminente, dal canto suo, non fidandosi molto degli otto o dieci soldati posti dal governo a difesa della prigione, armava a sue spese una guardia di soldati provvisori. I "bravi" rimanevano nelle vicinanze della prigione ed erano incaricati di scortare fino al luogo dell'esecuzione il povero diavolo la cui morte era stata stabilita a suon di danari. Se nella famiglia influente c'era un giovane, questi si metteva alla testa di quei soldati improvvisati. Un simile stato di civiltà, ne convengo, è un'offesa alla morale: oggi noi abbiamo il duello, la noia, e giudici che non si corrompono; ma quei costumi del Cinquecento erano meravigliosamente adatti a formare uomini degni di questo nome. Molti storici, ancor oggi celebrati dalla stanca letteratura accademica, han tentato di mascherare uno stato di cose che intorno al 1550 creò dei temperamenti così grandi. Le loro accorte menzogne ebbero come ricompensa tutti gli onori di cui potevano disporre i Medici a Firenze, gli Estensi a Ferrara, i viceré spagnoli a Napoli, eccetera. Un povero storico, il Giannone, ha voluto scoprire uno scorcio di verità, ma, poiché non ha osato dire che una piccolissima parte dei fatti, e anche questa in forma esitante e confusa, egli si è rivelato uno scrittore molto noioso: il che non gli ha impedito di morire in prigione a ottantadue anni il 7 marzo 1758. Quando si vuol conoscere la storia d'Italia, è necessario prima di tutto evitare di leggere gli scrittori generalmente riconosciuti: in nessun paese è stato meglio individuato quale valore la menzogna, in nessuno essa è stata meglio ricompensata. (Pieni di menzogne sono Paolo Giovio, vescovo di Como, l'Aretino, e cento altri meno divertenti, sottratti all'infamia grazie alla noia che suscitano, Robertson, Roscoe.
Il Guicciardini si vendette a Cosimo Primo, che si burlò di lui. Ai nostri giorni il Colletta e il Pignotti hanno scritto la verità: l'ultimo con il continuo timore d'esser destituito, benché si proponesse di far pubblicare la sua opera solo dopo la sua morte.) Le prime storie scritte in Italia all'indomani della grande barbarie del secolo nono, fanno già menzione dei briganti, e ne parlano come se esistessero da tempo immemorabile. (Si veda la raccolta del Muratori). Quando avvenne che, disgraziatamente per la gente perbene, per la giustizia e per il buon governo, ma fortunatamente per le belle arti, le repubbliche del Medioevo furono liquidate, i repubblicani più risoluti, quelli che amavano la libertà più della maggioranza dei loro concittadini, si rifugiarono nei boschi. Il popolo, oppresso com'era dai Baglioni, dai Malatesta, dai Bentivoglio, dai Medici e così via, naturalmente amava e rispettava i loro nemici. Le violenze dei tirannelli che succedettero ai primi usurpatori, le crudeltà, ad esempio, di Cosimo Primo, granduca di Firenze, che commissionava perfino a Venezia, perfino a Parigi, gli assassinii dei repubblicani che si erano rifugiati là, fornirono seguaci a quei briganti. Per fare riferimento soltanto ai tempi vicini a quelli in cui visse la nostra eroina, negli anni intorno al 1550, Alfonso Piccolomini duca di Monte Mariano e Marco Sciarra furono a capo con buon successo di bande armate che nei pressi di Albano sfidavano i soldati del papa all'epoca molto valorosi. La zona delle imprese di questi famosi capi che il popolo ancora oggi ammira, andava dal Po e le paludi di Ravenna fino ai boschi che al tempo coprivano il Vesuvio.
La foresta della Faiola, così celebrata per le loro gesta, situata a cinque leghe da Roma sulla via di Napoli, era la base operativa di Sciarra, il quale, sotto il pontificato di Gregorio Tredicesimo, riuscì talvolta a mettere insieme anche parecchie migliaia di uomini armati. La storia dettagliata di questo famoso brigante sembrerebbe incredibile agli occhi della generazione attuale perché non si riuscirebbero a comprendere le ragioni dei suoi atti. Egli non fu battuto che nel 1592. Quando vide che le sue attività volgevano al peggio, si mise a trattare con la repubblica di Venezia e passò al servizio di questa coi suoi soldati più fedeli o, se si vuole, più colpevoli. Di fronte alle proteste del governo romano, Venezia, che aveva firmato un accordo con Sciarra, lo fece assassinare e inviò i suoi valorosi soldati a difendere dai Turchi l'isola di Candia. Naturalmente la saggezza veneta ben sapeva che a Candia infuriava una micidiale pestilenza, e in pochi giorni dei cinquecento soldati che Sciarra aveva condotto con sé al servizio della repubblica ne rimasero solo sessantasette. La foresta della Faiola, i cui enormi alberi sorgono su di un antico vulcano, fu l'ultimo teatro delle gesta di Marco Sciarra. Chiunque ci sia passato vi dirà che è il posto più bello di quella incantevole campagna romana, il cui aspetto cupo sembra fatto apposta per la tragedia. Essa cinge col suo nero fogliame le vette del monte Albano.
Noi dobbiamo questa stupenda montagna ad una eruzione vulcanica che precedette di parecchi secoli la fondazione di Roma. In un tempo anteriore ad ogni storia essa emerse nel mezzo della vasta pianura che una volta si allungava tra gli Appennini e il mare. Monte Cavo, che si innalza cinto dalle cupe ombre della Faiola, ne è la sommità. Si vede da ogni luogo, da Terracina e da Ostia come da Roma e da Tivoli, e l'orizzonte di Roma così conosciuto dai viaggiatori è chiuso a mezzogiorno dai colli albani, oggi traboccanti di ville. Sulla vetta di Monte Cavo un convento di monaci neri ha preso il posto del tempio di Giove Feretrio, dove i popoli latini venivano a compiere sacrifici in comune e a rinsaldare i legami d'una specie di federazione religiosa. Protetto dall'ombra di superbi castagni, il viaggiatore giunge in poche ore ai piedi degli enormi blocchi diroccati del tempio antico; ma sotto quelle ombre cupe, così piacevoli in un clima caldo come quello del Lazio, guarda con apprensione verso il cuore della foresta: ancora oggi egli ha paura dei briganti. Arrivato sulla vetta di Monte Cavo, si accende il fuoco tra le rovine del tempio per preparare da mangiare.
Da questo luogo, che domina tutta la campagna romana, quando è l'ora del tramonto, si riesce a vedere il mare, e sembra che sia a due passi benché in realtà disti tre o quattro leghe. Si distinguono le più piccole barche, e, col più semplice dei cannocchiali, si possono contare le persone che vanno a Napoli sul bastimento a vapore. Da tutti gli altri lati la vista spazia su una splendida pianura che termina a levante con l'Appennino, sopra Palestrina, e a settentrione con San Pietro e gli altri edifici di Roma. E non essendo Monte Cavo molto alto, l'occhio distingue i minimi particolari di questo sublime paesaggio che potrebbe fare a meno di descrizioni storiche, e tuttavia ogni gruppo d'alberi, ogni pezzo di muro in rovina, scorto nella pianura o sul pendio della montagna, ricorda una di quelle battaglie raccontate da Tito Livio, esemplari per il patriottismo e per il valore. Ancora oggi, per salire agli enormi blocchi formanti i resti del tempio di Giove Feretrio, i quali servono da muro di cinta al giardino dei monaci neri, si può seguire la "via trionfale" percorsa un tempo dai primi re di Roma. E' lastricata con pietre tagliate molto regolarmente; e se ne trovano dei lunghi tratti in mezzo alla foresta della Faiola. Ai bordi del cratere spento che oggi, riempito di un'acqua limpida, è divenuto il lago di Albano di cinque o sei miglia di circonferenza, così profondamente incassato tra le rocce di lava, era situata Alba, madre di Roma, distrutta dalla politica romana fin dai tempi dei primi re. Qualche secolo più tardi, a un quarto di lega da Alba, sul versante che guarda il mare, è sorta Albano, la città moderna, separata dal lago da una parete di rocce che nascondono il lago alla città e la città al lago. Quando la si scorge dalla pianura, le sue bianche case spiccano sullo sfondo della scura e profonda vegetazione della foresta così cara ai briganti e così spesso nominata, la quale circonda da ogni lato la montagna vulcanica.
Albano, che conta oggi cinque o seimila abitanti, nel 1540 non ne aveva tremila, allorquando la famiglia Campireali, di cui stiamo per raccontare le sventure, fioriva tra le più potenti. Riporto questa storia da due voluminosi manoscritti, uno romano e l'altro fiorentino. A mio grande rischio ho osato riprodurne lo stile, che somiglia a quello delle nostre vecchie leggende. Lo stile così sottile e misurato del nostro tempo mi pare che non sarebbe andato d'accordo con le azioni raccontate e soprattutto con le riflessioni degli autori. Essi scrivevano verso il 1598. Chiedo venia al lettore per loro e per me.