| "Black
Out " Claudio Gianini, Edizioni Clandestine 2004
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Buio.
Molto buio. Sono a letto, ho gli occhi chiusi. Per questo è
buio. E allora li apro di scatto, come chi si sveglia di soprassalto
da un sogno angoscioso. Ma il mio incubo, anziché terminare,
comincia proprio in questo istante. Perché è ancora
buio. Non vedo niente. Il panico sta per assalirmi quando intravedo
una flebile luce filtrare attraverso la persiana. I fari di un’auto.
Ci vedo ancora. Non sono ancora diventato cieco. Il cuore ritrova
il proprio ritmo.
Qualche tempo fa il medico mi disse che avrei perso la vista. Una
degenerazione del nervo ottico, aveva detto. Inspiegabile. Da allora
vivo con il terrore di svegliarmi una mattina per scoprire di non
poter più vedere il mondo attorno a me. Forse non sarebbe una
grande perdita, ma preferirei non dover verificare che effettivamente
è così.
Sono sdraiato e mi gira la testa. Sicuramente ho bevuto troppo, ieri
sera, come mi capita spesso da un po’ di tempo. Ma non riesco
a ricordare nulla. Né dove ho bevuto, né con chi. Né
tanto meno cosa. Certamente vodka alla pesca. Chissà come,
ho preso gusto ad ubriacarmi di vodka.
Allungo la mano tra le lenzuola, ma lei non c’è. Se ne
è andata qualche giorno fa. Meglio così. Tra noi non
era rimasto più nulla. Solo un muro di totale indifferenza
reciproca. Fare l’amore significava semplicemente scopare. Nessun
coinvolgimento emotivo. Solo due corpi che fanno esercizio fisico,
che espletano delle funzioni biologiche. Come mangiare. O dormire.
Dormire.
Svolgere questa semplice funzione mi riesce sempre più difficile.
Forse per questo ho cominciato a bere. Per lo stordimento causato
dall’alcool. Ma lo stordimento poi non è stato più
sufficiente. Così ho progressivamente aumentato la dose. Ma
ora dormo poco anche quando sono ubriaco. Forse voglio solo dimenticare
che un giorno non lontano non sarò più in grado di vedere.
Dormire.
Difficile dormire, per me. Come mangiare senza denti. O come pisciare
avendo la prostata devastata.
Lori, Lori. Le mie labbra si piegano alle parole scandite nella mente.
Ma da esse non scaturisce alcun suono. Lori se ne è an-data.
Se ne è andata qualche giorno fa, portandosi via il suo cor-po
da favola. Ma con la testa e con il cuore non c’era più
già da molto prima. Aveva un altro, naturalmente. Non lo ha
mai con-fessato, ma io non sarei il bravo investigatore che sono se
non lo avessi capito da solo.
Allungo la mano verso il comodino. Cerco a tentoni il pacchetto di
sigarette e l’accendino. Ho cominciato a fumare tre anni fa,
all’età di trentadue anni. Che imbecille. Solo un cretino
inizia a fumare così tardi. Ma l’ho fatto per lei, perché
lei fumava. Così, mentre lei progressivamente calava il numero
di mozziconi da spegnere in una giornata, io progressivamente lo aumentavo.
Stronzo che sono. Ora sono quasi arrivato ai due pacchetti giornalieri.
E lei non fuma più. Fanculo. “Bacco, tabacco e Venere
riducono l’uomo in cenere”. Fanculo un’altra volta.
Magari finissi in cenere, morto e cremato.
Così non vedrò il giorno in cui non vedrò.
Ma in questo momento per ridurmi in cenere mi manca Vene-re. Quindi
tra dieci minuti mi masturberò sotto la doccia, imma-ginando
che Lori sia lì con me.
Aspiro una lunga boccata dalla sigaretta e penso al suo pube glabro.
Se lo radeva sempre. Tutte le mattine. Una volta mi aveva consentito
di osservarla mentre compiva quell’operazione. E dopo avevamo
fatto l’amore, quando ancora quell’atto tra noi aveva
quel significato. Era sempre liscio, il suo pube. Mi piaceva accostare
le mie labbra a quelle labbra. Baciarla fino a farla godere.
Ecco, dannazione! Con l’erezione che adesso buca i miei boxer
non riuscirò a pisciare per diversi minuti. Penso ad altro,
o almeno ci provo. Ascolto i rumori da fuori.
Piove. Piove da giorni, ormai. Da quando Lori se ne è andata.
Se ne è andata nel primo giorno di una pioggia avara che non
cadeva da settimane intere. E adesso non smette più.
Non smette più.
Spengo la sigaretta, ormai fumata fino al filtro, dentro il posacenere.
Forse dovrei vuotarlo. Dopo. Ora mi serve il cesso.
Cerco il filo dell’abat-jour. Click. Non si accende. Click.
Sarà bruciata la lampadina. Bel modo di cominciare una domenica.
Premo l’interruttore del lampadario centrale. Ma resta spento
anche quello. Due lampadine fulminate sono una coincidenza troppo
grossa. È certamente il salvavita. Ogni tanto salta. Troppo
sensibile. Come una vergine al tocco del primo uomo con cui andrà.
Sospiro e mi metto a sedere sul letto, i piedi nudi appoggiati al
pavimento gelido. Mi gira ancora la testa e anche se l’oscurità
è assoluta vedo tutto ruotare. Pian piano ogni cosa rallenta,
fino a fermarsi. Mi alzo, l’accendino in una mano. Le gambe
mi tremano troppo perché possa avventurarmi completamente al
buio alla ricerca del pannello dei salvavita.
Sono stordito, ho dormito poco e male, è mattina presto. Ma
alla tenue luce della fiammella dell’accendino sono certo di
non sbagliarmi. I salvavita sono a posto. Il problema non è
qui. Apro la finestra e spalanco una persiana. Una ventata gelida
mi stringe in una morsa. Fuori non c’è una sola luce
accesa. Il buio sarebbe totale se non fosse per i fari delle auto
in transito nelle strade di questa caotica Milano. Gente che non è
ancora andata a letto frammista a gente che è già in
piedi. Scrollo le spalle e chiudo la finestra. Il problema non è
mio, evidentemente, ma dell’ENEL.
Mi dirigo verso il bagno con l’accendino ad illuminarmi la strada.
Si spegne, mi sono mosso troppo in fretta. Nel tentativo di riaccenderlo
mi ustiono il polpastrello del pollice sulla rotella zigrinata, divenuta
incandescente per il prolungato contatto con la fiamma. Impreco e
procedo a tentoni verso la porta del bagno. Afferro la maniglia, apro
la porta. Entro. Scivolo e perdo l’equilibrio prima che possa
fare il benché minimo tentativo di aggrapparmi a qualcosa.
Al vuoto, al buio.
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