"Ciò che ti avrei voluto dire" Mautizio GRandi, Edizioni Clandestine 2004

Il mio senso dell’amore ha il tuo volto.

Questa frase, dissi questa frase alle sei del mattino, in spiaggia, a una donna, una ragazza, quarant’anni, diciassette per me, dentro me. Quella donna, quella ragazza, più donna di qualunque altra avessi mai incontrato. E questa frase, il mio senso dell’amore ha il tuo volto, era la sintesi, il significato di quel momento, essenza di quello che era stato per me incontrarla, prima e ora, adesso. Que-sta frase piuttosto che tante altre frasi che avrei potuto dirle. Ma questa frase, guardando lei ora, questa frase, pulita di ogni suggestione, era semplicemente vera.
E lei, quella donna, quella ragazza, sorrise in silenzio perché, credo, avesse capito che non erano parole scelte fra repertori di frasi fatte, o dette per farle piacere. Ero io, la parte più profonda di me, a parlare, a dire parole che sembravano, anche a me che le ascoltavo, mai pensate prima di adesso. O prima di ieri sera, per esempio.
Sembrava tutto uguale qui, persino gli stessi profili degli hotel dietro di lei. E il mare, intanto il mare, si riversava tranquillo sulla spiaggia, poi si ritirava, lentamente, fino all’onda successiva, e poi ancora si riversava e si ritirava, lentamente, e di nuovo ancora. La spiaggia e il mare, come un modo di dialogare fra loro, incuranti del resto. Due anziane sull’uscio di casa che parlano mentre i bambini giocano nel cortile. E i bambini eravamo noi. Io e quella donna, quella ragazza, che camminava di fianco a me mano nella mano. E in un momento come quello, dopo oggi, dopo ieri, anche camminare mano nella mano non era banale. Niente lo era. Non le colline sullo sfondo, morbide e affusolate prima di cadere a picco sul mare, chiaramente distinte nell’aria tersa, pulita dal vento della notte. Vento di temporali lontani, dall’entroterra.
E non era banale la sagoma delle colonie, quasi davanti a noi. Le colonie, direttamente sulla spiaggia. Spiaggia di poche persone, anziani col giubbino e i pantaloni risvoltati in su per stare a mollo nell’acqua. In quella stessa spiaggia di quello stesso mare. E neanche questo sembrava banale a pensarlo anche se in fondo era proprio così, tutto uguale, già visto. Anche il bagnino che spazzava la passerella, e noi a guardarlo, a guardare quel gesto ripetuto e anonimo che assorbiva la nostra attenzione. Ma era solo una pausa per staccare un momento da adesso.
Storie complicate, altre semplici da dire. Era tempo che scappava via in fretta questo, tempo che non si riesce a raccontare, troppe cose assieme. Eppure se quel bagnino avesse fatto caso a noi gli saremmo sembrati l'ennesima versione di una storia già vista tante altre volte, e in fondo non avrebbe avuto torto. Ma adesso era presto per capire, per stare lì a pensarci. Squarci di esistenze assieme a lei che non avevo mai vissuto. E a immaginarle mi parvero possibili. E poi no, che non avrebbero mai potuto essere.
Alla fine mi restarono le ombre di noi sulla sabbia per cercare di pensare ad altro. Così per alcuni secondi, poi fu lei a parlare.
Quella frase… quella frase che hai detto prima…
(E intanto la osservo, osservo i suoi capelli neri che non gli arrivano sulle spalle, e fra i capelli neri alcuni fili bianchi. Lei non si tinge i capelli, non se li tingerà mai, fa parte della sua persona essere così, lo so, e saperlo mi emoziona).
… non avresti dovuto dirla.
E’ la verità.
Io.
Per questo.
Lei.
Non avrei dovuto conoscerti.
Io.

Non avrei dovuto incontrarla, allora…