| "Confessioni
di uno scrittore impazzito e del suo dottore" C. Bimbi,
Edizioni Clandestine 2004 |
Sono assediato. Trenta metri il diametro di questo piazzale: quindici
l’altezza del muro che lo delimita e mi divide dal mondo. La
polvere offusca la visuale alzandosi leggera sotto un filo di ven-to
il cui rumore si avverte appena.
Un enorme vecchio anello di cemento incornicia le nuvole livide che
si muovono veloci sopra la mia testa, ansiose di superare il tempio
dei sofferenti: osservandole sento la mente dissolversi in cerca di
paesaggi diversi e meno consueti.
Vorrei accarezzare ancora i miei lunghi e invidiati capelli neri,
sentirli ondeggiare sotto la delicata brezza dell’imbrunire...
al contrario, passo una mano sul cranio liscio e umido di sudore.
Il caldo è insopportabile. E’ penoso e quasi buffo vedere
gli altri pazienti, che cercando un po’ di tepore, finiscono
per spostarsi pe-riodicamente come ordinate masse di uccelli seguendo
passo pas-so tutti i movimenti d’ombra del piazzale. Alcuni
camminano in-cessantemente a pochi centimetri dal muro, altri emettono
suoni inumani, lamenti o meglio guaiti di solitudine e sottomissione.
La mia presenza qui forse non è un caso. Questi uomini hanno
perso il senno in modo illogico e disordinato: io invece, sono la
prova vivente che la degenerazione e la follia rappresentano l’unica
via percorribile dall’uomo per salvarsi dalla fine di ogni cosa.
E’ ovvio! I pensieri e le azioni di un essere particolare sono
state interpretate dalla massa di normaloidi giudicanti come un pericolo,
un danno per il tranquillo svolgimento di una vita democratica e serenamente
falsa quanto totalmente inutile. Gli estimatori della vita in olocopia
preferiscono recidere la realtà dei fatti, spezzare in fretta
il cordone del profetismo insito nelle mie parole.
Quello che vi accingete a percorrere, è un cammino irto e lungo,
ma se riuscirete a non perdere la mano di chi vi guida farete ap-prodare
la vostra mente in un lido di nuove consapevolezze: capirete che una
volta scoperta la reale natura dell’indole umana, non esiste
limite in grado di bloccare le intenzioni. Ed è sottile la
differenza fra violenza e ciò che sembra violenza, fra morte
e ciò che è apparenza di morte.
Mi presento, il mio nome è Alan Bergstorm. Ho 43 anni: scrivo
dal narcocomio criminale di Lancity. Sono nato il 22 marzo del 1997,
in una serata intensa e piena di stelle, poco prima che la co-meta
di Hale-Bopp si allineasse all’orizzonte scomparendo.
Mio padre non si stancava mai di parlarci di quella curiosa coincidenza,
oltretutto la stessa notte una parziale eclissi di luna oscurò
il fondale del cielo per qualche minuto, e le due lunghe code del
corpo celeste si accesero di un fascino ancor più raro: "la
cometa e le sue scie mi hanno portato voi" ci diceva spesso da
piccoli "E non finirò mai di ringraziare le stelle per
questo dono". I suoi occhi si smarrivano continuamente negli
astri e la sua voce ci ip-notizzava con strane teorie sull’origine
della vita. Il mio vecchio vedeva mani enormi poggiare scimmie sul
suolo terrestre, sognava la presenza di lontane civiltà mai
tornate in contatto con l’uomo, rideva di tutti gli avvistamenti
e di tutti gli stupidi misteri che avevano incrostato una generazione
intera: lui cercava qualcosa di più, la lontana speranza di
non essere solo.
Uno dei giorni più brutti della mia vita fu quello dell’incidente
stradale che se lo portò via con la mamma, a pochi giorni dal
nos-tro undicesimo compleanno.
Nei mesi successivi iniziai a capire che scrivendo riuscivo a scaricarmi
dalle paure, dalle angosce, dai timori. Piccole storie, poesie acerbe
e melanconiche, e più tardi diari pieni di passioni tenere
e innocenti, che a una rilettura adulta mi fanno provare un mis-to
di rammarico, compassione e spesso perfino rabbia. Crescendo ho imparato
ad amare l’arte in modo viscerale, apprezzando tutto ciò
che è espressione singolare di se stessi e delle proprie idee
nei confronti del mondo.
Adesso, a causa di questo perduto amore, mi ritrovo qui. Il mio aspetto
non è più rassicurante come una volta. Sono alto poco
più di un metro e 80 cm e peso meno di 60 Kg. Un ElettroFarmaIniettore
fisso sulla scapola destra, cola con costanza nel mio organismo tutto
ciò che non riesco più a sintetizzare in modo regolare.
Sono i postumi di un coma che mi ha impedito di esistere per più
di sette anni. Proteine, vitamine, zuccheri, albumina umana e in più
l’obbligo di bere due litri d’acqua al giorno. Oltre a
questo, altre sostanze di natura sconosciuta che mi rendono costantemente
agitato. Il cranio liscio e levigato è una conseguenza del
mio sta-to di salute: la pelle superficiale spesso si stacca a scaglie
per fotoreazione dovuta ad alcuni farmaci, ma ho bisogno ugualmente
di questo sole perché sono sicuro che ci accompagnerà
ancora per poco. Nonostante qualche fugace colpo di vento l’afa
è opprimente e io voglio sentire sulla cute il malsano caldo
che s’insinua qui dentro sibilando nervosamente. Voglio sentirmi
vivo. Ancora vivo.
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