CAPITOLO PRIMO
In cui si racconta chi è e da dove viene
Un'impervia mulattiera si arrampica faticosamente
lungo le franose pendici della Sierra di Scirone,
terra di briganti. Il cammino, spesso interrotto
da rocce staccatesi dalla cima di un monte, è un
continuo susseguirsi di curve ed erte in quel che
sembra un labirinto di pietra. Rari cespugli punteggiano
i fianchi di quelle vallate frastagliate di precipizi
e burroni che la fantasia della gente ha popolato
d'ombre e fantasmi. Il rumore dei propri passi ed
il canto di un grillo solitario sono i soli suoni
che si possono udire nel profondo silenzio che avvolge
l'intera regione. Giunti al termine della Sierra,
una verde vallata coperta di fertili vigneti e fragranti
aranceti si apre davanti agli occhi del viandante.
Al suo centro, situata come per incanto sull'alto
di una rupe a forma di cuneo, sorge Sini, la città
emblema della bricconeria, il punto d'incontro e
il luogo di passaggio di bari e ruffiani, finti
poveri e falsi storpi, tirapiedi della malavita
e ogni altra sorta di bravi, picari e furfanti.
Mecca di pellegrini in cerca di redenzione da ogni
virtù, Sini ha visto crescere fior di balordi la
cui vita farebbe arrossire di vergogna Lazzarino
di Tormes e la cui ombra basterebbe ad offuscare
il grande Monipodio. Sfortunatamente essa non conta
tra le sue file nessun rappresentante della classe
dei poeti e pertanto non sentirete mai parlare dei
suoi astri se non in versi tronfi e malriusciti.
All'estrema periferia orientale della città sorge
la Ventura, un labirintico intrico di stradine e
viuzze, d'angoli e di curve, delimitato da un carcere,
un fiume e un cimitero. Dirute mura e case senza
tetto, luridi cenci e visi emaciati, uomini furtivi
che vi spiano da dietro un angolo per poi disperdersi
nell'ombra, ne definiscono il carattere. In un giorno
fra i giorni dell'anno 16.., in una casa che tuttora
esiste in quel quartiere, udii per la prima volta
quel vernacolo di corde e coltelli che è la vita.
Mio padre era uno dei tanti infelici di questo mondo,
mia madre colei che alleviava le sue pene e, in
onore del paraninfo della Ventura mi diedero nome
di Macedonio Fernandez. I miei primi anni d'infanzia
li ho passati tra le sottane e il vizio di un cadente
bordello dove la gente usava sfogarsi. Ripescando
qua e là tra le nebbie di quei tempi mi vedo grassoccio
e pieno di vita mentre chiacchiero come una gazza
in compagnia di una schiera di fratellini e sorelline
uguali a me. C'era una donna, di cui ora non ricordo
il nome e troppo vecchia per esercitare, che avrebbe
dovuto occuparsi di noi; ma era sempre intenta a
baciar caproni e a restaurare vergini, eravamo perciò
liberi di bighellonare tra i luridi acquitrini e
le trazzere polverose della Ventura inventandoci
di volta in volta le più astruse monellerie. Fu
quello un periodo di inconsapevole serenità, a cui
spesso penso con nostalgia; ma è cosa normale per
noi uomini, immersi nel triste presente, ornare
di fiori gli irreversibili giorni che precedono
la virilità.
A quell'età imparai comunque ad indossare la maschera
in maniera egregia. Rinchiusi la mia coscienza in
un cantuccio polveroso e nascosto, e tuttora vi
si trova senza che nessuno l'abbia mai smossa. L'idillio
di quei miei primi anni si concluse assai presto,
quando mia madre e tutte le sue compagne vennero
condannate alla deportazione nelle Americhe. Il
nuovo governatore, un'idealista che si trova ora
in compagnia di Pier delle Vigne, aveva infatti
deciso di estirpare il vizio dalla città. Io venni
mandato nel collegio di San Rocco, destinato agli
orfani e ai figli dei pestilenti. In esso mi diedero
subito il nome di don Cardinale a causa dei lividi
e dei segni che mi procuravo ogni giorno con una
generosa razione di frustate e colpi di ferula.
Ero il prediletto dei maestri, un vero toccasana
per il fisico, dicevano loro; ma la vita di collegio
non mi si addiceva molto e da pecora nera mi feci
pecorella smarrita.
CAPITOLO SECONDO
Di quel che mi accadde con un mio parente
Mia madre aveva un fratello di cui conoscevo solo
il nome. Era un poco di buono, ma chiedergli di
ospitarmi per qualche tempo era il primo passo da
tentare. Cercai lo zio a lungo, dapprima chiesi
di lui ai suoi colleghi, vale a dire biscazzieri,
tagliaborse e grassatori, e n'ebbi numerose risposte.
Uno mi disse che l'avrei trovato ricoperto di bubboni
e pustole all'ospedale della speranza; un altro,
che era rinchiuso in carcere per cannibalismo e
che avrebbe sicuramente apprezzato una mia visita
visto ch'ero grassoccio e tenerello; un terzo sostenne
invece che s'era fatto monaco e che girava per le
vie a piedi scalzi e flagellandosi. Reso alquanto
dubbioso da queste risposte, lasciai perdere quegli
uomini e tentai con i bottegai, ma quelli prendendomi
per ladruncolo mi tirarono dietro ogni sorta di
cose senza nemmeno ascoltarmi. Le risposte che ebbi
per strada non furono migliori e così, trascorsa
l'intera giornata in inutili ricerche, mi sedei
su uno scalino in una stradina dissestata e sporca.
Era ormai sera inoltrata e stavo meditando sul da
farsi quando un uomo spaventoso mi si parò innanzi
mettendomi addosso i suoi crudeli occhietti gialli.
Aveva indosso un lungo mantello, aperto sul davanti
e sul fianco, e tutto rotto e sfilacciato. Sotto
di esso portava una sudicia guarnacca foderata di
pelliccia di gatto, ma tanto frusta e spelacchiata
che tutto poteva sembrare fuorché di gatto, né si
capiva di che colore fosse. Portava poi un farsetto
della più grossa e cattiva seta, tutto costellato
di goccioline di moccio e macchie scure a cui non
si sarebbe attaccato un pidocchio, ed un paio di
calzoni che in numerosi punti erano foderati in
pura pelle umana. Il suo viso era stravolto e tutto
arabescato di cicatrici, il fiato era acre e l'espressione
ferocissima. Con quella sua faccia da patibolo non
smetteva un attimo di fissarmi mentre un ringhio
gli usciva di sotto i denti. "Che hai da guardare
marmocchio" disse l'uomo. Senza nemmeno rispondere
tentai di darmela a gambe, ma quello fu lesto ad
afferrarmi e mi sollevò alla sua altezza. "Se non
mi dai subito i soldi per un mezzo litro, ti strappo
il cuore" disse appestandomi l'aria. "Non dubito
che lo farete messere" feci spaventato "ma non ho
nulla". A questa risposta mi mise a testa in giù
e con una terribile scrollata mi svuotò le tasche.
Non trovando altro che un pezzo di pane ammuffito,
proseguì con queste parole: "Di dove vieni pidocchio,
sei forse un ladruncolo? Io ai ladruncoli gli taglio
un orecchio e poi li impicco".
"Oh! Non mi impicchi, signore!" supplicai terrorizzato.
"Dimmi come ti chiami piccolo demonio" disse l'uomo
stringendo la presa e lasciandomi impresso sulle
braccia il segno dei numerosi anelli cui aveva cariche
le dita. "Macedonio, signore" " Non ho sentito,
parla più forte!" "Macedonio Fernandez, nipote di
Francisco Ramon La Framboise, che forse voi conoscerete".
A questa risposta scoppiò in una sonora risata che
mi lasciò mezzo tramortito tanto il fiato gli olezzava
di violette e, abbracciatomi, dedicò numerosi epiteti
a me ed a mia madre; dal che dedussi che avevo infine
trovato lo zio. Dopo queste effusioni mi condusse
al suo alloggio, dove alcuni compari lo attendevano
per fare baldoria. Giunti sulla soglia scoprimmo
che uno di essi aveva già cominciato poiché lo trovammo
riverso sulle scale mentre come un porco russava
placidamente tra quel che rimaneva dei banchetti
delle ultime settimane. Superato questo primo ostacolo
montammo per la stretta scaletta e giungemmo in
uno stambugio non certo tormentato dalla scopa e
dove i ragni non subivano particolari persecuzioni.
In esso erano ad aspettarci, o meglio, intenti a
banchettare, quattro altri pendagli da forca, che
io cercherò ora di descrivere.
A fondo di una grande tavola, sedeva un chierico
con un'inesprimibile aria di allegra impudenza dipinta
in volto. Era un tipo alto, dai lunghi capelli neri
e le basette cespugliose che gli si riunivano sotto
il mento. Non smetteva un attimo di fischiettare
e persino quando aveva la bocca piena, si udiva
un singolare gorgoglio provenire dalle sue parti.
Gli sedevano accanto uno zingaro nano dagli occhi
maliziosi e con il viso a punta come quello di un
volpino ed un giovane moscardino giù di corda e
decisamente pallido.
C'era infine, quarto ed ultimo commensale, un tipo
vestito da becchino, pustoloso in faccia e con i
capelli dritti ed ispidi come setole su tutta la
testa, che teneva in bocca una pipa di terracotta
con un enorme fornello. Dopo numerosi brindisi e
bicchieri svuotati, lo zio notò con disapprovazione
che il moscardino se ne stava zitto nel suo angolo
dedicando il tempo a fissare il bicchiere o a svuotarlo.
L'appetito gli languiva ed aveva lasciato pressoché
intatto un bel piatto di fagioli e salsicce. "Oh
Alonso! Non è gentile da parte tua guastarci l'allegria
con quella faccia da garzone d'osteria. Dimmi, che
mai ti è successo di tanto grave?". "E' una storia
lunga, non voglio rattristarvi". "Con quella faccia
ci sei già riuscito, tanto vale che termini l'opera".
"E va bene, ma se v'annoiassi ditemelo che troncherò
subito". STORIA DEL MOSCARDINO Dovete sapere che
non sempre sono stato quel misero guitto che ora
appaio. Il mio vero nome è don Alonso Ramplon della
Rocca di Santa Giuditta e la mia è una stirpe nobile
e venerata sebbene, col tempo, un po' decaduta.
Il mio avo, Goffredo Ramplon, guidava cento lance
alla prima crociata degli straccioni dove fece meraviglie
e dove dormì da fratello d'armi nella tenda di Pietro
l'Eremita e Gualtiero Senza-Averi. Nacqui in un
paesino sperduto dalle parti di Salamanca in una
famiglia discretamente agiata, mio padre era cerusico
e mia madre figlia del beccaio. Avevo cinque anni
quando essa morì e, non essendoci bordelli nelle
vicinanze, mio padre finì per avere una moltitudine
di incredibili e appassionate storie d'amore alla
maniera di Diogene, l'eccesso sfrenato delle quali
gli costò molto in fretta la vista, diversi venerdì,
qualche rotella e una mezza scomunica da parte del
parroco. Io crebbi così abbandonato a me stesso,
evidenziando fin dall'infanzia un temperamento malinconico
ed infingardo nonché la tendenza ad una fantasia
esuberante. Non manifestavo inclinazione alcuna
né per il gioco né per la compagnia e trovavo diletto
solo nella lettura dei libri di cavalleria e nella
contemplazione del paesaggio. Col tempo, crescendo
in una solitudine esasperata, una sola passione
s'impossessò di me: la poesia. Immerso in un ambiente
che nulla aveva da invidiare alle radure del monte
Elicona, cullato dal dolce mormorio del rusceletto
che scorreva nelle vicinanze, diedi vita ai miei
primi componimenti. Essi si dimostrarono dapprima
assai goffi e privi di armonia, ma grazie ad una
straordinaria solerzia e all'innata sensibilità,
raggiunsi col tempo una certa abilità. Badate, mai
nessuno ha letto i miei versi, essi avevano il solo
scopo di sollevare il mio animo e di renderlo dimentico
della tristezza dell'esistenza. Sarei potuto rimanere
in quella terra d'Arcadia tutta la vita, condurre
le greggi e cantare la mia disperazione. Semplicità
ed innocenza. Ma mio padre volle mandarmi al collegio
dei gesuiti. Qui non ebbi vita facile e le mie qualità
furono poco apprezzate; così diceva infatti la mia
pagella: ingenium et judicium dubium; talentum mediocre;
dissipatus. Avevo all'incirca diciassette anni quando,
col sopraggiungere delle vacanze, mi accinsi a tornare
a casa. Mentre passeggiavo a diporto per le vie
della città in attesa della diligenza, incontrai
gli occhi scuri di una signora attempata ma ancora
piacente e ben conservata. Ero inesperto nelle cose
della vita e, per averle dedicato qualche sonetto
appassionato, mi buscai il morbo gallico più tre
mesi di convalescenza all'ospedale. A questo periodo
di infermità ed esclusiva attività mentale debbo
il mio primo poema, intitolato Pipino il Breve,
che, ahimè, è andato perduto …". E qui scoppiò in
singhiozzi. "Via via" intervenne lo zio "chiudi
quel rubinetto messere. Non serve a nulla adesso,
e prosegui piuttosto con la storia". "Era un'opera
ingenua, ma piena di ardore e vitalità …"
"E finiscila, basta, cospetto di Dio!" interrupe
lo zio "vai avanti con la storia!" "Così sia. Ebbene,
una volta uscito dall'ospedale, mio padre non volle
più saperne di me. Invano lo pregai in lettere accorate
di riprendermi con lui, ma egli non mosse un dito
per venirmi in aiuto. Me misero che sono stato messo
al mondo senza che mi si chiedesse il permesso,
per poi venire abbandonato in mezzo alla strada
a causa di una puttana sifilitica! La mia nave non
era tuttavia ancora affondata e superai quello scoglio
con la poca volontà che mi rimaneva. Sfruttando
l'istruzione ricevuta, trovai lavoro come precettore
presso la casa di don Ramon Gimenez. Qui rimasi
per tre anni, fino all'infausto giorno in cui don
Ramon scoprì che gli avevo sedotto la figlia. In
realtà non erano certo state le sue grazie a sedurmi,
visto che non ne aveva proprio, ma una cospicua
ricompensa. Dopo aver perso la verginità quella
divenne però tutta gaia e allegra, al che il padre,
insospettitosi, si mise ad interrogare tutto il
servitorame e venne a capo del misfatto. Di nuovo
a terra, ma con un discreto gruzzoletto, mi abbandonai
a sfrenate baldorie goderecce. Quando non ero sbronzo
scrivevo e quando non scrivevo ero sbronzo; spesso
mi svegliavo da un lungo sogno e, semicosciente,
mi mettevo a scrivere due o trecento versi senza
alcuna fatica.
Estasi improvvise, visioni sublimi, interrotte da
bruschi ritorni alla realtà. Ebbene, un giorno,
verso la fine di questo periodo di quieta serenità,
stavo desinando con gli ultimi avanzi di denaro
quando una donna di aspetto garbato entrò nella
locanda in compagnia di una domestica. Aveva il
viso coperto da un velo nero molto fitto che non
lasciava discernere di lei che la pelle bianca e
la pupilla scintillante, e due bellissime manine
bianche tutte cosparse di minuscole venuzze azzurrine.
Essa destò subito la mia curiosità e, garbatamente,
la pregai di sollevare il velo affinché potessi
scorgerne il visino. Ma per quanto insistessi, quella
non volle scoprirsi, attizzando così ogni mio sopito
desiderio. Finii col seguirla fino a casa, dove,
con mio stupore, fui subito accolto. Passammo quindi
numerose giornate in affabili conversari durante
i quali ebbi modo di innamorarmene pazzamente, vidi
in lei ogni apparenza di virtù con la lente d'ingrandimento
e ogni difetto con la lente rovesciata, così da
risultare appena percepibile. Ma credo che sia una
cosa abbastanza comune. Proprio in quel periodo
mio padre rese l'anima a Dio, lasciandomi una piccola
eredità con la quale, a esser previdenti, si sarebbe
potuto vivere una vita. Ci sposammo, e tutto andò
discretamente fino al giorno in cui l'eredità terminò,
un paio di mesi dopo lo sposalizio. Cominciò allora
una vita d'inferno, fatta di litigi e botte. Tutt'a
un tratto prendemmo ad odiarci ostinatamente. Non
ci sopportavamo ed io cominciai a stare il maggior
tempo possibile fuori casa. Fu allora che feci la
vostra conoscenza, miei dissoluti compagni di sventura,
e che affondai quasi definitivamente la mia nave
in queste acque di Lete. Da quel mio sventurato
sposalizio saranno passati un paio d'anni, nel frattempo
avrò composto una decina di poemi epici ed una gran
quantità di sonetti e di romanze d'amore. La sola
cosa che mi legasse ancora alla vita era questa
mia opera …"
"…cosa mi accade stamattina? Torno a casa un poco
sbronzo dopo aver fatto colazione all'osteria di
Pablo. Non c'era traccia di mia moglie. Nemmeno
in camera da letto dov'era usa passare il tempo
a dar ripetizioni a qualche studente. "Tanto meglio"
penso "potrò fare un sonnellino in pace". Eppure
c'era uno strano disordine, peggio del solito, cose
sbattute in terra e numerosi oggetti mancanti. Tra
la confusione scopro che l'armadio dove tenevo i
miei fogli era stato svuotato. Cerco in ogni angolo
ma non li trovo. Alla fine, disperato, mi son gettato
sul letto e vi ho trovato un biglietto scritto di
sua mano. "Mio stimato marito" diceva "ho il dispiacere
di informarvi che per cause a me del tutto estranee
mi vedo costretta a lasciare la Vostra ospitale
dimora per l'incertezza di luoghi sconosciuti e
lontani. Tuttavia non è il caso che Vi angustiate
in triti pensieri sul mio incerto futuro. Avrò infatti
una guida, uno zelante militare che si è offerto
di condurmi per l'arduo cammino. Colgo quindi quest'ultima
occasione per mandarVi perpetue maledizioni. Possano
la fame e la povertà esserVi compagne di tavola
e di letto. Possano le peggiori sciagure di questa
terra trovare la strada del Vostro cuore e possa
madre natura concederVi amarezza e sfiducia prima
di farVi crepare solo e ben macerato nel dolore.
La Vostra affezionata e sempre infedele Giuditta
P.S. Qual pegno d'amore ho preso con me tutti quei
fogli pieni di sbruffonate e minchionerie, li userò
quando farà freddo"
". Dopo questo racconto un velo
di tristezza scese sulla compagnia ed il silenzio
vi gravò fino a quando il becchino non si offrì
con molta delicatezza di andare a prendere il rasoio
nel caso qualcuno desiderasse radersi. Lo scherzo
piacque e, da quel momento, l'allegria ritornò sulla
brigata, degenerando ben presto in quel che si chiama
nel linguaggio dei bevitori, torre di Babele. Il
vino tirò su di corda persino il poeta moscardino
che, dopo aver succhiato l'anima ad una favolosa
quantità di bottiglie, si mise a parlare di allodole
ed albe cenerine, Febi incandescenti e saltamartini.
La cosa non piacque però allo zio che gli si avventò
addosso tempestandolo di pugni e quando infine lo
mandò a sbattere di testa contro un muro quello
si mise ad urlare "ahimè, muoio!!" con tanto vigore
che non c'era nulla da temere. A notte fonda il
chierico ci privò della sua allegra presenza e fu
presto seguito anche dallo zingaro nano che, al
momento di uscire, mi parve grasso e con la gobba,
mentre quando ero entrato mi era parso magro e sparuto.
In seguito notai che il singolare fenomeno si ripeteva
tutte le volte che il volpino faceva visita a qualcuno
e mi riproposi di guardarmi bene da un ladrone farabutto
del genere. Passò la giornata e, verso le quattro
del pomeriggio, i pochi rimasti lasciarono la casa.
Lo zio era ridotto maluccio, sosteneva di sentirsi
tutto pesto e aveva un pallore malsano, di un verde
rancido, in viso. Notai che mi guardava con aria
pensosa grattandosi l'ispida barba che gli cresceva
sul mento e tormentandosi i baffacci di capecchio.
Probabilmente pensava a come sbarazzarsi di me ma
dopo qualche minuto lo sguardo gli si illuminò ed
un sorriso balordo gli increspò la bocca. Non ne
ebbi una bella impressione. "Dì un po', Dieguito,
lo sai che se vuoi rimanere dovrai guadagnarti il
pane con il sudore?" "Certo zio, farò tutto quello
che vorrete" dissi io pensando che non si ricordava
nemmeno il mio nome. "Bravo figliolo! Ora ascolta
il vecchio La Framboise, che è uno che la sa lunga
(dal suo ceffo non sembrava ma per rispetto lasciai
correre). Siamo nati in un mondo in cui c'è ben
poco da salvare. Se vuoi campare dovrai metterti
contro la gente, nessuno escluso. Quello che è tuo
l'hai preso a qualcun altro e quello che non é tuo
te l'hanno fregato. Pertanto, caro mio, visto che
non mi sembri un ingenuo, ho deciso di farti da
maestro e, se farai bene quello che ti dirò, vedrai
che la vita non è poi tanto male".
"D'accordo" "Che ne diresti di un bel piatto di
costolette e di un quartino di vino per questa sera?"
"Ho una gran fame" "Perfetto allora ascoltami bene…"
Ho già avuto modo di descrivere l'aspetto fisico
di questo mio parente, ma non ho ancora detto nulla
della sua vita e di come tirasse a campare. Cercherò
ora di colmare questa lacuna servendomi di un paragone.
Ebbene, da un certo punto di vista, tra la vita
di mio zio e quella di un monaco non correva grossa
differenza: alla stessa maniera infatti egli mangiava
di magro tutto l'anno, digiunando in quaresima ed
in molti altri giorni, ma non perché fosse un religioso
accanito, solo, alla buona cucina preferiva la buona
cantina. Come ogni altro fanatico inoltre egli si
coricava sempre in copertacce di saia o sulla paglia,
non faceva mai bagni e non accendeva mai un fuoco;
tutto questo però non era dovuto a convinzioni di
sorta o al timore della perdizione ma alla miseria
più nera. Infine, sebbene egli non si staffilasse
da solo ogni venerdì, la sua schiena era ugualmente
ricoperta di cicatrici e segni più recenti, ma non
credo che ciò sia dovuto a particolare onestà; basti
dire che lui ed il boia si conoscevano da lungo
tempo e che probabilmente, dopo morto, al posto
delle alette sulle scapole e dell'aureola egli si
ritroverà un bel paio di corna sul capo ed un mezzo
piede di coda villosa sul didietro.