"I contemplatori " Giovanni Mariconda, Edizioni Clandestine 2001

CAPITOLO PRIMO
In cui si racconta chi è e da dove viene

Un'impervia mulattiera si arrampica faticosamente lungo le franose pendici della Sierra di Scirone, terra di briganti. Il cammino, spesso interrotto da rocce staccatesi dalla cima di un monte, è un continuo susseguirsi di curve ed erte in quel che sembra un labirinto di pietra. Rari cespugli punteggiano i fianchi di quelle vallate frastagliate di precipizi e burroni che la fantasia della gente ha popolato d'ombre e fantasmi. Il rumore dei propri passi ed il canto di un grillo solitario sono i soli suoni che si possono udire nel profondo silenzio che avvolge l'intera regione. Giunti al termine della Sierra, una verde vallata coperta di fertili vigneti e fragranti aranceti si apre davanti agli occhi del viandante. Al suo centro, situata come per incanto sull'alto di una rupe a forma di cuneo, sorge Sini, la città emblema della bricconeria, il punto d'incontro e il luogo di passaggio di bari e ruffiani, finti poveri e falsi storpi, tirapiedi della malavita e ogni altra sorta di bravi, picari e furfanti. Mecca di pellegrini in cerca di redenzione da ogni virtù, Sini ha visto crescere fior di balordi la cui vita farebbe arrossire di vergogna Lazzarino di Tormes e la cui ombra basterebbe ad offuscare il grande Monipodio. Sfortunatamente essa non conta tra le sue file nessun rappresentante della classe dei poeti e pertanto non sentirete mai parlare dei suoi astri se non in versi tronfi e malriusciti.
All'estrema periferia orientale della città sorge la Ventura, un labirintico intrico di stradine e viuzze, d'angoli e di curve, delimitato da un carcere, un fiume e un cimitero. Dirute mura e case senza tetto, luridi cenci e visi emaciati, uomini furtivi che vi spiano da dietro un angolo per poi disperdersi nell'ombra, ne definiscono il carattere. In un giorno fra i giorni dell'anno 16.., in una casa che tuttora esiste in quel quartiere, udii per la prima volta quel vernacolo di corde e coltelli che è la vita. Mio padre era uno dei tanti infelici di questo mondo, mia madre colei che alleviava le sue pene e, in onore del paraninfo della Ventura mi diedero nome di Macedonio Fernandez. I miei primi anni d'infanzia li ho passati tra le sottane e il vizio di un cadente bordello dove la gente usava sfogarsi. Ripescando qua e là tra le nebbie di quei tempi mi vedo grassoccio e pieno di vita mentre chiacchiero come una gazza in compagnia di una schiera di fratellini e sorelline uguali a me. C'era una donna, di cui ora non ricordo il nome e troppo vecchia per esercitare, che avrebbe dovuto occuparsi di noi; ma era sempre intenta a baciar caproni e a restaurare vergini, eravamo perciò liberi di bighellonare tra i luridi acquitrini e le trazzere polverose della Ventura inventandoci di volta in volta le più astruse monellerie. Fu quello un periodo di inconsapevole serenità, a cui spesso penso con nostalgia; ma è cosa normale per noi uomini, immersi nel triste presente, ornare di fiori gli irreversibili giorni che precedono la virilità.
A quell'età imparai comunque ad indossare la maschera in maniera egregia. Rinchiusi la mia coscienza in un cantuccio polveroso e nascosto, e tuttora vi si trova senza che nessuno l'abbia mai smossa. L'idillio di quei miei primi anni si concluse assai presto, quando mia madre e tutte le sue compagne vennero condannate alla deportazione nelle Americhe. Il nuovo governatore, un'idealista che si trova ora in compagnia di Pier delle Vigne, aveva infatti deciso di estirpare il vizio dalla città. Io venni mandato nel collegio di San Rocco, destinato agli orfani e ai figli dei pestilenti. In esso mi diedero subito il nome di don Cardinale a causa dei lividi e dei segni che mi procuravo ogni giorno con una generosa razione di frustate e colpi di ferula. Ero il prediletto dei maestri, un vero toccasana per il fisico, dicevano loro; ma la vita di collegio non mi si addiceva molto e da pecora nera mi feci pecorella smarrita.

CAPITOLO SECONDO
Di quel che mi accadde con un mio parente

Mia madre aveva un fratello di cui conoscevo solo il nome. Era un poco di buono, ma chiedergli di ospitarmi per qualche tempo era il primo passo da tentare. Cercai lo zio a lungo, dapprima chiesi di lui ai suoi colleghi, vale a dire biscazzieri, tagliaborse e grassatori, e n'ebbi numerose risposte. Uno mi disse che l'avrei trovato ricoperto di bubboni e pustole all'ospedale della speranza; un altro, che era rinchiuso in carcere per cannibalismo e che avrebbe sicuramente apprezzato una mia visita visto ch'ero grassoccio e tenerello; un terzo sostenne invece che s'era fatto monaco e che girava per le vie a piedi scalzi e flagellandosi. Reso alquanto dubbioso da queste risposte, lasciai perdere quegli uomini e tentai con i bottegai, ma quelli prendendomi per ladruncolo mi tirarono dietro ogni sorta di cose senza nemmeno ascoltarmi. Le risposte che ebbi per strada non furono migliori e così, trascorsa l'intera giornata in inutili ricerche, mi sedei su uno scalino in una stradina dissestata e sporca.
Era ormai sera inoltrata e stavo meditando sul da farsi quando un uomo spaventoso mi si parò innanzi mettendomi addosso i suoi crudeli occhietti gialli. Aveva indosso un lungo mantello, aperto sul davanti e sul fianco, e tutto rotto e sfilacciato. Sotto di esso portava una sudicia guarnacca foderata di pelliccia di gatto, ma tanto frusta e spelacchiata che tutto poteva sembrare fuorché di gatto, né si capiva di che colore fosse. Portava poi un farsetto della più grossa e cattiva seta, tutto costellato di goccioline di moccio e macchie scure a cui non si sarebbe attaccato un pidocchio, ed un paio di calzoni che in numerosi punti erano foderati in pura pelle umana. Il suo viso era stravolto e tutto arabescato di cicatrici, il fiato era acre e l'espressione ferocissima. Con quella sua faccia da patibolo non smetteva un attimo di fissarmi mentre un ringhio gli usciva di sotto i denti. "Che hai da guardare marmocchio" disse l'uomo. Senza nemmeno rispondere tentai di darmela a gambe, ma quello fu lesto ad afferrarmi e mi sollevò alla sua altezza. "Se non mi dai subito i soldi per un mezzo litro, ti strappo il cuore" disse appestandomi l'aria. "Non dubito che lo farete messere" feci spaventato "ma non ho nulla". A questa risposta mi mise a testa in giù e con una terribile scrollata mi svuotò le tasche. Non trovando altro che un pezzo di pane ammuffito, proseguì con queste parole: "Di dove vieni pidocchio, sei forse un ladruncolo? Io ai ladruncoli gli taglio un orecchio e poi li impicco".
"Oh! Non mi impicchi, signore!" supplicai terrorizzato. "Dimmi come ti chiami piccolo demonio" disse l'uomo stringendo la presa e lasciandomi impresso sulle braccia il segno dei numerosi anelli cui aveva cariche le dita. "Macedonio, signore" " Non ho sentito, parla più forte!" "Macedonio Fernandez, nipote di Francisco Ramon La Framboise, che forse voi conoscerete". A questa risposta scoppiò in una sonora risata che mi lasciò mezzo tramortito tanto il fiato gli olezzava di violette e, abbracciatomi, dedicò numerosi epiteti a me ed a mia madre; dal che dedussi che avevo infine trovato lo zio. Dopo queste effusioni mi condusse al suo alloggio, dove alcuni compari lo attendevano per fare baldoria. Giunti sulla soglia scoprimmo che uno di essi aveva già cominciato poiché lo trovammo riverso sulle scale mentre come un porco russava placidamente tra quel che rimaneva dei banchetti delle ultime settimane. Superato questo primo ostacolo montammo per la stretta scaletta e giungemmo in uno stambugio non certo tormentato dalla scopa e dove i ragni non subivano particolari persecuzioni. In esso erano ad aspettarci, o meglio, intenti a banchettare, quattro altri pendagli da forca, che io cercherò ora di descrivere.
A fondo di una grande tavola, sedeva un chierico con un'inesprimibile aria di allegra impudenza dipinta in volto. Era un tipo alto, dai lunghi capelli neri e le basette cespugliose che gli si riunivano sotto il mento. Non smetteva un attimo di fischiettare e persino quando aveva la bocca piena, si udiva un singolare gorgoglio provenire dalle sue parti. Gli sedevano accanto uno zingaro nano dagli occhi maliziosi e con il viso a punta come quello di un volpino ed un giovane moscardino giù di corda e decisamente pallido.
C'era infine, quarto ed ultimo commensale, un tipo vestito da becchino, pustoloso in faccia e con i capelli dritti ed ispidi come setole su tutta la testa, che teneva in bocca una pipa di terracotta con un enorme fornello. Dopo numerosi brindisi e bicchieri svuotati, lo zio notò con disapprovazione che il moscardino se ne stava zitto nel suo angolo dedicando il tempo a fissare il bicchiere o a svuotarlo. L'appetito gli languiva ed aveva lasciato pressoché intatto un bel piatto di fagioli e salsicce. "Oh Alonso! Non è gentile da parte tua guastarci l'allegria con quella faccia da garzone d'osteria. Dimmi, che mai ti è successo di tanto grave?". "E' una storia lunga, non voglio rattristarvi". "Con quella faccia ci sei già riuscito, tanto vale che termini l'opera". "E va bene, ma se v'annoiassi ditemelo che troncherò subito". STORIA DEL MOSCARDINO Dovete sapere che non sempre sono stato quel misero guitto che ora appaio. Il mio vero nome è don Alonso Ramplon della Rocca di Santa Giuditta e la mia è una stirpe nobile e venerata sebbene, col tempo, un po' decaduta. Il mio avo, Goffredo Ramplon, guidava cento lance alla prima crociata degli straccioni dove fece meraviglie e dove dormì da fratello d'armi nella tenda di Pietro l'Eremita e Gualtiero Senza-Averi. Nacqui in un paesino sperduto dalle parti di Salamanca in una famiglia discretamente agiata, mio padre era cerusico e mia madre figlia del beccaio. Avevo cinque anni quando essa morì e, non essendoci bordelli nelle vicinanze, mio padre finì per avere una moltitudine di incredibili e appassionate storie d'amore alla maniera di Diogene, l'eccesso sfrenato delle quali gli costò molto in fretta la vista, diversi venerdì, qualche rotella e una mezza scomunica da parte del parroco. Io crebbi così abbandonato a me stesso, evidenziando fin dall'infanzia un temperamento malinconico ed infingardo nonché la tendenza ad una fantasia esuberante. Non manifestavo inclinazione alcuna né per il gioco né per la compagnia e trovavo diletto solo nella lettura dei libri di cavalleria e nella contemplazione del paesaggio. Col tempo, crescendo in una solitudine esasperata, una sola passione s'impossessò di me: la poesia. Immerso in un ambiente che nulla aveva da invidiare alle radure del monte Elicona, cullato dal dolce mormorio del rusceletto che scorreva nelle vicinanze, diedi vita ai miei primi componimenti. Essi si dimostrarono dapprima assai goffi e privi di armonia, ma grazie ad una straordinaria solerzia e all'innata sensibilità, raggiunsi col tempo una certa abilità. Badate, mai nessuno ha letto i miei versi, essi avevano il solo scopo di sollevare il mio animo e di renderlo dimentico della tristezza dell'esistenza. Sarei potuto rimanere in quella terra d'Arcadia tutta la vita, condurre le greggi e cantare la mia disperazione. Semplicità ed innocenza. Ma mio padre volle mandarmi al collegio dei gesuiti. Qui non ebbi vita facile e le mie qualità furono poco apprezzate; così diceva infatti la mia pagella: ingenium et judicium dubium; talentum mediocre; dissipatus. Avevo all'incirca diciassette anni quando, col sopraggiungere delle vacanze, mi accinsi a tornare a casa. Mentre passeggiavo a diporto per le vie della città in attesa della diligenza, incontrai gli occhi scuri di una signora attempata ma ancora piacente e ben conservata. Ero inesperto nelle cose della vita e, per averle dedicato qualche sonetto appassionato, mi buscai il morbo gallico più tre mesi di convalescenza all'ospedale. A questo periodo di infermità ed esclusiva attività mentale debbo il mio primo poema, intitolato Pipino il Breve, che, ahimè, è andato perduto …". E qui scoppiò in singhiozzi. "Via via" intervenne lo zio "chiudi quel rubinetto messere. Non serve a nulla adesso, e prosegui piuttosto con la storia". "Era un'opera ingenua, ma piena di ardore e vitalità …"
"E finiscila, basta, cospetto di Dio!" interrupe lo zio "vai avanti con la storia!" "Così sia. Ebbene, una volta uscito dall'ospedale, mio padre non volle più saperne di me. Invano lo pregai in lettere accorate di riprendermi con lui, ma egli non mosse un dito per venirmi in aiuto. Me misero che sono stato messo al mondo senza che mi si chiedesse il permesso, per poi venire abbandonato in mezzo alla strada a causa di una puttana sifilitica! La mia nave non era tuttavia ancora affondata e superai quello scoglio con la poca volontà che mi rimaneva. Sfruttando l'istruzione ricevuta, trovai lavoro come precettore presso la casa di don Ramon Gimenez. Qui rimasi per tre anni, fino all'infausto giorno in cui don Ramon scoprì che gli avevo sedotto la figlia. In realtà non erano certo state le sue grazie a sedurmi, visto che non ne aveva proprio, ma una cospicua ricompensa. Dopo aver perso la verginità quella divenne però tutta gaia e allegra, al che il padre, insospettitosi, si mise ad interrogare tutto il servitorame e venne a capo del misfatto. Di nuovo a terra, ma con un discreto gruzzoletto, mi abbandonai a sfrenate baldorie goderecce. Quando non ero sbronzo scrivevo e quando non scrivevo ero sbronzo; spesso mi svegliavo da un lungo sogno e, semicosciente, mi mettevo a scrivere due o trecento versi senza alcuna fatica.
Estasi improvvise, visioni sublimi, interrotte da bruschi ritorni alla realtà. Ebbene, un giorno, verso la fine di questo periodo di quieta serenità, stavo desinando con gli ultimi avanzi di denaro quando una donna di aspetto garbato entrò nella locanda in compagnia di una domestica. Aveva il viso coperto da un velo nero molto fitto che non lasciava discernere di lei che la pelle bianca e la pupilla scintillante, e due bellissime manine bianche tutte cosparse di minuscole venuzze azzurrine. Essa destò subito la mia curiosità e, garbatamente, la pregai di sollevare il velo affinché potessi scorgerne il visino. Ma per quanto insistessi, quella non volle scoprirsi, attizzando così ogni mio sopito desiderio. Finii col seguirla fino a casa, dove, con mio stupore, fui subito accolto. Passammo quindi numerose giornate in affabili conversari durante i quali ebbi modo di innamorarmene pazzamente, vidi in lei ogni apparenza di virtù con la lente d'ingrandimento e ogni difetto con la lente rovesciata, così da risultare appena percepibile. Ma credo che sia una cosa abbastanza comune. Proprio in quel periodo mio padre rese l'anima a Dio, lasciandomi una piccola eredità con la quale, a esser previdenti, si sarebbe potuto vivere una vita. Ci sposammo, e tutto andò discretamente fino al giorno in cui l'eredità terminò, un paio di mesi dopo lo sposalizio. Cominciò allora una vita d'inferno, fatta di litigi e botte. Tutt'a un tratto prendemmo ad odiarci ostinatamente. Non ci sopportavamo ed io cominciai a stare il maggior tempo possibile fuori casa. Fu allora che feci la vostra conoscenza, miei dissoluti compagni di sventura, e che affondai quasi definitivamente la mia nave in queste acque di Lete. Da quel mio sventurato sposalizio saranno passati un paio d'anni, nel frattempo avrò composto una decina di poemi epici ed una gran quantità di sonetti e di romanze d'amore. La sola cosa che mi legasse ancora alla vita era questa mia opera …"
"…cosa mi accade stamattina? Torno a casa un poco sbronzo dopo aver fatto colazione all'osteria di Pablo. Non c'era traccia di mia moglie. Nemmeno in camera da letto dov'era usa passare il tempo a dar ripetizioni a qualche studente. "Tanto meglio" penso "potrò fare un sonnellino in pace". Eppure c'era uno strano disordine, peggio del solito, cose sbattute in terra e numerosi oggetti mancanti. Tra la confusione scopro che l'armadio dove tenevo i miei fogli era stato svuotato. Cerco in ogni angolo ma non li trovo. Alla fine, disperato, mi son gettato sul letto e vi ho trovato un biglietto scritto di sua mano. "Mio stimato marito" diceva "ho il dispiacere di informarvi che per cause a me del tutto estranee mi vedo costretta a lasciare la Vostra ospitale dimora per l'incertezza di luoghi sconosciuti e lontani. Tuttavia non è il caso che Vi angustiate in triti pensieri sul mio incerto futuro. Avrò infatti una guida, uno zelante militare che si è offerto di condurmi per l'arduo cammino. Colgo quindi quest'ultima occasione per mandarVi perpetue maledizioni. Possano la fame e la povertà esserVi compagne di tavola e di letto. Possano le peggiori sciagure di questa terra trovare la strada del Vostro cuore e possa madre natura concederVi amarezza e sfiducia prima di farVi crepare solo e ben macerato nel dolore. La Vostra affezionata e sempre infedele Giuditta P.S. Qual pegno d'amore ho preso con me tutti quei fogli pieni di sbruffonate e minchionerie, li userò quando farà freddo"
". Dopo questo racconto un velo di tristezza scese sulla compagnia ed il silenzio vi gravò fino a quando il becchino non si offrì con molta delicatezza di andare a prendere il rasoio nel caso qualcuno desiderasse radersi. Lo scherzo piacque e, da quel momento, l'allegria ritornò sulla brigata, degenerando ben presto in quel che si chiama nel linguaggio dei bevitori, torre di Babele. Il vino tirò su di corda persino il poeta moscardino che, dopo aver succhiato l'anima ad una favolosa quantità di bottiglie, si mise a parlare di allodole ed albe cenerine, Febi incandescenti e saltamartini. La cosa non piacque però allo zio che gli si avventò addosso tempestandolo di pugni e quando infine lo mandò a sbattere di testa contro un muro quello si mise ad urlare "ahimè, muoio!!" con tanto vigore che non c'era nulla da temere. A notte fonda il chierico ci privò della sua allegra presenza e fu presto seguito anche dallo zingaro nano che, al momento di uscire, mi parve grasso e con la gobba, mentre quando ero entrato mi era parso magro e sparuto. In seguito notai che il singolare fenomeno si ripeteva tutte le volte che il volpino faceva visita a qualcuno e mi riproposi di guardarmi bene da un ladrone farabutto del genere. Passò la giornata e, verso le quattro del pomeriggio, i pochi rimasti lasciarono la casa.
Lo zio era ridotto maluccio, sosteneva di sentirsi tutto pesto e aveva un pallore malsano, di un verde rancido, in viso. Notai che mi guardava con aria pensosa grattandosi l'ispida barba che gli cresceva sul mento e tormentandosi i baffacci di capecchio. Probabilmente pensava a come sbarazzarsi di me ma dopo qualche minuto lo sguardo gli si illuminò ed un sorriso balordo gli increspò la bocca. Non ne ebbi una bella impressione. "Dì un po', Dieguito, lo sai che se vuoi rimanere dovrai guadagnarti il pane con il sudore?" "Certo zio, farò tutto quello che vorrete" dissi io pensando che non si ricordava nemmeno il mio nome. "Bravo figliolo! Ora ascolta il vecchio La Framboise, che è uno che la sa lunga (dal suo ceffo non sembrava ma per rispetto lasciai correre). Siamo nati in un mondo in cui c'è ben poco da salvare. Se vuoi campare dovrai metterti contro la gente, nessuno escluso. Quello che è tuo l'hai preso a qualcun altro e quello che non é tuo te l'hanno fregato. Pertanto, caro mio, visto che non mi sembri un ingenuo, ho deciso di farti da maestro e, se farai bene quello che ti dirò, vedrai che la vita non è poi tanto male".
"D'accordo" "Che ne diresti di un bel piatto di costolette e di un quartino di vino per questa sera?" "Ho una gran fame" "Perfetto allora ascoltami bene…" Ho già avuto modo di descrivere l'aspetto fisico di questo mio parente, ma non ho ancora detto nulla della sua vita e di come tirasse a campare. Cercherò ora di colmare questa lacuna servendomi di un paragone. Ebbene, da un certo punto di vista, tra la vita di mio zio e quella di un monaco non correva grossa differenza: alla stessa maniera infatti egli mangiava di magro tutto l'anno, digiunando in quaresima ed in molti altri giorni, ma non perché fosse un religioso accanito, solo, alla buona cucina preferiva la buona cantina. Come ogni altro fanatico inoltre egli si coricava sempre in copertacce di saia o sulla paglia, non faceva mai bagni e non accendeva mai un fuoco; tutto questo però non era dovuto a convinzioni di sorta o al timore della perdizione ma alla miseria più nera. Infine, sebbene egli non si staffilasse da solo ogni venerdì, la sua schiena era ugualmente ricoperta di cicatrici e segni più recenti, ma non credo che ciò sia dovuto a particolare onestà; basti dire che lui ed il boia si conoscevano da lungo tempo e che probabilmente, dopo morto, al posto delle alette sulle scapole e dell'aureola egli si ritroverà un bel paio di corna sul capo ed un mezzo piede di coda villosa sul didietro.