| "Il
tempo e la sabbia" Marco Angelotti,
Edizioni Clandestine 2002 |
Valentine si voltò.
Uno stiletto di luce, penetrato da uno spiraglio
della porta, aveva tagliato la penombra, accendendo
il pulviscolo nell'aria; attraversata tutta la lunghezza
della stanza, si era conficcato nel legno di uno
scrittoio, inchiodando col bagliore alcune lettere
impolverate.
Socchiuse le palpebre.
Lasciò cadere la clessidra appena trovata.
L'ampolla di vetro si frantumò, il tempo si sparse
sul pavimento.
Il suo tempo era per terra, nella bottega di un
rigattiere tunisino, e a lei non importava.
Allungò la mano verso il pacchetto di carte, entrato
in scena sotto un riflettore eccessivo.
-Claire… Un vecchio epistolario, guarda.-
La voce ruppe l'armonia di silenzi nell'ambiente.
Valentine aveva svegliato sei sedie impagliate,
di cui una rotta, un numero imprecisato di tappeti,
un'intera cristalliera di cianfrusaglie, due macchine
per scrivere, un binocolo con un oculare frantumato
e alcuni cimeli di tutte le guerre che il deserto
aveva visto.
Claire sobbalzò.
Aveva svegliato anche lei.
L'amica la osservava, infastidita: avrebbe preferito
trascorrere la mattinata sulla spiaggia di Tunisi,
invece si stava annoiando in un buio magazzino della
Medina.
Le buste ingiallite, legate con un nastro turchese,
erano già nelle mani di Valentine.
Sciolse il nodo, sfilò la prima, l'aprì.
Oltre la clessidra, stava per distruggere anche
l'equilibrio della sua esistenza.
-Lettere dal millenovecentotrentanove…- disse, estraendo
il foglio, piegato con cura.
Lesse la prima riga.
- E' indirizzata a me, inizia con Mia cara Valentine!
Una lettera di più di sessanta anni fa, e la ricevo
adesso: reclamerò col servizio postale di questo
paese.-
Attratta dall'omonimia con la destinataria dello
scritto, acquistò tutto, senza neppure contrattare
sul prezzo: quattrocento franchi, compresa la clessidra
in briciole.
-Stupida!- sussurrò Claire, -Uno sproposito, per
meno di un etto di carta e polvere.-
Valentine mise il denaro nella mano ossuta del maghrebino,
e trascinò Claire fuori, afferrandola per il polso.
-Andiamo al mare, così tu smetterai di lamentarti
e io trascorrerò il mio tempo violando i segreti
contenuti in queste carte.-
Claire non le rispose.
Bruciarono le poche centinaia di metri che le separavano
dalla spiaggia, senza parlare.
Valentine non si spogliò, gettò l'asciugamano sulla
sabbia e si sedette, tenendo tra le mani la lettera
che l'aveva stregata:
"Aeroscalo d'Algeri, 8 Dicembre 1939.
Mia cara Valentine, oggi ho festeggiato il mio compleanno
senza di te, pranzando in un piccolo cafè-restaurant
pieno di mosche e sabbia, all'interno dell'aeroscalo.
Ho alzato istintivamente gli occhi dalla ciotola
di couscous e agnello, che la giovane cameriera
mi stava porgendo, un istante prima che la sagoma
scura apparsa sulla porta mi domandasse se il vecchio
bimotore parcheggiato davanti all' hangar numero
quattro fosse il mio. Ho risposto che aveva indovinato.
Non sono mai stato un oratore prolisso, ancora meno
mentre mangio. Ho evitato di chiedere il motivo
della domanda e il perché ne fossi il preciso destinatario,
tra i sei piloti che stavano pranzando in quel tugurio.
Ho posato il cucchiaio cercando lo sguardo del mio
interlocutore, nell'attesa che continuasse. L'uomo,
dall'apparente età di una cinquantina d'anni, probabilmente
americano, non era più loquace di me e ha detto
di volerlo noleggiare. Gli ho chiesto di attendermi
vicino all'aereo. L'avrei raggiunto appena finito
il mio pasto. Terminato il cibo in poche voraci
cucchiaiate, mi sono tolto il piccante dalla bocca
con un sorso di birra e sono uscito dall'ombra fresca
del locale, ritrovo preferito di tutti gli insetti
del deserto, nel sole di mezzogiorno del nord Africa.
La luce violenta mi ha fatto socchiudere le palpebre.
Ho preso nella tasca della tuta di volo i miei occhiali
scuri e, con la gratitudine delle mie pupille, mi
sono incamminato verso l'area di parcheggio dei
velivoli. Nelle poche decine di metri che mi separavano
dai capannoni, un sorriso ha allentato la tensione:
forse sarebbe stato il momento di rinnovare i miei
costumi di scena se ero stato immediatamente accomunato
da quel probabile cliente al mio aereo arrugginito
che vomitava olio da ogni guarnizione. Eccolo là,
sotto il sole, lo sconosciuto che mi attendeva in
piedi vicino al portello della fusoliera: alto,
corporatura asciutta, vestito di lino chiaro, lenti
nere, viso scavato e capelli bianchi. Non sembrava
il ritratto di un turista capitato ad Algeri in
vacanza. Non mi piaceva, ma a questo non ho dato
peso più di tanto. Non posso permettermi il lusso
di rifiutare i pochi passeggeri che arrivano in
aeroporto. A volte il destino ci aspetta nei posti
più comuni, quelli di cui ci fidiamo, nei quali
ci sentiamo protetti. E io, Valentine, mi sono diretto
verso il mio, che aspettava silente di fianco al
mio sicuro compagno d'acciaio. k. b. "
Valentine rimase attonita, per quelle frasi.
Ebbe l'impressione che Konrad, uno sconosciuto,
le scrivesse dal passato.
Aprì subito un'altra lettera.
"In volo tra Casablanca e Algeri, 7 Maggio 1939.
Buona sera, Valentine. Abbiamo riparato la trasmittente
di bordo, finalmente. Ho affidato i comandi al secondo
pilota: adesso sono con te. Mentre dal finestrino
guardo le stelle che nuotano attorno a me, come
piccoli pesci d'argento nel mare, vedo all'orizzonte
una debole lama di luce ad est, il sole del giorno
che mi corre incontro. E' bellissimo il deserto
di notte. Dune e aria che si uniscono in un amore
segreto nel buio, per allontanarsi nella luce dell'alba.
Hai mai volato di notte, Valentine? Mia cara, nella
tua ultima mi chiedi chi sono. Proverò a spiegarlo
anche a me stesso: nient'altro che Konrad, aviatore,
di nazionalità francese, nato a Perpignan, nei Pirenei
Orientali, né Francia né Spagna, l'otto dicembre
milleottocentonovantanove, con un impellente bisogno
di vedere il nuovo secolo, da padre d'origine inglese
e da madre catalana, comandante di un bimotore ad
elica per la compagnia di trasporti aerei Gitan
che opera nel Maghreb. Volo. Cerco le correnti ascensionali
sulle dune ed evito le tempeste. Quando atterro,
mi scrollo la polvere dal giaccone e dagli occhiali,
respiro, sento la terra sotto i miei stivali con
una birra ghiacciata in mano. Sono un viaggiatore
di razza umana, abitante del terzo pianeta del sistema
solare, apolide cittadino del mondo, navigatore
di miglia e miglia di sabbia e cielo. Mi prendo
cura delle dieci tonnellate di ferro e olio di questo
Pegaso arrugginito che mi consente di galoppare
nell'aria, libero. Questo sono. Baci nel vento,
Valentine. k. b. "
Dicembre, Maggio: il carteggio doveva essere riordinato
cronologicamente per riannodare il filo della storia.
Aprì tutte le lettere spargendole sulla spugna di
cotone blu. Iniziò a raccoglierle, attenta alle
date di ognuna.
-Smettila di giocare con quelle carte, e vieni con
me a fare un bagno.-
Una voce noiosa dalla battigia interruppe il suo
intento.
Valentine alzò gli occhi verso il mare. Intuì che
la luce forte e il caldo avrebbero potuto danneggiare
la carta.
Rapidamente raccolse tutto, senza alcun ordine.
Piegò le tessere del mosaico incomprensibile, e
le ripose delicatamente nella borsa di paglia.
Si sfilò il copricostume di lino e raggiunse Claire.
L'acqua era tiepida.
Valentine si tuffò in un allungo elegante di creatura
marina.
Riemergendo, si guardò attorno per mettere a fuoco
l'ambiente circostante, poi corse verso riva.
Si asciugò in fretta per rientrare.
-Torno in albergo, non sto bene,- si costruì un
alibi per Claire -tu resta, se vuoi, è ancora così
caldo.-
L'amica, ancora nell'acqua fino alla vita, la osservò
fuggire verso la strada.
Il percorso fino alla porta della sua camera in
albergo non lasciò traccia nella sua memoria, le
lettere erano il suo unico pensiero.
Appena entrata, rovesciò la borsa di paglia sul
letto, spargendo i fogli sul copriletto di lino.
Riprese da dove aveva interrotto.
La più vecchia, era quella datata sette Maggio millenovecentotrentanove,
che aveva già letto.
La successiva era di un paio di mesi dopo:
"Aeroscalo di Tunisi, 8 Luglio 1939.
Buona sera, Valentine. Ieri notte, stremato per
un viaggio difficoltoso, sono crollato sulla branda
in un sonno profondo. Ho fatto un sogno: ai comandi
di un idrovolante mi abbassavo sullo specchio d'acqua
di un lago ad alta quota in Bolivia. Il lago, a
dispetto della collocazione geografica, era alimentato
da una sorgente termale ed era tiepido. Stanco per
il volo, ancora vestito, mi sono tuffato per rilassarmi.
Quando sono riemerso tra il galleggiante del velivolo
e il piccolo pontile di legno, mi stava davanti
una donna con un abito leggero di cotone corto sopra
le ginocchia, a fiori su fondo giallo, che mi osservava
seduta sul bordo del molo, canticchiando. -Mi fai
volare su quell'aereo?- mi ha chiesto. -Sali a bordo.-
ho risposto, con la sola testa fuori dell'acqua.
Si è tuffata, raggiungendo il portellone dell'idrovolante
in poche bracciate. Si è issata dentro la fusoliera
con la forza delle braccia: il vestito bagnato la
avvolgeva come una seconda pelle. L' ho seguita
in silenzio, anch'io con gli abiti fradici, e, trattenendomi
dal guardarla, mi sono seduto sul sedile di pilotaggio.
Un istante prima che accendessi il motore, ho udito
distintamente il fruscio dell'abito di cotone bagnato
che le si sfilava dalle spalle e scivolava sul pavimento
della cabina accarezzandole lentamente tutto il
corpo fino ai piedi. -Io sono Valentine- ha sussurrato,
ma, prima che potessi voltarmi per toccarla, è scomparsa.
Dolcissima sirena del lago, oggi potrei solo augurarmi
di avere un altro volo massacrante, arrivare allo
stremo delle forze per riuscire a sognarti come
ieri notte. k. b. "
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