| "Kay
è stata qui" Andrea Salieri,
Edizioni Clandestine 2000 |
Una sera che piove
"Mi chiamo Francesca Taracchi, anni venti. Provengo
dalla provincia di Matera e voglio diventare cantante".
Ginni Compobagni, produttore autore e regista della
celebre trasmissione televisiva 'Ci sei o lo fai',
diede come sempre un'occhiata distratta ai monitor
della cabina di regia; il volto della ragazza, illuminato
dai riflettori, celava malamente un'emozione e un'ansia
consueta ad altre centinaia di sue coetanee ivi
riunite per contendersi un posto di valletta nel
suo show.
Era oramai avvezzo a queste cose, neanche ci faceva
più caso.
Bionde, brune, alte, basse, grasse, magre, più o
meno belle e intelligenti, sceme, brutte, decisamente
brutte, sceme e brutte insieme: ne aveva viste così
tante che non ne ricordava nessuna in particolare.
Erano tutte diverse e tutte uguali, talune partivano
dal paesello, altre dalla città, talune spalleggiate
dall'avidità e dall'ambizione smisurata dei genitori,
altre le possedevano entrambe di per sé e in abbondanza,
ognuna con una storia, qualcuna con conoscenze nel
settore, altre con legami di parentela importanti
e amicizie influenti.
Tutte determinate, tutte in fila al mercato dell'effimero
per un posto da oca giuliva, ognuna convinta della
propria unicità in un mondo di somiglianze e di
cloni, ognuna certa del proprio talento, della benevolenza
e della complicità del fato nell'assecondare i propri
desideri.
Predestinazione la chiamano, un segno che illumina
il sentiero di chi sa leggere tra le righe del presente
e contempla il passato con l'ostinazione di chi
considera il futuro, a torto o a ragione, inscindibile
e uniforme.
"Bene." - disse svogliatamente per l'ottantaseiesima
volta nel corso della mattinata il Signor Compobagni
premendo con un dito l'interfono di collegamento
audio tra la regia e lo studio 3 e con lo sguardo
rivolto ai titoli di coda della Gazzetta dello Sport
- "Ci faccia sentire qualcosa".
Usava il 'plurale maiestatico' perché così si fa.
Era un metodo di cui si serviva sovente per scaricare
all'apparenza la responsabilità delle proprie scelte,
come a voler far credere alle ragazze che non fosse
lui a decidere ma una concentrazione di figure,
di eventi e di ingranaggi incontrollabili e indefinibili
interni alla struttura dell'azienda.
E non poteva certo fare altrimenti.
Assumersi ai loro occhi tale decisivo ruolo voleva
dire essere perseguitato, supplicato e stramaledetto
in eterno da centinaia, che dico, migliaia di speranze
claudicanti e infrante di cui, anche a volerne riesumare
i file dalla memoria, gli rimaneva ben poco dentro,
se non uno sfuocato e univoco quadro collettivo,
un immenso cimitero di tombe senza nome.
"Devo cantare? " - chiese ingenuamente Francesca
rivolgendosi al vetro opaco che separava lo studio
3 dalla sala di regia.
"Si avvicini al microfono, signorina. Da lì non
riusciamo a sentirla." - disse gentilmente il tecnico
dal banco del mixer.
Francesca fece un passo avanti verso l'asta del
microfono.
"Devo cantare?" ripeté con un filino di voce umile
ed esitante, quasi a volersi scusare di aver causato
un qualche disturbo all'equilibrio dell'ambiente.
"Crede che ci siano altre ragioni per cui lei stamattina
si trova qui?" - la ammonì severamente il Signor
Compobagni sempre sfogliando il giornale e senza
degnarla di un minimo sguardo.
"N … no."
"E allora veda di non farci perdere tempo."
"Andrebbe bene un pezzo della Bertè?" - si fece
coraggio Francesca, cercando di incontrare i gusti
del produttore.
"Che palle! Hanno tutte lo stesso repertorio." -
penso tra sé e sé il Signor Compobagni e al fonico
- "Metti su la base n° 23."
Iniziò a cantare, la ragazza, e mentre lo faceva
pensava non alle parole del testo ma alla vita,
alle cose del mondo e a tutto ciò che l'aveva portata
fin qui.
"Milano in macchina una sera che piove ……."
A dodici anni scriveva già poesie, a tredici aveva
vinto il concorso letterario 'Altamura in festa'
con la lirica 'A Gesù', a quindici era stata Miss
Gravina sbaragliando la concorrenza di ben nove
agguerrite pretendenti al titolo, a diciassette
aveva lavorato nel cinema come comparsa in un film
con Vito Perotta e a diciotto cominciò a esibirsi
ogni domenica mattina come corista nella chiesa
del suo quartiere e tutti, cugini più o meno lontani,
zii, conoscenti alla larga e alla stretta, amici
fidati e nemici giurati (i quali, rosi dall'invidia,
le rimproveravano di essersi montata la testa),
proprio tutti, le riconoscevano una diversità congenita
e prevedevano e pretendevano per lei un grande futuro.
"… scorrono via le luci e le ombre zafferano del
cuore …"
Sapeva che non sarebbe stato facile, sapeva degli
sforzi economici sostenuti dai suoi genitori per
farla arrivare a Roma, sapeva che l'ambiente era
corrotto e cattivo e anche, possidente di un qualche
centinaio di ettari di incoscienza e presunzione,
che era meglio non pensarci prima perché tanto era
così brava e bella che a lei non sarebbe mai potuto
accadere alcunché di sconveniente.
" … non abbiamo le ali ma …"
"Canta come un cane." - sentenziò il fonico in sala
di regia.
Ma Francesca non poteva sentirlo e neppure sentiva
se stessa.
L'interfono era spento e tutto il suo essere era
ormai proteso in avanti a velocità supersonica verso
stelle lucenti e non c'era verso di deviare la sua
attenzione dal fine ultimo che si era prefissa:
essere la prima donna a posare i piedi su Marte.
Ma queste erano la vita e le cose del mondo, ben
più terrene e fetenti di quanto ci è consentito
immaginare, lungi da grandi voli , spietate, insensibili
e avare .
"Canta come un cane." - confermò quasi compiaciuto
e con una sorta di cattiveria il Signor Compobagni.
Ma questo è tutto ciò di cui viviamo e la notizia
importante del giorno, quella in prima pagina su
ogni giornale, riportava pressappoco così: - Mirko
Pantano estromesso dal giro d'Italia. Trovato con
un tasso di varechina nel sangue superiore alla
norma. Pantano: "Non ho mai lavato un pavimento
in vita mia."
Sotto la foto dello stesso intento nelle pulizie
di casa mentre tracanna a gargarozzo una confezione
da sei di una ben nota marca di prodotti per l'igiene
e la mamma e il fratello pronti a giurare che è
tutta una montatura, che si tratta di un complotto.
In ultima pagina un trafiletto: - Giovane si suicida
perché senza lavoro.
Questo è ciò di cui viviamo.
"Ok. Ok. Signorina. Grazie. Può andare. Le faremo
sapere."
Fuori dallo studio 3 centinaia di giovani puledre
incuranti della calca, dell'afa, della crisi di
governo e della raccolta di firme per il referendum
abrogativo della pentola a pressione, attendevano,
pressate in piedi ciascuna in poco meno di mezzo
metro quadro e parimenti colme ognuna della stessa
densità di volontà di potenza, pazienti, entusiaste
e trepidanti il proprio turno di gioco.
Quando Francesca fu fuori alcune di queste, esibendo
pubblicamente una sorta di finta solidarietà e cameratismo,
le si fecero incontro per avere notizie sull'andamento
della prova da lei testé sostenuta.
Francesca tirò dritto usando a sua volta frasi di
circostanza e andò a sedersi ad un tavolo della
caffetteria di fronte; un tavolo ben situato vicino
alla vetrata che dava sull'esterno del palazzo,
affinché da lì potesse vedere il cielo, perché adesso
che la tensione era scemata Marte era tornato dov'era,
remoto in un universo algebrico, inavvicinabile
per difetto e nonostante i dieci decimi di cui andava
fiera, irraggiungibile persino ad occhio nudo.
"Mi scusi. La disturbo se mi siedo?"
"Nient'affatto. Faccia pure:"
L'uomo aveva quaranta, forse quarantacinque anni,
l'abito e il portamento sobrio ed elegante di chi
del vivere in società ha capito molte cose, la ventiquattr'ore,
il cellulare e un orologio da polso di grande effetto.
L'aspetto piacevole e misurato induceva l'ambiente
circostante, e con esso coloro che ne facevano parte,
ad una innata simpatia e benevolenza nei suoi confronti.
L'uomo ordinò un caffè.
L'uomo rispose ad una chiamata sul cellulare.
Francesca scrutava ancora il cielo.
"Nanni … Nanni Quaglione." disse porgendo un arto
in avanti.
"Francesca … Francesca Taracchi."
Iniziò così un colloquio, dapprima distrattamente
tenuto in piedi da vaghi elementi circostanziali,
poi dalla legittima voglia di Francesca di rendere
comunque condivisibile ad altri uno stato d'animo
e un istante della propria esistenza, che li pose
entrambi apparentemente sulla stessa strada.
"… e così ti sei presentata alla selezione."
"Sì."
"Vestita a quel modo?"
Francesca parve non capire.
Indossava un paio di jeans larghi, scarpe alte con
la zeppa all'ultimo grido e un maglione abbondante
a fantasia floreale che le aveva regalato sua madre
il giorno che era partita.
Confidava nelle sue capacità abbastanza da non considerare
l'aspetto esteriore determinante e così i capelli,
lunghi e neri, raccolti a cipolla sulla nuca e tutto
il resto, avrebbero, a suo dire, evidenziato ancor
di più la sua freschezza e genuinità e quel paio
di smeraldi azzurri che le rivestivano i bulbi oculari.
"Aspetta qui un istante. Torno subito." - disse
l'uomo la cui identità corrispondeva a Nanni Quaglione.
Passarono dieci-quindici minuti abbondanti nei quali
Francesca si arrovellò al pensiero di chi fosse
quell'individuo e perché le avesse parlato a quel
modo e inoltre, poiché tutte le persone che finora
aveva incontrato portavano nomignoli tanto idioti
quali Ginni, Nanni e magari Fuffi o Titti , pensò
vi fosse una qualche ragione recondita ad esporsi
così incoscientemente al ridicolo.
"La signorina Francesca Taracchi?"
Era una sventola bionda con relativa minigonna e
tacchi a spillo ad averle posto la domanda.
"E' lei la Signorina Francesca?" - ripeté la bambola
sexy.
"Sì."
"Il Signor Quaglione vorrebbe vederla. Venga, la
conduco al suo ufficio."
L'ufficio in questione si trovava proprio di fianco
allo studio 3 e Francesca, prima di entrarvi, non
mancò di notare la targa in ottone che si estendeva
imperiosa sulla superficie levigata della porta
in noce, né tantomeno di leggere la dicitura che
la stessa recava impressa: 'Nanni Quaglione. Art
Director.'
Trasalì.
"Vieni. Vieni avanti. Siediti."
"E lei vada pure, Cristine."
La bomba del sesso, senza aprire bocca, si dileguò
richiudendosi alle spalle un pezzettino di quella
natura incontaminata che un giorno parve un tronco
robusto e florido e adesso, purtroppo, giaceva impagliata
nei cardini.
"Io e Ginni stavamo parlando giusto di te." - le
disse con fare ammiccante di chi vuol rendere complice
un estranea.
"Vero, Ginni ?"
Il Signor Compobagni, affondati i suoi centotrenta
chili per un metro e cinquantacinque di altezza
nella poltrona in similpelle, dotazione esclusiva
dello staff dirigenziale, dopo essersi rastrellato
con la zampa destra un etto di scaglie di parmigiano
dalla nuca e aver squadrato da cima a fondo per
la prima volta Francesca e per almeno trenta secondi
buoni, inespressivo e distante bofonchiò: "Certamente."
Francesca arrossì.
"Mi ricordo di lei," - continuò Compobagni - "notevole
…notevole … lei si è presentata con quel pezzo di
Madonna."
"Veramente," - rispose Francesca con imbarazzo -
"ho interpretato una canzone della Bertè."
"Certamente. Volevo ben dire. Un brano della Bertè.
Appunto."
"Ginni, mi stava dicendo," - intervenne Quaglione
- "che è rimasto molto impressionato dalle tue qualità,
ma che purtroppo, per quanto riguarda il posto disponibile
nella sua trasmissione, per motivi di budget, si
è deciso di optare per una soluzione interna e quindi
utilizzare una componente del corpo di ballo già
stipendiata dall'azienda. Questo non vuol dire che
non si presentino in futuro altre opportunità. Anzi,
a tal proposito, riteniamo opportuno che tu proceda
fin da adesso ad un lavoro di sgrezzamento ."
"E cioè?"
"Be', tanto per cominciare c'è molto da fare su
tutto ciò che riguarda il look, il trucco, la dizione,
il canto e poi non ci si presenta ad una selezione
così importante senza un book fotografico, vero
Ginni ?"
"Certamente."
Passarono mesi da quel giorno, non so quanti, ma
è certo che passarono e non c'è nessuno ch'io conosca
che sappia rendere innocuo quel sentirli andare
e per quanto nel ricordo alcuni siano, a volte,
preferiti ad altri, non li compianga tutti prediletti
in eguale modo.
Per cui anche Francesca, mutò nell'animo sì tanto
che parve allontanarsi in fretta e rigirata su se
stessa, come le cose che non hanno verso, ritornare.
Sempre assistita e consigliata dal Signor Quaglione
che le fornì gratuitamente indirizzi, contatti e
sostegno morale, curò il mestiere nei particolari
applicandosi con dedizione e umiltà, grazie anche
all'anticipo sulla liquidazione che suo padre si
era fatto dare per fronteggiare le ingenti spese.
"E' un investimento su te stessa" - continuavano
a ripeterle.
Forse lo era, ma per l'estrazione sociale da cui
proveniva una sconfitta avrebbe significato la rovina
di un'intera famiglia.
Francesca lo sapeva.
Frequentava il corso di dizione, di recitazione
e di canto in una delle migliori scuole della capitale
ma la scarsa lucidità, la foga di chi come inseguita
è consapevole di non potersi permettere il lusso
di disporre di tempo a sufficienza e, poiché era
tutt'altro che scema, del denaro altrui a cuor leggero,
facevano sì che i risultati ottenuti fossero mediocri.
E poi i vestiti nuovi, la pensione, le continue
telefonate a casa per rassicurare le persone care
ed essere rincuorata, i biglietti dell'autobus,
per non parlare poi del book fotografico, tutto
aveva un costo che assommatosi diveniva giorno dopo
giorno più greve e non potendo lasciarlo in custodia
ad altri , Francesca ne sopportava il peso e se
lo trascinava appresso.
Fu in occasione proprio del book fotografico che
per la prima volta venne presa dallo sconforto.
Giangi Clementin, tanto noto e qualificato quanto
strapagato virtuoso del settore (alcune sue istantanee
sulla vita sessuale dei castori erano esposte in
mostra permanente al circolo Uisp di Marina di Bibbona
) aveva scarsa pazienza con le principianti e quando,
dopo un certo numero di scatti, alla richiesta fatta
a Francesca di spogliarsi ne ebbe ricevuto per tutta
risposta un secco rifiuto dalla di lei medesima
accompagnato da una sonora sberla, diede in escandescenza
e dopo aver rotto cinque sei obbiettivi e tre lampade,
che ovviamente le avrebbe messo in conto, prese
a urlare come un pazzo in preda al delirio.
Francesca quella volta dubitò.
Pensò di andare.
Vide sfilare in rapida sequenza fotogrammi della
sua esistenza; si sentì vuota, persa, sola.
Come rapita trovò, a brandelli qua e là nella memoria,
la sua infanzia ad attenderla e con essa i colori,
gli odori, i giochi e i tanti cosa farò da grande
e in quel tutto indicibile ebbe timore persino a
confrontarsi.
Pensò a suo padre e a sua madre; l'avrebbero accolta
e amata come sempre, celando la delusione dietro
una carezza, un sorriso, di quelli così, che trapassano
la carne e per tenerezza fanno più male delle fucilate
e lasciano ferite profonde ben più dolorose, domani,
di quella nudità in cui quell'oggi le veniva chiesto
di mostrarsi.
Non si torna indietro.
Quando Nanni Quaglione giunse, avvisato tempestivamente
da una telefonata della segretaria del Giangi ,
non faticò molto a convincerla.
La trovò docile, disponibile e comprensiva e dopo
averle dato un paio di pasticche che Francesca tirò
immediatamente giù senza discutere con un sorso
di grappa, fu lui stesso a svestirla e lei lo lasciò
fare.
Perché diffidare?
Nanni si era dimostrato un gentiluomo in più di
un'occasione e l'interesse nei suoi riguardi si
era sempre limitato alla sfera professionale.
Conosceva ragazze che non erano state altrettanto
fortunate.
Conosceva le loro vicende e per quanto si sforzasse,
non riusciva a trovarvi nessuna similitudine.
Poteva ringraziare Dio per questo.
Ma la storia andò avanti.
Ed ogni volta che a Francesca, impegnata a domare
la montagna, sembrava di intravederne la vetta,
puntualmente veniva scaraventata giù e doveva ripartire
da capo.
Nessuno sembrava notarla.
Aveva partecipato ad ogni sorta di selezione; pubblicità,
soap-opera, annunciatrice per la televisione, teatro,
persino per un posto da cantante di piano-bar in
una trasmissione di terz'ordine.
Come trasparente.
Le uniche proposte che riceveva, dato che le fotografie
erano venute bene e mettevano in risalto tutte le
sue qualità, erano per parti scabrose in film a
luci rosse.
"In questo ambiente, quello che non accade in anni,
può accadere in un giorno." - le ripeteva Nanni
per farle coraggio.
E intanto da casa erano ansiosi di notizie e Francesca
fu costretta, col passare del tempo, a diffondere,
a piccole dosi, speranze infondate che fecero il
giro del paese.
Trovò un posto da cameriera in una trattoria fuori
porta e con i primi soldi diede l'anticipo ad una
ditta specializzata per la realizzazione di un supporto
audio-visivo, che a sentire gli addetti ai lavori,
poteva risolverle ogni problema.
Il saldo giunse tramite posta.
I suoi compaesani, dato che oramai la sua famiglia
si era dissanguata, organizzarono una grande festa
e con i proventi della tombola, in precedenza destinati
al collegio dei poveri orfanelli portatori di handicap,
reperirono i fondi necessari.
Gli ultimi.
Sinceramente colpita da questo gesto, Francesca
chiamò col groppo in gola la madre e avendole inviato
precedentemente, tre-quattrocento copie autografate
di un'istantanea che la ritraeva vestita da marinaretta
in Piazza di Spagna intenta a dar da mangiare ai
piccioni, la incaricò di distribuirle, a mo' di
ringraziamento, a tutti coloro che si erano adoperati
e nutrivano affetto e simpatia nei suoi confronti.
Oltretutto, tali avvenimenti erano serviti a renderla
di nuovo fiduciosa e, prossimi al periodo in cui
ogni anno si svolgono le selezioni per il più importante
Festival nazionale della canzone, quello di Zio
Remo, essendo venuta a conoscenza che il Signor
Ginni Compobagni faceva parte della commissione
esaminatrice incaricata di scegliere le nuove proposte,
si fece coraggio e decise di presentare la sua candidatura.
Così, con un nuovo look, il book, il cd-rom, il
dat, il dvd, il beauty-case, e gli attestati degli
stage frequentati, tutta roba di notevole peso specifico
per quanto riguarda il portafogli ma scarsamente
ingombrante e facilmente trasportabile, fece ritorno
ai luoghi teatro della sua prima venuta.
"Mi chiamo Francesca Taracchi, anni venticinque.
Le mie misure sono 60-90-60. Sono originaria della
provincia di Matera ma vivo a Roma. Porto una canzone
inedita di Cotoni-Bisacci-Cotoni. Titolo "Come farò
senza di te". Se volete mandare la base …"
"Ok. E' questione di un attimo. " - rispose il fonico.
"… ed io amore immenso … Come faròòò … senza di
te … come farò … òòò … a vivere …"
"Che palle!" - grugnì il Signor Compobagni in sala
di regia, - "Non ce n'è una che porti in dote un
pizzico di personalità."
"Almeno questa non stona." - osservò il fonico.
"… Come faròòò … dimmelo tu … come farò … òòò …
non ci sei più …"
"E poi, fisicamente presenta bene."- continuò.
"Sì, su questo non c'è dubbio. Ma la gente ne ha
abbastanza di belle figliole senza difetti che zampettano
ammiccanti sul palcoscenico. Ci vuole qualcosa di
più vero, che so, meno artificioso, più spontaneo
…"
" … Come faròòò …"
"Ok. Ok. Signorina. Grazie. Può andare. Le faremo
sapere."
Le fecero sapere.
Grazie all'interessamento dell'immancabile Nanni
Quaglione fu convocata d'urgenza per ulteriori accertamenti.
"Bene, cara Francesca. Io e Ginni abbiamo pensato
molto a te." - disse Nanni - "Vero Ginni?"
"Certamente" - rispose Ginni - " Mi ricordo di lei,
ha una faccia che non si dimentica. L'ho notata
immediatamente … ha una notevole personalità … presenza
fisica … se ricordo bene si è presentata con un
brano etnico in lingua inglese."
"Veramente …"
"Ginni mi stava spiegando" - intervenne Quaglione
- "che non avrebbe niente in contrario circa un
tuo inserimento come partecipante al Festival, anzi,
personalmente ti ritiene un'artista credibile e
meritevole. Vero, Ginni ?"
"Certamente."
"Ma purtroppo, fattori esterni e un'attenta valutazione
dell'andamento del mercato, impongono scelte dolorose
difficilmente comprensibili a chi non esercita il
nostro mestiere. Quello che voglio dire, è che l'azienda
è orientata verso un prodotto meno artificioso,
più consono ai sentimenti dell'uomo della strada."
"E cioè ?"
"Vede, signorina," - riprese Ginni - "la gente oggigiorno
ha bisogno di commuoversi, di piangere, di riconoscere
nell'artista se stesso, le proprie imperfezioni.
Solo rendendo la luna più vicina si può alimentare
nelle masse l'illusione che sia possibile a tutti,
prima o poi, mettervi piede. E questo vende. Lei,
per esempio, non ha per caso qualche menomazione,
una malattia in corso, che so, qualcosa che possa
arrecare alla sua bellezza una certa precarietà,
come un'invalidità permanente più o meno visibile,
una accentuata miopia progressiva che sfoci a breve
in cecità irreversibile, una ustione che le copra
almeno il 50% del corpo, un danno morale che l'abbia
resa psicologicamente instabile conseguenza di un
trauma causato da un'adolescenza infelice? "
"Io…"
"Nemmeno una misera policistosi ovarica, una epatite
cronica …."
"Veramente…"
"Vede. E' troppo sana. Troppo perfetta. Troppo professionale.
Non corrisponde alle aspettative del pubblico. Lei
andava bene cinque anni fa, doveva presentarsi allora.
Non ci avrei pensato due volte a metterla sotto
contratto."
"Tuttavia …" - proseguì Nanni, in una sorta di ping
pong a due voci.
"Tuttavia …" - pensò ad alta voce Francesca, attaccandosi
a quella parola con una disperata presa a due mani,
come all'unico arbusto rimasto in piedi sull'orlo
del precipizio prima di schiantarsi al suolo.
"Tuttavia, è innegabile che esista ancora una remota
possibilità che si renda disponibile, in tempi brevi,
uno spazio. Certo, la concorrenza è agguerrita.
Ma crediamo entrambi che la fiducia e la disponibilità
che abbiamo sempre mostrato, in tutti questi anni,
nei tuoi confronti sia stata ben riposta. Il treno
giusto passa una volta sola e siamo assolutamente
sicuri che non ti lascerai sfuggire questa opportunità."
Ottanta milioni.
Tanto occorreva per entrare di diritto al Festival
di Zio Remo e non deludere chicchessia.
Ottanta milioni.
Nella mente di Francesca prese forma un pensiero
stravagante e cioè che il mondo, privo di oggettivi
riferimenti, rispondesse alle leggi teoriche dell'uomo
con la casualità con cui i corpi celesti sono attratti
in orbite ellittiche e i fondamenti stessi dell'esistenza,
basati su dissertazioni filosofico-religiose di
dubbia provenienza, inverosimili enunciati istituiti
da ignoti campi di forza per tenere sotto controllo
quelle come lei.
Era stata incastrata.
Non da chi o da che cosa, ma dal corso degli eventi,
una legge fisica sgrammaticata, innaturale e violenta,
a cui ogni essere, qui sulla terra, volente o nolente
deve rendere conto.
Ci furono giorni che attratta dal magnetismo della
distruzione pensò al suicidio, altri in cui tentò
di mettere insieme una rappresentazione di se stessa
verosimile a quello che il rango di aspirante stellina
richiedeva.
Parve arrendersi.
Rinunciare.
Ma poi, con l'indifferenza di chi sopravvissuto
a carestie e pestilenze, stanco di soffrire, si
colloca equidistante tra la vita e la morte, ricompose
i pezzi.
Non potendo cercare conforto negli affetti familiari,
si rivolse alle banche.
Ma il rapporto che la società ha con il denaro diverge
decisamente da quello che l'individuo coltiva nell'intimo
del cuore e pur raccogliendo ovunque simpatie e
incoraggiamenti nessuno fu disposto a farle credito.
Rimuginò di nuovo sulle rinunce e i sacrifici fatti
e gli parve deleterio aver impiegato anni di viaggio
per giungere a un luogo tanto distante d'averne
nel tragitto persino dimenticato il nome e che adesso,
stanca e satura di rimpianti, non gli interessava
più di visitare.
Ma gli altri, quelli rimasti a casa, esigevano almeno
una cartolina con i saluti ed era un compito da
cui non si poteva esimere.
Non trovò soluzioni.
Se non quella di proseguire sino in fondo.
Telefonò a Nanni quella sera, e nel pomeriggio antecedente
impegnò gli ultimi risparmi per una revisione completa
della carrozzeria, mutò colore ed animo e accessoriata
di tutto punto decise di giocarsi l'unica carta
che ancora le restava e che per una ragazza come
lei, allevata a rigidi princìpi e pane santo, era
quella che, a qualsiasi gioco si stesse giocando,
non doveva mai neppure figurare nel mazzo : la dignità.
Il Signor Nanni Quaglione, puntuale come le disgrazie,
passò a prenderla all'ora convenuta.
Recava in volto la contrarietà distinta e compassata
di chi per cortesia o generosità non è capace di
negarsi, ma si intuiva, non fosse altro per l'aspetto
trasandato, che per lui non era il massimo della
vita sprecare alcuni minuti del suo tempo libero
a far da balia ad una ragazzina petulante e noiosa.
Ma la sorpresa di trovarsi innanzi una splendida
giovane donna fu tanto grande e inaspettata che
non poté far altro che scusarsi per l'abbigliamento
inadeguato, e chiamato il time-out tornò a casa
a cambiarsi, a radersi, a farsi una tintura per
capelli, a raccontare una inverosimile balla alla
moglie circa la sua indispensabile presenza ad una
riunione in cui si sarebbero decise le sorti del
pianeta terra e ingurgitato tutto d'un fiato un
gallone di acqua di colonia, inforcata la Maserati
bi-turbo e prenotato un tavolo nel più costoso e
rinomato ristorante di Roma, fece ritorno, giusto-giusto,
per la ripresa del match.
Conversarono lungamente con amabile leggerezza e
Francesca, sul momento, si guardò bene dall'introdurre
argomenti sconvenienti capaci di incrinare la sintonia
che si era creata tra loro.
Dopo cena, scorrazzarono in lungo e largo apparentemente
senza una meta; per le vie del centro, sulla tangenziale,
su strade statali secondarie, poi lungo un piccolo
sentiero privato dove Nanni fermò l'auto di fronte
ad una imponente cancellata.
"La mia casa di campagna." - disse.
Francesca avvertì una cosa molliccia e temperata
insinuarsi tra le sue gambe e immediatamente appresso
un'altra analoga contemplarle avidamente la linea
dei seni.
Strinse i denti e si divaricò leggermente per favorire
l'accesso e nell'intento di sconfiggere se stessa
si sforzò di partecipare attivamente tuffandosi
senza ritegno e con insospettabile ingordigia, a
succhiare e spingere giù fino quasi all'esofago,
il simbolo della sua disperata solitudine.
"Andiamo dentro che stiamo più comodi." - sussurrò
Nanni.
Attraversarono l'imponente cancello.
Scesero dall'auto.
Francesca, ebbe un mancamento.
Un conato di vomito, prontamente represso, bussò
ripetutamente dentro, e gli occhi le si fecero lucidi
e vaghi.
"Cosa c'è? Qualcosa non va? - si preoccupò Nanni
sorreggendola.
"No. Niente. Passa subito."
"Forse abbiamo un po' esagerato con il vino." -
ridacchiò.
"Sì, forse è il vino. Non ci sono abituata."
Doveva essere brava.
Brava e convincente.
Doveva farlo morire d'infarto quel bastardo.
Entrarono nella casa.
Francesca fece quello che doveva fare.
Quello che tutti volevano.
Quello che era inevitabile.
Quello che aveva deciso.
Quello che sul grande libro era stato scritto per
lei.
Non ebbe mai denaro a sufficienza per partecipare
al Festival di Zio Remo o forse, riuscì a trovarlo,
ed è solo che con il trascorrere delle stagioni,
la carriera di cantante, occupò un ruolo secondario
nella scala dei suoi desideri e finì per dimenticarsene.
Presa dal nuovo lavoro, aveva sostituito Cristine
(ricordate la bomba del sesso) sia come segretaria
che come amante di Nanni, conduceva ora una vita
ordinaria, quasi monotona, vivacizzata appena da
qualche scappatella notturna in compagnia di questo
o quel rappresentante del Consiglio di Amministrazione.
Si era adattata, tutto qui e nonostante le vicissitudini
conservava intatto un certo spirito di sacrificio.
Finché, un giorno, come accade nelle favole che
hanno sempre un lieto fine, qualcuno si decise e
fu inviata in fretta e furia, paradossalmente quasi
contro la sua volontà, al Festival per voci nuove
di Castroporro.
Tutto spesato.
Senza dover tirare fuori una lira.
Le avevano prenotato persino l'albergo.
La notizia, di bocca in bocca, fece rapidamente
il giro della provincia di Matera e dal suo paese
arrivarono fiori e fax di congratulazioni e la pro-loco
organizzò un autobus per permettere a coloro che
lo desideravano di presenziare ad un avvenimento
di tale importanza.
Per giorni non si parlò di altro.
Il sindaco di Altamura, preso dall'euforia, convocato
in seduta straordinaria il Consiglio Comunale, propose
di cambiare Via Giuseppe Garibaldi in Corso Francecsa
Taracchi, quello di Gravina, per non essergli da
meno, di erigerle una statua, commissionata allo
scultore di fama internazionale Joe Carota, proprio
di fronte al palazzo comunale.
A casa dei suoi genitori un continuo via vai di
parenti e conoscenti si riunirono in preghiera davanti
all'effigie di Padre Pio e qualcuno nell'esaltazione
mistica gridò al miracolo dicendo di aver visto
l'ologramma di Elvis nudo apparirgli in sogno, avvolto
da un alone di luce, e rivelargli il quinto e sesto
segreto di Fatima.
La sera del suo debutto, i cieli di quel tratto
di terra a cavallo tra la Puglia e la Basilicata
furono teatro di un vero e proprio bombardamento
di onde elettromagnetiche.
Dalle case migliaia di antenne si levarono in volo
con il compito di intercettare il segnale della
rete che trasmetteva l'evento e fu una contraerea
tale che costrinse l'aeroporto di Brindisi a sospendere
momentaneamente in via precauzionale i voli previsti
sulla rotta da e per Roma.
Un ragazzo smilzo, palesemente sofferente e claudicante,
prese posto sul palcoscenico.
Francesca si posizionò alla sua destra.
"Mario Di Gorla" - disse il presentatore "ci canterà
una canzone edita dal titolo ….."
Be', Francesca era solo la corista, ma insomma non
si può stare sempre a cercare il pelo nell'uovo.
Bisogna anche sapersi accontentare.
Partì la base.
Di voce nuova, il Di Gorla, minato nel fisico e
nella mente da atroci commoventi trascorsi, ne aveva
ben poca, ma c'è da giurarci che furono in molti,
durante la sua interpretazione, a tirare fuori i
fazzoletti.
Dalla cartella clinica, per il ragazzo si prospettava
una promettente carriera.
Perlomeno fino a che il mercato non fosse stato
saturo.
"Milano in macchina una sera che piove ….."
Dalla stazione orbitante Mir ogni cosa assumeva
le giuste proporzioni; uomini e dèi resi indistinguibili
da una coltre densa di nuvole e fumi industriali
fluttuavano, sospinti da venti cosmici, come minuscoli
strofinacci aggrovigliati nella centrifuga dell'imperituro
spazio.
Padroni temporanei di un moto sferico.
Di uno sferico niente destinato a non durare.
"… scorrono via le luci e le ombre zafferano del
cuore …"
Forme meccaniche controllavano dall'alto il compiersi
evolutivo della specie.
In basso, una moltitudine di scienziati, filosofi
e teologi, si accapigliavano miseramente nel tentativo
di dare un senso ad attimi privi di significato.
Gli altri, in ordine sparso, si facevano i cazzi
loro.
Qualcuno addirittura non cercava né risposte né
speranze.
Qualcuno sparava nel mucchio.
Qualcuno recitava la parte di quello che veniva
colpito e stramazzava al suolo.
Qualcuno c'era tanto per fare numero e sembrare
in tanti.
Qualcuno aspettava.
Aspettava e basta.
Non a caso il nostro sistema solare è posto alla
periferia estrema di una galassia.
"… non abbiamo le ali ma …"
Per tre minuti e quaranta secondi circa Francesca
fu la televisione.
Poi ,giusto il tempo terrestre di un applauso.
Il mondo è una scatola colorata colma di pazzi che
sorridono.
E il tubo catodico è tutto quello che c'è.
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