"Kay è stata qui" Andrea Salieri, Edizioni Clandestine 2000

 

Una sera che piove

"Mi chiamo Francesca Taracchi, anni venti. Provengo dalla provincia di Matera e voglio diventare cantante".
Ginni Compobagni, produttore autore e regista della celebre trasmissione televisiva 'Ci sei o lo fai', diede come sempre un'occhiata distratta ai monitor della cabina di regia; il volto della ragazza, illuminato dai riflettori, celava malamente un'emozione e un'ansia consueta ad altre centinaia di sue coetanee ivi riunite per contendersi un posto di valletta nel suo show.
Era oramai avvezzo a queste cose, neanche ci faceva più caso.
Bionde, brune, alte, basse, grasse, magre, più o meno belle e intelligenti, sceme, brutte, decisamente brutte, sceme e brutte insieme: ne aveva viste così tante che non ne ricordava nessuna in particolare.
Erano tutte diverse e tutte uguali, talune partivano dal paesello, altre dalla città, talune spalleggiate dall'avidità e dall'ambizione smisurata dei genitori, altre le possedevano entrambe di per sé e in abbondanza, ognuna con una storia, qualcuna con conoscenze nel settore, altre con legami di parentela importanti e amicizie influenti.
Tutte determinate, tutte in fila al mercato dell'effimero per un posto da oca giuliva, ognuna convinta della propria unicità in un mondo di somiglianze e di cloni, ognuna certa del proprio talento, della benevolenza e della complicità del fato nell'assecondare i propri desideri.
Predestinazione la chiamano, un segno che illumina il sentiero di chi sa leggere tra le righe del presente e contempla il passato con l'ostinazione di chi considera il futuro, a torto o a ragione, inscindibile e uniforme.
"Bene." - disse svogliatamente per l'ottantaseiesima volta nel corso della mattinata il Signor Compobagni premendo con un dito l'interfono di collegamento audio tra la regia e lo studio 3 e con lo sguardo rivolto ai titoli di coda della Gazzetta dello Sport - "Ci faccia sentire qualcosa".
Usava il 'plurale maiestatico' perché così si fa.
Era un metodo di cui si serviva sovente per scaricare all'apparenza la responsabilità delle proprie scelte, come a voler far credere alle ragazze che non fosse lui a decidere ma una concentrazione di figure, di eventi e di ingranaggi incontrollabili e indefinibili interni alla struttura dell'azienda.
E non poteva certo fare altrimenti.
Assumersi ai loro occhi tale decisivo ruolo voleva dire essere perseguitato, supplicato e stramaledetto in eterno da centinaia, che dico, migliaia di speranze claudicanti e infrante di cui, anche a volerne riesumare i file dalla memoria, gli rimaneva ben poco dentro, se non uno sfuocato e univoco quadro collettivo, un immenso cimitero di tombe senza nome.
"Devo cantare? " - chiese ingenuamente Francesca rivolgendosi al vetro opaco che separava lo studio 3 dalla sala di regia.
"Si avvicini al microfono, signorina. Da lì non riusciamo a sentirla." - disse gentilmente il tecnico dal banco del mixer.
Francesca fece un passo avanti verso l'asta del microfono.
"Devo cantare?" ripeté con un filino di voce umile ed esitante, quasi a volersi scusare di aver causato un qualche disturbo all'equilibrio dell'ambiente.
"Crede che ci siano altre ragioni per cui lei stamattina si trova qui?" - la ammonì severamente il Signor Compobagni sempre sfogliando il giornale e senza degnarla di un minimo sguardo.
"N … no."
"E allora veda di non farci perdere tempo."
"Andrebbe bene un pezzo della Bertè?" - si fece coraggio Francesca, cercando di incontrare i gusti del produttore.
"Che palle! Hanno tutte lo stesso repertorio." - penso tra sé e sé il Signor Compobagni e al fonico - "Metti su la base n° 23."
Iniziò a cantare, la ragazza, e mentre lo faceva pensava non alle parole del testo ma alla vita, alle cose del mondo e a tutto ciò che l'aveva portata fin qui.
"Milano in macchina una sera che piove ……."
A dodici anni scriveva già poesie, a tredici aveva vinto il concorso letterario 'Altamura in festa' con la lirica 'A Gesù', a quindici era stata Miss Gravina sbaragliando la concorrenza di ben nove agguerrite pretendenti al titolo, a diciassette aveva lavorato nel cinema come comparsa in un film con Vito Perotta e a diciotto cominciò a esibirsi ogni domenica mattina come corista nella chiesa del suo quartiere e tutti, cugini più o meno lontani, zii, conoscenti alla larga e alla stretta, amici fidati e nemici giurati (i quali, rosi dall'invidia, le rimproveravano di essersi montata la testa), proprio tutti, le riconoscevano una diversità congenita e prevedevano e pretendevano per lei un grande futuro.
"… scorrono via le luci e le ombre zafferano del cuore …"
Sapeva che non sarebbe stato facile, sapeva degli sforzi economici sostenuti dai suoi genitori per farla arrivare a Roma, sapeva che l'ambiente era corrotto e cattivo e anche, possidente di un qualche centinaio di ettari di incoscienza e presunzione, che era meglio non pensarci prima perché tanto era così brava e bella che a lei non sarebbe mai potuto accadere alcunché di sconveniente.
" … non abbiamo le ali ma …"
"Canta come un cane." - sentenziò il fonico in sala di regia.
Ma Francesca non poteva sentirlo e neppure sentiva se stessa.
L'interfono era spento e tutto il suo essere era ormai proteso in avanti a velocità supersonica verso stelle lucenti e non c'era verso di deviare la sua attenzione dal fine ultimo che si era prefissa: essere la prima donna a posare i piedi su Marte.
Ma queste erano la vita e le cose del mondo, ben più terrene e fetenti di quanto ci è consentito immaginare, lungi da grandi voli , spietate, insensibili e avare .
"Canta come un cane." - confermò quasi compiaciuto e con una sorta di cattiveria il Signor Compobagni.
Ma questo è tutto ciò di cui viviamo e la notizia importante del giorno, quella in prima pagina su ogni giornale, riportava pressappoco così: - Mirko Pantano estromesso dal giro d'Italia. Trovato con un tasso di varechina nel sangue superiore alla norma. Pantano: "Non ho mai lavato un pavimento in vita mia."
Sotto la foto dello stesso intento nelle pulizie di casa mentre tracanna a gargarozzo una confezione da sei di una ben nota marca di prodotti per l'igiene e la mamma e il fratello pronti a giurare che è tutta una montatura, che si tratta di un complotto.
In ultima pagina un trafiletto: - Giovane si suicida perché senza lavoro.
Questo è ciò di cui viviamo.
"Ok. Ok. Signorina. Grazie. Può andare. Le faremo sapere."
Fuori dallo studio 3 centinaia di giovani puledre incuranti della calca, dell'afa, della crisi di governo e della raccolta di firme per il referendum abrogativo della pentola a pressione, attendevano, pressate in piedi ciascuna in poco meno di mezzo metro quadro e parimenti colme ognuna della stessa densità di volontà di potenza, pazienti, entusiaste e trepidanti il proprio turno di gioco.
Quando Francesca fu fuori alcune di queste, esibendo pubblicamente una sorta di finta solidarietà e cameratismo, le si fecero incontro per avere notizie sull'andamento della prova da lei testé sostenuta.
Francesca tirò dritto usando a sua volta frasi di circostanza e andò a sedersi ad un tavolo della caffetteria di fronte; un tavolo ben situato vicino alla vetrata che dava sull'esterno del palazzo, affinché da lì potesse vedere il cielo, perché adesso che la tensione era scemata Marte era tornato dov'era, remoto in un universo algebrico, inavvicinabile per difetto e nonostante i dieci decimi di cui andava fiera, irraggiungibile persino ad occhio nudo.
"Mi scusi. La disturbo se mi siedo?"
"Nient'affatto. Faccia pure:"
L'uomo aveva quaranta, forse quarantacinque anni, l'abito e il portamento sobrio ed elegante di chi del vivere in società ha capito molte cose, la ventiquattr'ore, il cellulare e un orologio da polso di grande effetto.
L'aspetto piacevole e misurato induceva l'ambiente circostante, e con esso coloro che ne facevano parte, ad una innata simpatia e benevolenza nei suoi confronti.
L'uomo ordinò un caffè.
L'uomo rispose ad una chiamata sul cellulare.
Francesca scrutava ancora il cielo.
"Nanni … Nanni Quaglione." disse porgendo un arto in avanti.
"Francesca … Francesca Taracchi."
Iniziò così un colloquio, dapprima distrattamente tenuto in piedi da vaghi elementi circostanziali, poi dalla legittima voglia di Francesca di rendere comunque condivisibile ad altri uno stato d'animo e un istante della propria esistenza, che li pose entrambi apparentemente sulla stessa strada.
"… e così ti sei presentata alla selezione."
"Sì."
"Vestita a quel modo?"
Francesca parve non capire.
Indossava un paio di jeans larghi, scarpe alte con la zeppa all'ultimo grido e un maglione abbondante a fantasia floreale che le aveva regalato sua madre il giorno che era partita.
Confidava nelle sue capacità abbastanza da non considerare l'aspetto esteriore determinante e così i capelli, lunghi e neri, raccolti a cipolla sulla nuca e tutto il resto, avrebbero, a suo dire, evidenziato ancor di più la sua freschezza e genuinità e quel paio di smeraldi azzurri che le rivestivano i bulbi oculari.
"Aspetta qui un istante. Torno subito." - disse l'uomo la cui identità corrispondeva a Nanni Quaglione.
Passarono dieci-quindici minuti abbondanti nei quali Francesca si arrovellò al pensiero di chi fosse quell'individuo e perché le avesse parlato a quel modo e inoltre, poiché tutte le persone che finora aveva incontrato portavano nomignoli tanto idioti quali Ginni, Nanni e magari Fuffi o Titti , pensò vi fosse una qualche ragione recondita ad esporsi così incoscientemente al ridicolo.
"La signorina Francesca Taracchi?"
Era una sventola bionda con relativa minigonna e tacchi a spillo ad averle posto la domanda.
"E' lei la Signorina Francesca?" - ripeté la bambola sexy.
"Sì."
"Il Signor Quaglione vorrebbe vederla. Venga, la conduco al suo ufficio."
L'ufficio in questione si trovava proprio di fianco allo studio 3 e Francesca, prima di entrarvi, non mancò di notare la targa in ottone che si estendeva imperiosa sulla superficie levigata della porta in noce, né tantomeno di leggere la dicitura che la stessa recava impressa: 'Nanni Quaglione. Art Director.'
Trasalì.
"Vieni. Vieni avanti. Siediti."
"E lei vada pure, Cristine."
La bomba del sesso, senza aprire bocca, si dileguò richiudendosi alle spalle un pezzettino di quella natura incontaminata che un giorno parve un tronco robusto e florido e adesso, purtroppo, giaceva impagliata nei cardini.
"Io e Ginni stavamo parlando giusto di te." - le disse con fare ammiccante di chi vuol rendere complice un estranea.
"Vero, Ginni ?"
Il Signor Compobagni, affondati i suoi centotrenta chili per un metro e cinquantacinque di altezza nella poltrona in similpelle, dotazione esclusiva dello staff dirigenziale, dopo essersi rastrellato con la zampa destra un etto di scaglie di parmigiano dalla nuca e aver squadrato da cima a fondo per la prima volta Francesca e per almeno trenta secondi buoni, inespressivo e distante bofonchiò: "Certamente."
Francesca arrossì.
"Mi ricordo di lei," - continuò Compobagni - "notevole …notevole … lei si è presentata con quel pezzo di Madonna."
"Veramente," - rispose Francesca con imbarazzo - "ho interpretato una canzone della Bertè."
"Certamente. Volevo ben dire. Un brano della Bertè. Appunto."
"Ginni, mi stava dicendo," - intervenne Quaglione - "che è rimasto molto impressionato dalle tue qualità, ma che purtroppo, per quanto riguarda il posto disponibile nella sua trasmissione, per motivi di budget, si è deciso di optare per una soluzione interna e quindi utilizzare una componente del corpo di ballo già stipendiata dall'azienda. Questo non vuol dire che non si presentino in futuro altre opportunità. Anzi, a tal proposito, riteniamo opportuno che tu proceda fin da adesso ad un lavoro di sgrezzamento ."
"E cioè?"
"Be', tanto per cominciare c'è molto da fare su tutto ciò che riguarda il look, il trucco, la dizione, il canto e poi non ci si presenta ad una selezione così importante senza un book fotografico, vero Ginni ?"
"Certamente."

Passarono mesi da quel giorno, non so quanti, ma è certo che passarono e non c'è nessuno ch'io conosca che sappia rendere innocuo quel sentirli andare e per quanto nel ricordo alcuni siano, a volte, preferiti ad altri, non li compianga tutti prediletti in eguale modo.
Per cui anche Francesca, mutò nell'animo sì tanto che parve allontanarsi in fretta e rigirata su se stessa, come le cose che non hanno verso, ritornare.
Sempre assistita e consigliata dal Signor Quaglione che le fornì gratuitamente indirizzi, contatti e sostegno morale, curò il mestiere nei particolari applicandosi con dedizione e umiltà, grazie anche all'anticipo sulla liquidazione che suo padre si era fatto dare per fronteggiare le ingenti spese.
"E' un investimento su te stessa" - continuavano a ripeterle.
Forse lo era, ma per l'estrazione sociale da cui proveniva una sconfitta avrebbe significato la rovina di un'intera famiglia.
Francesca lo sapeva.
Frequentava il corso di dizione, di recitazione e di canto in una delle migliori scuole della capitale ma la scarsa lucidità, la foga di chi come inseguita è consapevole di non potersi permettere il lusso di disporre di tempo a sufficienza e, poiché era tutt'altro che scema, del denaro altrui a cuor leggero, facevano sì che i risultati ottenuti fossero mediocri.
E poi i vestiti nuovi, la pensione, le continue telefonate a casa per rassicurare le persone care ed essere rincuorata, i biglietti dell'autobus, per non parlare poi del book fotografico, tutto aveva un costo che assommatosi diveniva giorno dopo giorno più greve e non potendo lasciarlo in custodia ad altri , Francesca ne sopportava il peso e se lo trascinava appresso.
Fu in occasione proprio del book fotografico che per la prima volta venne presa dallo sconforto.
Giangi Clementin, tanto noto e qualificato quanto strapagato virtuoso del settore (alcune sue istantanee sulla vita sessuale dei castori erano esposte in mostra permanente al circolo Uisp di Marina di Bibbona ) aveva scarsa pazienza con le principianti e quando, dopo un certo numero di scatti, alla richiesta fatta a Francesca di spogliarsi ne ebbe ricevuto per tutta risposta un secco rifiuto dalla di lei medesima accompagnato da una sonora sberla, diede in escandescenza e dopo aver rotto cinque sei obbiettivi e tre lampade, che ovviamente le avrebbe messo in conto, prese a urlare come un pazzo in preda al delirio.
Francesca quella volta dubitò.
Pensò di andare.
Vide sfilare in rapida sequenza fotogrammi della sua esistenza; si sentì vuota, persa, sola.
Come rapita trovò, a brandelli qua e là nella memoria, la sua infanzia ad attenderla e con essa i colori, gli odori, i giochi e i tanti cosa farò da grande e in quel tutto indicibile ebbe timore persino a confrontarsi.
Pensò a suo padre e a sua madre; l'avrebbero accolta e amata come sempre, celando la delusione dietro una carezza, un sorriso, di quelli così, che trapassano la carne e per tenerezza fanno più male delle fucilate e lasciano ferite profonde ben più dolorose, domani, di quella nudità in cui quell'oggi le veniva chiesto di mostrarsi.
Non si torna indietro.
Quando Nanni Quaglione giunse, avvisato tempestivamente da una telefonata della segretaria del Giangi , non faticò molto a convincerla.
La trovò docile, disponibile e comprensiva e dopo averle dato un paio di pasticche che Francesca tirò immediatamente giù senza discutere con un sorso di grappa, fu lui stesso a svestirla e lei lo lasciò fare.
Perché diffidare?
Nanni si era dimostrato un gentiluomo in più di un'occasione e l'interesse nei suoi riguardi si era sempre limitato alla sfera professionale.
Conosceva ragazze che non erano state altrettanto fortunate.
Conosceva le loro vicende e per quanto si sforzasse, non riusciva a trovarvi nessuna similitudine.
Poteva ringraziare Dio per questo.
Ma la storia andò avanti.
Ed ogni volta che a Francesca, impegnata a domare la montagna, sembrava di intravederne la vetta, puntualmente veniva scaraventata giù e doveva ripartire da capo.
Nessuno sembrava notarla.
Aveva partecipato ad ogni sorta di selezione; pubblicità, soap-opera, annunciatrice per la televisione, teatro, persino per un posto da cantante di piano-bar in una trasmissione di terz'ordine.
Come trasparente.
Le uniche proposte che riceveva, dato che le fotografie erano venute bene e mettevano in risalto tutte le sue qualità, erano per parti scabrose in film a luci rosse.
"In questo ambiente, quello che non accade in anni, può accadere in un giorno." - le ripeteva Nanni per farle coraggio.
E intanto da casa erano ansiosi di notizie e Francesca fu costretta, col passare del tempo, a diffondere, a piccole dosi, speranze infondate che fecero il giro del paese.
Trovò un posto da cameriera in una trattoria fuori porta e con i primi soldi diede l'anticipo ad una ditta specializzata per la realizzazione di un supporto audio-visivo, che a sentire gli addetti ai lavori, poteva risolverle ogni problema.
Il saldo giunse tramite posta.
I suoi compaesani, dato che oramai la sua famiglia si era dissanguata, organizzarono una grande festa e con i proventi della tombola, in precedenza destinati al collegio dei poveri orfanelli portatori di handicap, reperirono i fondi necessari.
Gli ultimi.
Sinceramente colpita da questo gesto, Francesca chiamò col groppo in gola la madre e avendole inviato precedentemente, tre-quattrocento copie autografate di un'istantanea che la ritraeva vestita da marinaretta in Piazza di Spagna intenta a dar da mangiare ai piccioni, la incaricò di distribuirle, a mo' di ringraziamento, a tutti coloro che si erano adoperati e nutrivano affetto e simpatia nei suoi confronti.
Oltretutto, tali avvenimenti erano serviti a renderla di nuovo fiduciosa e, prossimi al periodo in cui ogni anno si svolgono le selezioni per il più importante Festival nazionale della canzone, quello di Zio Remo, essendo venuta a conoscenza che il Signor Ginni Compobagni faceva parte della commissione esaminatrice incaricata di scegliere le nuove proposte, si fece coraggio e decise di presentare la sua candidatura.
Così, con un nuovo look, il book, il cd-rom, il dat, il dvd, il beauty-case, e gli attestati degli stage frequentati, tutta roba di notevole peso specifico per quanto riguarda il portafogli ma scarsamente ingombrante e facilmente trasportabile, fece ritorno ai luoghi teatro della sua prima venuta.
"Mi chiamo Francesca Taracchi, anni venticinque. Le mie misure sono 60-90-60. Sono originaria della provincia di Matera ma vivo a Roma. Porto una canzone inedita di Cotoni-Bisacci-Cotoni. Titolo "Come farò senza di te". Se volete mandare la base …"
"Ok. E' questione di un attimo. " - rispose il fonico. "… ed io amore immenso … Come faròòò … senza di te … come farò … òòò … a vivere …"
"Che palle!" - grugnì il Signor Compobagni in sala di regia, - "Non ce n'è una che porti in dote un pizzico di personalità."
"Almeno questa non stona." - osservò il fonico.
"… Come faròòò … dimmelo tu … come farò … òòò … non ci sei più …"
"E poi, fisicamente presenta bene."- continuò.
"Sì, su questo non c'è dubbio. Ma la gente ne ha abbastanza di belle figliole senza difetti che zampettano ammiccanti sul palcoscenico. Ci vuole qualcosa di più vero, che so, meno artificioso, più spontaneo …"
" … Come faròòò …"
"Ok. Ok. Signorina. Grazie. Può andare. Le faremo sapere."
Le fecero sapere.
Grazie all'interessamento dell'immancabile Nanni Quaglione fu convocata d'urgenza per ulteriori accertamenti.
"Bene, cara Francesca. Io e Ginni abbiamo pensato molto a te." - disse Nanni - "Vero Ginni?"
"Certamente" - rispose Ginni - " Mi ricordo di lei, ha una faccia che non si dimentica. L'ho notata immediatamente … ha una notevole personalità … presenza fisica … se ricordo bene si è presentata con un brano etnico in lingua inglese."
"Veramente …"
"Ginni mi stava spiegando" - intervenne Quaglione - "che non avrebbe niente in contrario circa un tuo inserimento come partecipante al Festival, anzi, personalmente ti ritiene un'artista credibile e meritevole. Vero, Ginni ?"
"Certamente."
"Ma purtroppo, fattori esterni e un'attenta valutazione dell'andamento del mercato, impongono scelte dolorose difficilmente comprensibili a chi non esercita il nostro mestiere. Quello che voglio dire, è che l'azienda è orientata verso un prodotto meno artificioso, più consono ai sentimenti dell'uomo della strada."
"E cioè ?"
"Vede, signorina," - riprese Ginni - "la gente oggigiorno ha bisogno di commuoversi, di piangere, di riconoscere nell'artista se stesso, le proprie imperfezioni. Solo rendendo la luna più vicina si può alimentare nelle masse l'illusione che sia possibile a tutti, prima o poi, mettervi piede. E questo vende. Lei, per esempio, non ha per caso qualche menomazione, una malattia in corso, che so, qualcosa che possa arrecare alla sua bellezza una certa precarietà, come un'invalidità permanente più o meno visibile, una accentuata miopia progressiva che sfoci a breve in cecità irreversibile, una ustione che le copra almeno il 50% del corpo, un danno morale che l'abbia resa psicologicamente instabile conseguenza di un trauma causato da un'adolescenza infelice? "
"Io…"
"Nemmeno una misera policistosi ovarica, una epatite cronica …."
"Veramente…"
"Vede. E' troppo sana. Troppo perfetta. Troppo professionale. Non corrisponde alle aspettative del pubblico. Lei andava bene cinque anni fa, doveva presentarsi allora. Non ci avrei pensato due volte a metterla sotto contratto."
"Tuttavia …" - proseguì Nanni, in una sorta di ping pong a due voci.
"Tuttavia …" - pensò ad alta voce Francesca, attaccandosi a quella parola con una disperata presa a due mani, come all'unico arbusto rimasto in piedi sull'orlo del precipizio prima di schiantarsi al suolo.
"Tuttavia, è innegabile che esista ancora una remota possibilità che si renda disponibile, in tempi brevi, uno spazio. Certo, la concorrenza è agguerrita. Ma crediamo entrambi che la fiducia e la disponibilità che abbiamo sempre mostrato, in tutti questi anni, nei tuoi confronti sia stata ben riposta. Il treno giusto passa una volta sola e siamo assolutamente sicuri che non ti lascerai sfuggire questa opportunità."

Ottanta milioni.
Tanto occorreva per entrare di diritto al Festival di Zio Remo e non deludere chicchessia.
Ottanta milioni.
Nella mente di Francesca prese forma un pensiero stravagante e cioè che il mondo, privo di oggettivi riferimenti, rispondesse alle leggi teoriche dell'uomo con la casualità con cui i corpi celesti sono attratti in orbite ellittiche e i fondamenti stessi dell'esistenza, basati su dissertazioni filosofico-religiose di dubbia provenienza, inverosimili enunciati istituiti da ignoti campi di forza per tenere sotto controllo quelle come lei.
Era stata incastrata.
Non da chi o da che cosa, ma dal corso degli eventi, una legge fisica sgrammaticata, innaturale e violenta, a cui ogni essere, qui sulla terra, volente o nolente deve rendere conto.
Ci furono giorni che attratta dal magnetismo della distruzione pensò al suicidio, altri in cui tentò di mettere insieme una rappresentazione di se stessa verosimile a quello che il rango di aspirante stellina richiedeva.
Parve arrendersi.
Rinunciare.
Ma poi, con l'indifferenza di chi sopravvissuto a carestie e pestilenze, stanco di soffrire, si colloca equidistante tra la vita e la morte, ricompose i pezzi.
Non potendo cercare conforto negli affetti familiari, si rivolse alle banche.
Ma il rapporto che la società ha con il denaro diverge decisamente da quello che l'individuo coltiva nell'intimo del cuore e pur raccogliendo ovunque simpatie e incoraggiamenti nessuno fu disposto a farle credito.
Rimuginò di nuovo sulle rinunce e i sacrifici fatti e gli parve deleterio aver impiegato anni di viaggio per giungere a un luogo tanto distante d'averne nel tragitto persino dimenticato il nome e che adesso, stanca e satura di rimpianti, non gli interessava più di visitare.
Ma gli altri, quelli rimasti a casa, esigevano almeno una cartolina con i saluti ed era un compito da cui non si poteva esimere.
Non trovò soluzioni.
Se non quella di proseguire sino in fondo.
Telefonò a Nanni quella sera, e nel pomeriggio antecedente impegnò gli ultimi risparmi per una revisione completa della carrozzeria, mutò colore ed animo e accessoriata di tutto punto decise di giocarsi l'unica carta che ancora le restava e che per una ragazza come lei, allevata a rigidi princìpi e pane santo, era quella che, a qualsiasi gioco si stesse giocando, non doveva mai neppure figurare nel mazzo : la dignità.
Il Signor Nanni Quaglione, puntuale come le disgrazie, passò a prenderla all'ora convenuta.
Recava in volto la contrarietà distinta e compassata di chi per cortesia o generosità non è capace di negarsi, ma si intuiva, non fosse altro per l'aspetto trasandato, che per lui non era il massimo della vita sprecare alcuni minuti del suo tempo libero a far da balia ad una ragazzina petulante e noiosa.
Ma la sorpresa di trovarsi innanzi una splendida giovane donna fu tanto grande e inaspettata che non poté far altro che scusarsi per l'abbigliamento inadeguato, e chiamato il time-out tornò a casa a cambiarsi, a radersi, a farsi una tintura per capelli, a raccontare una inverosimile balla alla moglie circa la sua indispensabile presenza ad una riunione in cui si sarebbero decise le sorti del pianeta terra e ingurgitato tutto d'un fiato un gallone di acqua di colonia, inforcata la Maserati bi-turbo e prenotato un tavolo nel più costoso e rinomato ristorante di Roma, fece ritorno, giusto-giusto, per la ripresa del match.
Conversarono lungamente con amabile leggerezza e Francesca, sul momento, si guardò bene dall'introdurre argomenti sconvenienti capaci di incrinare la sintonia che si era creata tra loro.
Dopo cena, scorrazzarono in lungo e largo apparentemente senza una meta; per le vie del centro, sulla tangenziale, su strade statali secondarie, poi lungo un piccolo sentiero privato dove Nanni fermò l'auto di fronte ad una imponente cancellata.
"La mia casa di campagna." - disse.
Francesca avvertì una cosa molliccia e temperata insinuarsi tra le sue gambe e immediatamente appresso un'altra analoga contemplarle avidamente la linea dei seni.
Strinse i denti e si divaricò leggermente per favorire l'accesso e nell'intento di sconfiggere se stessa si sforzò di partecipare attivamente tuffandosi senza ritegno e con insospettabile ingordigia, a succhiare e spingere giù fino quasi all'esofago, il simbolo della sua disperata solitudine.
"Andiamo dentro che stiamo più comodi." - sussurrò Nanni.
Attraversarono l'imponente cancello.
Scesero dall'auto.
Francesca, ebbe un mancamento.
Un conato di vomito, prontamente represso, bussò ripetutamente dentro, e gli occhi le si fecero lucidi e vaghi.
"Cosa c'è? Qualcosa non va? - si preoccupò Nanni sorreggendola.
"No. Niente. Passa subito."
"Forse abbiamo un po' esagerato con il vino." - ridacchiò.
"Sì, forse è il vino. Non ci sono abituata."
Doveva essere brava.
Brava e convincente.
Doveva farlo morire d'infarto quel bastardo.
Entrarono nella casa.
Francesca fece quello che doveva fare.
Quello che tutti volevano.
Quello che era inevitabile.
Quello che aveva deciso.
Quello che sul grande libro era stato scritto per lei.

Non ebbe mai denaro a sufficienza per partecipare al Festival di Zio Remo o forse, riuscì a trovarlo, ed è solo che con il trascorrere delle stagioni, la carriera di cantante, occupò un ruolo secondario nella scala dei suoi desideri e finì per dimenticarsene.
Presa dal nuovo lavoro, aveva sostituito Cristine (ricordate la bomba del sesso) sia come segretaria che come amante di Nanni, conduceva ora una vita ordinaria, quasi monotona, vivacizzata appena da qualche scappatella notturna in compagnia di questo o quel rappresentante del Consiglio di Amministrazione.
Si era adattata, tutto qui e nonostante le vicissitudini conservava intatto un certo spirito di sacrificio.
Finché, un giorno, come accade nelle favole che hanno sempre un lieto fine, qualcuno si decise e fu inviata in fretta e furia, paradossalmente quasi contro la sua volontà, al Festival per voci nuove di Castroporro.
Tutto spesato.
Senza dover tirare fuori una lira.
Le avevano prenotato persino l'albergo.
La notizia, di bocca in bocca, fece rapidamente il giro della provincia di Matera e dal suo paese arrivarono fiori e fax di congratulazioni e la pro-loco organizzò un autobus per permettere a coloro che lo desideravano di presenziare ad un avvenimento di tale importanza.
Per giorni non si parlò di altro.
Il sindaco di Altamura, preso dall'euforia, convocato in seduta straordinaria il Consiglio Comunale, propose di cambiare Via Giuseppe Garibaldi in Corso Francecsa Taracchi, quello di Gravina, per non essergli da meno, di erigerle una statua, commissionata allo scultore di fama internazionale Joe Carota, proprio di fronte al palazzo comunale.
A casa dei suoi genitori un continuo via vai di parenti e conoscenti si riunirono in preghiera davanti all'effigie di Padre Pio e qualcuno nell'esaltazione mistica gridò al miracolo dicendo di aver visto l'ologramma di Elvis nudo apparirgli in sogno, avvolto da un alone di luce, e rivelargli il quinto e sesto segreto di Fatima.
La sera del suo debutto, i cieli di quel tratto di terra a cavallo tra la Puglia e la Basilicata furono teatro di un vero e proprio bombardamento di onde elettromagnetiche.
Dalle case migliaia di antenne si levarono in volo con il compito di intercettare il segnale della rete che trasmetteva l'evento e fu una contraerea tale che costrinse l'aeroporto di Brindisi a sospendere momentaneamente in via precauzionale i voli previsti sulla rotta da e per Roma.
Un ragazzo smilzo, palesemente sofferente e claudicante, prese posto sul palcoscenico.
Francesca si posizionò alla sua destra.
"Mario Di Gorla" - disse il presentatore "ci canterà una canzone edita dal titolo ….."
Be', Francesca era solo la corista, ma insomma non si può stare sempre a cercare il pelo nell'uovo.
Bisogna anche sapersi accontentare.
Partì la base.
Di voce nuova, il Di Gorla, minato nel fisico e nella mente da atroci commoventi trascorsi, ne aveva ben poca, ma c'è da giurarci che furono in molti, durante la sua interpretazione, a tirare fuori i fazzoletti.
Dalla cartella clinica, per il ragazzo si prospettava una promettente carriera.
Perlomeno fino a che il mercato non fosse stato saturo.
"Milano in macchina una sera che piove ….."
Dalla stazione orbitante Mir ogni cosa assumeva le giuste proporzioni; uomini e dèi resi indistinguibili da una coltre densa di nuvole e fumi industriali fluttuavano, sospinti da venti cosmici, come minuscoli strofinacci aggrovigliati nella centrifuga dell'imperituro spazio.
Padroni temporanei di un moto sferico.
Di uno sferico niente destinato a non durare.
"… scorrono via le luci e le ombre zafferano del cuore …"
Forme meccaniche controllavano dall'alto il compiersi evolutivo della specie.
In basso, una moltitudine di scienziati, filosofi e teologi, si accapigliavano miseramente nel tentativo di dare un senso ad attimi privi di significato.
Gli altri, in ordine sparso, si facevano i cazzi loro.
Qualcuno addirittura non cercava né risposte né speranze.
Qualcuno sparava nel mucchio.
Qualcuno recitava la parte di quello che veniva colpito e stramazzava al suolo.
Qualcuno c'era tanto per fare numero e sembrare in tanti.
Qualcuno aspettava.
Aspettava e basta.
Non a caso il nostro sistema solare è posto alla periferia estrema di una galassia.
"… non abbiamo le ali ma …"
Per tre minuti e quaranta secondi circa Francesca fu la televisione.
Poi ,giusto il tempo terrestre di un applauso.
Il mondo è una scatola colorata colma di pazzi che sorridono.
E il tubo catodico è tutto quello che c'è.