"Come un killer sotto il sole" Gabriele Falco , Edizioni Clandestine 2004

 

Me l'ero immaginata diversa. A undici anni capii cosa volevo fare da grande. Il professor Cecconi aveva da poco tracciato una linea orizzontale sulla lavagna e l'aveva chiamata "linea dell'orizzonte". Aveva calcato col gesso due piccoli segni verticali ai suoi estremi e aveva sparso altrettanti puntini qualche centimetro più sotto, apparentemente senza nessuna logica. Due rette leggermente tremanti erano partite da ognuno dei segni in alto, passando attraverso i puntini e creando quattro vertici. Era stato sufficiente decidere l'altezza, tracciare altre otto linee, quattro verticali e quattro dall'orizzonte, cancellare i segni di troppo e, magicamente, era sorto un parallelepipedo nella più corretta prospettiva. Avevo passato le due ore successive a cercare di far fruttare quanto appena appreso disegnando un vecchio macinacaffè.
Ne avevo visto uno qualche giorno prima a casa della nonna. Era quadrato, in legno, con una leva che si ergeva come il becco di un vecchio falco, imponente, ma ormai imbruttito dalle rughe degli anni. Non riuscivo a immaginare il numero di volte che la nonna l'aveva ruotata con tutta la sua energia durante gli anni precedenti. Avevo preso in mano un foglio e una matita e, per gioco e per noia, avevo provato a disegnarlo.
Ma non gli somigliava per niente. Era troppo piatto, perché cercavo di riprodurlo di fronte. Ora il professore mi aveva fatto venire l'idea di girarlo, guardandolo non più come un quadrato, ma il vertice di un parallelepipedo. Impiegai quasi due ore per farlo esattamente come lo ricordavo, con le stesse imperfezioni, le stesse ombre, le stesse macchie. I colori furono la parte più difficile: cominciai a usare il pennarello marrone, quello che si usa per dipingere il tronco degli alberi, ma il macinacaffè della nonna non era così scuro, almeno non su tutta la sua superficie.
Allora mi ricordai di quando il professore ci aveva spiegato che i colori primari sono tre e, cambiando la loro percentuale di incidenza sulla carta, il colore di partenza diventa più o meno chiaro. Fu come una caccia al tesoro. Ogni segno aggiunto sulla carta alterava il colore ed era un indizio per raggiungere la meta, il colore perfetto, quello che nella mia mente era il color "macinacaffè della nonna". Alla fine fui talmente soddisfatto della mia creatura che la firmai come i pittori: iniziale del nome, punto, cognome, apostrofo, anno corrente. Allora credevo che fosse una convenzione ufficiale firmare le opere così, una specie di regola a cui tutti gli artisti dovevano sottostare. E in quel momento era quello che mi sentivo, un artista. Ma la scoperta più importante doveva ancora arrivare. Stavo ammirando la mia opera quando suonò la campanella dell'ultima ora. Tornai a casa, trangugiai il pranzo e senza neanche guardare i cartoni animati delle due corsi dalla nonna. Fu una delusione enorme. Mi resi conto di quanto nei ricordi spesso la fantasia prevalga sulla memoria.
Non erano poi così uguali.
Però più fissavo il mio disegno e più mi piaceva, mi faceva sentire potente: avevo creato dal nulla qualcosa di nuovo. Tornai a casa, presi foglio, matita, gomma e pennarelli e cercai di immaginare il mio macinacaffè. Aveva la forma di un uovo, ma per uno di quei fenomeni che avvengono solo nella fantasia, stava perfettamente ritto sul tavolo. Il vecchio becco del falco non c'era più, al suo posto era sorta una piccola zampa di gallina con cinque dita. Per farlo funzionare non bisognava afferrarlo e chiudere il pugno, ma incastrare la mano con dolcezza, come il segno di pace in chiesa, durante la Messa. Nessuno capì cos'era. Mia mamma pensò fosse qualche strano soprammobile visto a casa di mia cugina Adele. Del resto lei di oggetti strani ha sempre fatto la collezione. Aveva un telefono a forma di balena, una libreria a muro con la forma di una conchiglia e sulla porta di ingresso della sua casa aveva scolpito alcuni versi di Baudelaire. Comunque, anche lei non capì cosa fosse quel misterioso oggetto che avevo disegnato. Però mi chiese dove l'avessi visto, perché l'avrebbe volentieri comprato. Mio papà, almeno, colse che doveva essere qualcosa frutto della mia fantasia, ma pensò che fosse ispirato alle uova di Alien. Qualche anno dopo vidi il film e pensai che, effettivamente, il mio macinacaffè, almeno nella forma, le poteva ricordare.
Comunque nessuno capì, a nessuno spiegai e da allora nessuno ha mai capito e a nessuno ho mai spiegato. Conservo ancora quel disegno. Forse un giorno qualcuno, vedendolo, esclamerà: un macinacaffè! Avevo pensato di esporlo alla mostra, ma ho rinunciato. Ha per me un grosso valore affettivo, ma non ha niente a che fare con ciò che dipingo ora. Avrei potuto appenderlo sopra la scritta "il mio primo disegno", ma sarebbe stato un patetico tentativo di autocelebrazione. Anche su questi piccoli dettagli la mia prima mostra me l'ero immaginata diversa. I sogni a occhi aperti sono come le tartarughe. Si muovono lenti. E sono longevi, a volte possono durare anche l'intera vita di una persona. Più si avvicinano a realizzarsi, più si trasformano, amplificano, ingigantiscono. Nella fase in cui identificavo ancora la famiglia come unico referente affettivo, immaginavo la mamma, il papà e i parenti più cari, nella taverna dei nonni. Nessun rinfresco, nessun pubblico, nessun critico.
Niente di più di un gioco ingenuo e infantile. Poi i nonni morirono entrambi, a distanza di pochi mesi uno dall'altro, e il rapporto con mia madre cominciò a essere molto burrascoso. Cominciai lentamente a conoscere il mondo e così la taverna diventò una vera galleria, nel centro città, e la mostra un crocicchio di critici entusiasti e pubblico curioso. I quadri erano tutti perfettamente incorniciati e per ognuno di essi c'era un faretto laterale che irradiava la luce più adatta per l'occasione. Immaginavo anche i momenti dell'allestimento, con le mie lamentele per i riflessi che alteravano i colori o per qualche inesattezza nelle targhette bianche dei titoli. Io ero giovanissimo e tutti parlavano di me come di un ragazzo prodigio. La realtà è stata ben diversa. Ora ho ventinove anni. Alla mia età i veri ragazzi prodigio hanno già sfornato i loro capolavori. Io sono solo un minatore. Indosso un elmetto che mi protegge dalla mia onestà intellettuale, non permettendo all'autoanalisi sulla mia creatività di essere cinicamente impietosa. E con la flebile luce emessa dalla lampada proietto sulla tela la rappresentazione imperfetta dei miei occhi chiusi. I risultati sono settantaquattro dipinti, fino a ieri appesi alle algide pareti di un ex cinema senza acquirenti, affittato ad artisti squattrinati, in attesa di qualcosa di più redditizio.
Oggi sono settantatre, ammassati in un angolo del mio salotto, come profughi su un gommone. Per dieci anni ho lavorato in un'azienda e, a tempo perso, ho pensato alla mia vita. Un anno fa ho deciso di vaccinare la mia vecchiaia contro i rimpianti dedicandomi, fino alla fine dei miei risparmi, solo alla pittura. Inseguimento di un sogno o infantile capriccio? Mentre me lo chiedo sono rannicchiato sotto le coperte come un feto, cercando di ricordare l'incubo che mi ha svegliato. La mamma teneva in mano un serpente rigido e imbalsamato.
Lo agitava contro di me, come un'arma. Io la prendevo in giro, le dicevo che non mi faceva paura perché sapevo che l'animale era morto e non mi poteva fare del male. Lei rideva, il suo ghigno era satanico, sembrava veramente una strega. Diceva che anche da morto il serpente poteva ugualmente colpirmi, bastava schiacciarlo. E così faceva per spaventarmi. Premeva sul dorso del rettile e usciva la lingua infetta di veleno. Più forte era la pressione e più la lingua si allungava. Aveva quasi raggiunto la mia guancia quando la valvola di sicurezza collegata all'ormone del sonno è scattata puntuale e gli occhi, da immobili gendarmi a riposo si sono trasformanti immediatamente in disciplinati soldati ritti sull'attenti. Non ho ancora guardato l'orologio, ma dal silenzio sulla strada e dal buio che intravedo nelle fessure delle tapparelle è notte fonda. Ho la tentazione di accendere la luce, ma ho sperimentato, in medesime situazioni, che non sarebbe una buona idea. In questi momenti prevale quel senso di irrealtà che permette di estrapolare dalla notte ancora qualche grammo di riposo, anche da sveglio.
L'insonnia è come un dolore muscolare, si combatte con la pazienza. Occhi chiusi, corpo immobile e mente dirottata verso binari morti. Per conciliare il sonno è utile ripensare ai momenti più rilassanti degli ultimi giorni. Alla partita di calcio vista in televisione, alle chiacchiere sentite al bar o all'ultimo romanzo letto. Ciò che si deve assolutamente allontanare è l'istintiva tendenza a riflettere su quanto sta accadendo. Chiedersi che ore sono, quanto si è dormito o fra quanto tempo suonerà la sveglia.
La consapevolezza è un gorgo pericoloso, può trascinare verso un meccanismo perverso che permette ai germi dell'insonnia di autonutrirsi. Non si dorme perché si è nervosi e si è nervosi perché non si dorme. Inconsapevolmente, si perde quel senso di irrealtà che è l'unico alleato su cui può puntare l'ormone del sonno per vincere la sua battaglia. Alcune volte immagino di parlare con le persone che non vedo da tanto tempo. E così facendo spariscono tutte le inibizioni che reprimono il desiderio di comunicare. Viene naturale trovare i termini ideali anche per esprimere quei concetti che, normalmente, a parole, non si riescono a spiegare. Forse la mente è sveglia, ma le sovrastrutture che la inquinano dormono ancora. Per qualche ora il cervello è come un dente ripulito dalla placca. Può non bastare a renderlo bianco, però al tatto della lingua appare comunque più leggero. Il buio e il silenzio diventano la cassa di risonanza di desideri repressi, vecchi rancori apparentemente cicatrizzati o paure abilmente esorcizzate dal quieto vivere quotidiano. Un flebile frastuono proveniente dall'alto disturba le mie riflessioni. Decido di cedere alla tentazione e accendo la luce.
Un ombra alata comincia a compiere una forsennata orbita ellittica attorno al lampadario. Dalle dimensioni non potrebbe essere qualcosa di più piccolo di un calabrone, ma la debolezza del ronzio esclude questa ipotesi. Spengo l'interruttore e accendo l'abat-jour sul comodino a fianco del letto. In un attimo l'insetto si dirige sulla lampadina, come attirato dal canto di una sirena.
La minore intensità della luce probabilmente lo tranquillizza, perché anziché ricominciare con il movimento di rivoluzione attorno al suo personalissimo sole, si posa dolcemente sul paralume di stoffa. Basta un'occhiata per capire che si tratta di una comune farfalla, inspiegabilmente sopravvissuta ai rigori invernali. Ali, torace e addome sono rossi, con esili punti neri sparsi disordinatamente per il corpo, come vescicole generate dalla varicella. Trenta secondi nella sua vita equivalgono a più di una settimana in quella di un uomo. Eppure se ne sta lì, serenamente immobile come un ubriaco durante le prime ore di sonno. Lentamente mi alzo e apro la finestra. In un attimo è già volata via, senza neppure ringraziare. Chiudo e mi dirigo verso lo stereo. Non ricordo quale cd c'e' nel lettore, ma non importa. Imposto il volume quel tanto che basta per eliminare il nauseante silenzio che è tornato a impregnare la stanza e ritorno a rannicchiarmi sotto le coperte. Qualcuno ha mai contato le note che il nostro udito recepisce in pochi minuti di musica? Centinaia, anzi probabilmente migliaia. Vorrei possedere il raro dono dell'orecchio assoluto per concentrare i miei timpani su un solo strumento e iniziare a declamare come un poeta: - Re, si minore, sol, la settima….
Ma forse è meglio così. Farlo toglierebbe impatto poetico ai suoni sommessi che stanno abilmente sgretolando la corazza delle mie angosce. Finalmente provo la piacevole sensazione della dicotomia fra mente e corpo. Con la coda dell'occhio intravedo qualche raggio di luce ostentato da un'alba prepotente e narcisista. Ma le palpebre decidono che è il momento migliore per tentare il golpe. Dolcemente, si chiudono.