"La creatura della storia inventata" Alba Arena, Edizioni Clandestine 1999

 

La Custode della Distillazione

Quella volta che Os si trovò d'un balzo oltre la fessura del mondo, planò nel suo nuovo destino. Lì visse nuove avventure, fece molti incontri e si creò nuovi vincoli, com'è nella natura degli uomini. Ma talvolta si concedeva qualche isolato girovagare, che gli svuotava la mente da ogni tempo diverso dell'ora, restituendolo tutto a se stesso. Un giorno, che era partito per una di queste sue esplorazioni, stava per riprendere la strada di casa quando una fitta nebbia lo colse. A lungo camminò cercando una direzione, sinché si fece buio e, stanco, si sdraiò al riparo di un breve sperone di roccia, per passarvi la notte. Ma la nebbia, diradandosi lentamente, lasciava posto a una notte scintillante di stelle. Os si lasciò rapire dalla bellezza di quella volta maestosa e stellata, grato di appartenere adesso ad un mondo tanto vasto. Sebbene così stanco che gli occhi gli si chiudevano, resisteva al calare del sonno, lasciandosi ancora assorbire dallo splendore notturno del cielo. Ma ecco che di colpo fu sveglio e si drizzò di scatto a guardare allarmato una strana fessura che improvvisamente lacerava quel cielo. Sebbene, come sapete, avesse già fatto un tempo questa esperienza, non lo ricordò e si chiese impaurito cosa mai significasse quella misteriosa fessura apertasi sulla volta del mondo. Si guardò intorno… a chi chiedere? Non c'era nessuno. Così, inquieto, si pose in cammino. Scorse una collina, piumata da un alto boschetto su in cima, e ne salì il pendio. Si inoltrò nel boschetto e, attratto da un tremolante chiarore, arrivò in prossimità di una radura che si apriva sul sommo del bosco. Guardò fra il fogliame e, al centro di questa radura, vide acceso un fuoco sul quale poggiava un grande alambicco di vetro, pieno di un liquido di colore cangiante che vi ribolliva dentro. Una donna versava cautamente del nuovo liquido nel grande alambicco man mano che, ribollendo, un minuto vapore si condensava in una lunga serpentina. Questa restituiva a sua volta, dall'altra parte, limpide gocce a una piccola boccia di cristallo, che brillava nella notte colpita dal mutevole bagliore del fuoco. Os guardò la volta stellata: la fessura era sempre là. Guardò nuovamente la donna che, solenne, compiva il suo rito e, a bassa voce per non turbare la notte, la chiamò. "Vieni", disse la donna, come se lo stesse aspettando. Raggiungendola, Os le chiese chi fosse e cosa stesse facendo. "Sono la Custode della Distillazione", rispose la donna. "In queste notti straordinarie in cui si apre la fessura lassù, io vengo qui a distillare." Poi tacque, riprendendo il suo compito. Os la osservava in silenzio. Così si accorse che sulla piccola boccia di cristallo vi era incollata un'etichetta. Ma non ne distinse, nel buio, la scritta. Di nuovo incuriosito le domandò cosa mai distillasse. "Distillo" rispose la donna, "come grappe preziose pensieri, emozioni, ricordi e sentimenti che appartengono a creature di questo mondo. E li raccolgo, ormai puri, in una piccola boccia di cristallo con il nome della loro creatura, in attesa che venga a riprenderli." "Tu sai" domandò Os, certo che ormai la donna avrebbe accolto tutte le sue domande, "tu sai, allora, cosa significa quella misteriosa fessura che si è aperta stanotte sulla volta del mondo?" "Quella fessura è un passaggio, Os, per un altro mondo vasto e sconfinato e ogni mondo ne ha una, per consentire a chi vuol proseguire di attraversarli tutti, sino alla fine dei mondi." "E cosa bisogna fare per oltrepassarli tutti?", le chiese ancora Os. "Scegliere", rispose la donna, intenta al suo compito, "sapendo che ogni scelta comporta una separazione e l'incombente paura della perdita. Per questo pochi accettano di passare le fessure poste sull'ultima soglia di ogni mondo." La donna tacque per versare altro liquido nell'alambicco e ormai la piccola boccia era quasi piena, quando riprese a parlare. "E' illusorio credere di avere scelto, se non c'è una separazione che lo sancisca. Ma ciò che scegli è ciò per cui, ora, sei disposto a vivere. Io sono la Custode della Distillazione, che separa ciò che è puro. Tale sono diventata poiché so che la Vita, enigmatica, ci ingiunge un continuo separarci, per insegnarci a poco a poco ad affidarci a Lei, puri, avendo tralasciato ciò che non ci appartiene veramente. E per insegnarci, infine, a separarci anche da Lei." Os si sentì turbato da questa risposta, poiché ogni separazione - sapete - è un grande dolore ! "I grandi dolori", riprese la donna, vedendogli lampeggiare negli occhi quel grido, "sono come torce vive, accese ad illuminare l'immenso. Tu non puoi ancora sapere a quale ulteriore immensità ti consegna ogni abbandono. In queste magiche notti, dopo che ho distillato pensieri, emozioni, ricordi e sentimenti di quelle creature che vogliono andare oltre, la volta del cielo ruota e con essa la terra, così che la creatura che ha preso la sua decisione, stringendo tra le mani nient'altro che la sua piccola boccia di cristallo, possa lasciarsi cadere nella fessura del mondo, superando così questa nuova soglia." La donna fece nuovamente silenzio, dopo che ebbe versato nell'alambicco gli ultimi residui di liquido cangiante. Ormai la piccola boccia era piena e brillava nella notte colpita dagli ultimi bagliori del fuoco. Avviandosi a prenderla, la Custode della Distillazione, assolto il suo compito, continuò: "Ogni volta, sai, che ti sarai lasciato cadere da un mondo, affrontando a viso aperto questa illimitata caduta, scoprirai che un altro mondo è lì ad attenderti." "E adesso vai", disse la Custode ad Os, mettendogli fra le mani la piccola boccia dove era scritto il suo nome. E, in quell'attimo, il mondo si capovolse.

La danza

Successe quando il Cavaliere, stremato da quello strappante galoppo, arrivò in un luogo, come questo adagiato sulle rive del tempo. Si lasciò tentare dalla dolcezza del posto: erba molle e splendente, lenti declivi, fronde ombrose e un'impareggiabile nitidezza dell'aria, carezzata di profumi e di brezza. Si lasciò cadere sull'erba e con gli occhi pieni di lacrime offrì il suo sgomento all'azzurro del cielo. Poi, rapito da quell'azzurro, fu vinto dal rimpianto e dal sonno e sognò. Sognò il sogno di una donna che forse o certamente aveva amato. Lei sognava di vagare nel verde e di scorgerlo a un tratto, un giorno che lui, stremato da un galoppo spossante, si lasciava cadere sull'erba di un prato splendente e lì si addormentava senza più forze né difese. Lei, leggera come un refolo di brezza, gli si accostava piano piano. E man mano che delicatamente gli si accostava lei diventava lieve e porosa come l'aria. Così da confondersi con l'onda ritmica del respiro di lui e, respiro dopo respiro, entrava in lui. Sinché fu tutta, finalmente, dentro il suo corpo e, lasciandosi trasportare dall'infinito languore di quella profonda intimità, gli si stirò all'interno, come a prendervi casa. Lo invase dalla fronte alla punta delle mani e poi lungo i fianchi e sino alle dita dei piedi, man mano allungandosi e adattandosi al corpo maschile di lui. E poi, infine, danzò. Gli danzò nelle mani, gli danzò nel ventre, gli danzò nel cuore, gli rese danzante il respiro, gli danzò fra gli occhi e nelle ginocchia, gli danzò nel sesso. Gli danzò in ogni angolo remoto del corpo, in ogni rifugio segreto, in ogni nascosta piega, in ogni pensiero e in ogni emozione. Infine, dopo avergli toccato ogni corda interiore e fatto vibrare di danza ogni singola cellula, si radunò nel suo essere donna e, un attimo prima di riunirsi del tutto a se stessa, gli uscì dalla bocca socchiusa e ancora fremente di danza, gli accarezzò con il corpo il suo corpo. Dice il sogno che in sogno lui si svegliò e la strinse cocentemente a sé, le cercò la bocca con la bocca, le cercò avido i seni, le morse la nuca e la schiena e infine le si tuffò dentro. Finché il tempo diventò eterno.


Le stelle e la notte

Nel luogo in cui giaceva quel luogo dove si svolge questa storia, scorreva un tempo strano, dove non c'erano il prima e il dopo che consentissero un sotto e un sopra. E dove le cause e le conseguenze c'erano, ma erano la stessa cosa. E dunque non v'era inizio, né vi era la fine. E mentre tutto si avvolgeva su se stesso, misteriosamente tutto si dipanava. In quel luogo dal tempo strano, una donna e un uomo dipanavano una storia e ogni incontro che la vita loro offriva, era un nodo da sciogliere. Per poter dipanare una storia che, come ogni storia, su se stessa si riavvolgeva. E tutto avveniva contemporaneamente e tutto era della stessa insondabile natura, e ad ogni nodo sciolto un altro se ne formava. E poiché l'uomo e la donna si attraevano l'un l'altro, con i loro nodi intrecciarono questo nodo: lei spregevolmente si denigrava e con questo sosteneva la sprezzante diffidenza di lui. Lui sprezzantemente diffidava di lei e con questo ne sosteneva la sua spregevole denigrazione. Ma se lei non fosse almeno un po' spregevole, lui scapperebbe via. E se lui non fosse almeno un po' sprezzante, lei scapperebbe via.E mentre lei, offrendogli la sua autodenigrazione, garantiva la coazione al distacco di lui, lui offrendole la sua sprezzante diffidenza, garantiva l'attaccamento alla perdita di lei. E il coinvolgente intreccio dei loro corpi sosteneva i loro nodi, guidandoli all'interno di quella insondabile natura dove le conseguenze e le cause si collassano le une sulle altre. E dunque un dove c'era, ma non aveva un luogo. E un quando c'era, ma non aveva un tempo. Eppure il dove e il quando si incarnavano in un caleidoscopico svolgersi di chiari e scuri, di luce e tenebre, di nodi sciolti e annodati. La storia non dice se di questo intreccio la donna e l'uomo pagarono solo il prezzo o ne ricevettero anche il premio. E forse l'amore è fatto di quella insondabile natura assoluta di un dove senza luogo e di un quando senza tempo, in cui non vi sono parole per nominare un sopra e un sotto, un avanti e dietro, né prima e dopo, né uomo e donna, né lotta e resa, né per distinguere quali sono le cause e quali le conseguenze. E forse il suo prezzo è non avere premio, continuando chi a disprezzare se stesso, chi a disprezzare l'altro. O forse l'amore è fatto di quella palpabile natura relativa, dove il tempo si declina in un luogo in cui è possibile sostenere chi sono io e chi sei tu, dove la lotta è distinta dalla resa, dove è possibile pronunciare "perdonami", senza illusione né disillusione, senza sentirsi rifiutati e neppure invasi, senza l'esigenza di un rapporto frustrante a garanzia di una zona opaca, superbamente privata. E forse questo amore non ha prezzo e, per sua stessa natura, non ha premio. Come le stelle splendenti sul manto oscuro della notte.