La Custode della Distillazione Quella volta che Os si trovò d'un balzo
oltre la fessura del mondo, planò nel suo nuovo
destino. Lì visse nuove avventure, fece molti incontri
e si creò nuovi vincoli, com'è nella natura degli
uomini. Ma talvolta si concedeva qualche isolato
girovagare, che gli svuotava la mente da ogni tempo
diverso dell'ora, restituendolo tutto a se stesso.
Un giorno, che era partito per una di queste sue
esplorazioni, stava per riprendere la strada di
casa quando una fitta nebbia lo colse. A lungo camminò
cercando una direzione, sinché si fece buio e, stanco,
si sdraiò al riparo di un breve sperone di roccia,
per passarvi la notte. Ma la nebbia, diradandosi
lentamente, lasciava posto a una notte scintillante
di stelle. Os si lasciò rapire dalla bellezza di
quella volta maestosa e stellata, grato di appartenere
adesso ad un mondo tanto vasto. Sebbene così stanco
che gli occhi gli si chiudevano, resisteva al calare
del sonno, lasciandosi ancora assorbire dallo splendore
notturno del cielo. Ma ecco che di colpo fu sveglio
e si drizzò di scatto a guardare allarmato una strana
fessura che improvvisamente lacerava quel cielo.
Sebbene, come sapete, avesse già fatto un tempo
questa esperienza, non lo ricordò e si chiese impaurito
cosa mai significasse quella misteriosa fessura
apertasi sulla volta del mondo. Si guardò intorno…
a chi chiedere? Non c'era nessuno. Così, inquieto,
si pose in cammino. Scorse una collina, piumata
da un alto boschetto su in cima, e ne salì il pendio.
Si inoltrò nel boschetto e, attratto da un tremolante
chiarore, arrivò in prossimità di una radura che
si apriva sul sommo del bosco. Guardò fra il fogliame
e, al centro di questa radura, vide acceso un fuoco
sul quale poggiava un grande alambicco di vetro,
pieno di un liquido di colore cangiante che vi ribolliva
dentro. Una donna versava cautamente del nuovo liquido
nel grande alambicco man mano che, ribollendo, un
minuto vapore si condensava in una lunga serpentina.
Questa restituiva a sua volta, dall'altra parte,
limpide gocce a una piccola boccia di cristallo,
che brillava nella notte colpita dal mutevole bagliore
del fuoco. Os guardò la volta stellata: la fessura
era sempre là. Guardò nuovamente la donna che, solenne,
compiva il suo rito e, a bassa voce per non turbare
la notte, la chiamò. "Vieni", disse la donna, come
se lo stesse aspettando. Raggiungendola, Os le chiese
chi fosse e cosa stesse facendo. "Sono la Custode
della Distillazione", rispose la donna. "In queste
notti straordinarie in cui si apre la fessura lassù,
io vengo qui a distillare." Poi tacque, riprendendo
il suo compito. Os la osservava in silenzio. Così
si accorse che sulla piccola boccia di cristallo
vi era incollata un'etichetta. Ma non ne distinse,
nel buio, la scritta. Di nuovo incuriosito le domandò
cosa mai distillasse. "Distillo" rispose la donna,
"come grappe preziose pensieri, emozioni, ricordi
e sentimenti che appartengono a creature di questo
mondo. E li raccolgo, ormai puri, in una piccola
boccia di cristallo con il nome della loro creatura,
in attesa che venga a riprenderli." "Tu sai" domandò
Os, certo che ormai la donna avrebbe accolto tutte
le sue domande, "tu sai, allora, cosa significa
quella misteriosa fessura che si è aperta stanotte
sulla volta del mondo?" "Quella fessura è un passaggio,
Os, per un altro mondo vasto e sconfinato e ogni
mondo ne ha una, per consentire a chi vuol proseguire
di attraversarli tutti, sino alla fine dei mondi."
"E cosa bisogna fare per oltrepassarli tutti?",
le chiese ancora Os. "Scegliere", rispose la donna,
intenta al suo compito, "sapendo che ogni scelta
comporta una separazione e l'incombente paura della
perdita. Per questo pochi accettano di passare le
fessure poste sull'ultima soglia di ogni mondo."
La donna tacque per versare altro liquido nell'alambicco
e ormai la piccola boccia era quasi piena, quando
riprese a parlare. "E' illusorio credere di avere
scelto, se non c'è una separazione che lo sancisca.
Ma ciò che scegli è ciò per cui, ora, sei disposto
a vivere. Io sono la Custode della Distillazione,
che separa ciò che è puro. Tale sono diventata poiché
so che la Vita, enigmatica, ci ingiunge un continuo
separarci, per insegnarci a poco a poco ad affidarci
a Lei, puri, avendo tralasciato ciò che non ci appartiene
veramente. E per insegnarci, infine, a separarci
anche da Lei." Os si sentì turbato da questa risposta,
poiché ogni separazione - sapete - è un grande dolore
! "I grandi dolori", riprese la donna, vedendogli
lampeggiare negli occhi quel grido, "sono come torce
vive, accese ad illuminare l'immenso. Tu non puoi
ancora sapere a quale ulteriore immensità ti consegna
ogni abbandono. In queste magiche notti, dopo che
ho distillato pensieri, emozioni, ricordi e sentimenti
di quelle creature che vogliono andare oltre, la
volta del cielo ruota e con essa la terra, così
che la creatura che ha preso la sua decisione, stringendo
tra le mani nient'altro che la sua piccola boccia
di cristallo, possa lasciarsi cadere nella fessura
del mondo, superando così questa nuova soglia."
La donna fece nuovamente silenzio, dopo che ebbe
versato nell'alambicco gli ultimi residui di liquido
cangiante. Ormai la piccola boccia era piena e brillava
nella notte colpita dagli ultimi bagliori del fuoco.
Avviandosi a prenderla, la Custode della Distillazione,
assolto il suo compito, continuò: "Ogni volta, sai,
che ti sarai lasciato cadere da un mondo, affrontando
a viso aperto questa illimitata caduta, scoprirai
che un altro mondo è lì ad attenderti." "E adesso
vai", disse la Custode ad Os, mettendogli fra le
mani la piccola boccia dove era scritto il suo nome.
E, in quell'attimo, il mondo si capovolse. La danza Successe quando il Cavaliere, stremato da quello strappante galoppo, arrivò in un luogo, come questo adagiato sulle rive del tempo. Si lasciò tentare dalla dolcezza del posto: erba molle e splendente, lenti declivi, fronde ombrose e un'impareggiabile nitidezza dell'aria, carezzata di profumi e di brezza. Si lasciò cadere sull'erba e con gli occhi pieni di lacrime offrì il suo sgomento all'azzurro del cielo. Poi, rapito da quell'azzurro, fu vinto dal rimpianto e dal sonno e sognò. Sognò il sogno di una donna che forse o certamente aveva amato. Lei sognava di vagare nel verde e di scorgerlo a un tratto, un giorno che lui, stremato da un galoppo spossante, si lasciava cadere sull'erba di un prato splendente e lì si addormentava senza più forze né difese. Lei, leggera come un refolo di brezza, gli si accostava piano piano. E man mano che delicatamente gli si accostava lei diventava lieve e porosa come l'aria. Così da confondersi con l'onda ritmica del respiro di lui e, respiro dopo respiro, entrava in lui. Sinché fu tutta, finalmente, dentro il suo corpo e, lasciandosi trasportare dall'infinito languore di quella profonda intimità, gli si stirò all'interno, come a prendervi casa. Lo invase dalla fronte alla punta delle mani e poi lungo i fianchi e sino alle dita dei piedi, man mano allungandosi e adattandosi al corpo maschile di lui. E poi, infine, danzò. Gli danzò nelle mani, gli danzò nel ventre, gli danzò nel cuore, gli rese danzante il respiro, gli danzò fra gli occhi e nelle ginocchia, gli danzò nel sesso. Gli danzò in ogni angolo remoto del corpo, in ogni rifugio segreto, in ogni nascosta piega, in ogni pensiero e in ogni emozione. Infine, dopo avergli toccato ogni corda interiore e fatto vibrare di danza ogni singola cellula, si radunò nel suo essere donna e, un attimo prima di riunirsi del tutto a se stessa, gli uscì dalla bocca socchiusa e ancora fremente di danza, gli accarezzò con il corpo il suo corpo. Dice il sogno che in sogno lui si svegliò e la strinse cocentemente a sé, le cercò la bocca con la bocca, le cercò avido i seni, le morse la nuca e la schiena e infine le si tuffò dentro. Finché il tempo diventò eterno.
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