"La storia che non sapeva finire" Laura Bossetto, Edizioni Clandestine 2000

Scese le scale del sottopassaggio.
Aveva ancora addosso quella strana agitazione.
Come di chi abbia appena rubato qualcosa.
E poi c'era un pensiero insistente.
Il numero.
Poteva infilarsi tra quelle vite e resistere alla tentazione di conoscere tutto, di trovare risposte alle domande e di decidere lei per chi non ne aveva il coraggio?
Ma se non aveva mai deciso niente, nemmeno per se stessa, come poteva farlo per gli altri?
Come sempre.
Chiedendo aiuto agli attimi.
Perché lei era molto brava a far scegliere dagli attimi.
Così: "Se davanti alla stazione vedo un'auto di un colore strepitoso vado alle cassette di deposito".
Uscì sul piazzale.
Una giornata qualunque con un cielo qualunque, nemmeno tanto bello.
Nemmeno un'auto.
Solo davanti al bar un grande camion, quello del latte fresco, che proprio in quel momento accese il motore e partì, scoprendo alla sua vista un'incredibile macchia di colore; il colore più colorato e violento e contento che avesse mai visto: VolksWagen Lupo verde cavalletta.
Si mise a correre immediatamente.
Il colore le aveva dato l'ordine.
Non poteva sottrarsi.
Cominciò a cercare quel numero che non aveva dimenticato.
E avvicinandosi allo sportellino sentì le mani sudate, gocce da ogni dito e tempie che battevano.

Compose la combinazione attendendo lo scatto del lucchetto con lo stesso respiro ansioso di quando aveva aspettato un uomo al primo appuntamento.
Trovarsi lì all'ingresso di quelle vite la eccitava ma non si sentiva colpevole.
Non le sembrava affatto di violare lo spazio di qualcun altro.
Del resto era la donna che glielo aveva chiesto.
Un'altra sensazione si impadronì di lei. Sentiva il peso di uno sguardo alle spalle, ma quando ebbe la forza di girarsi per affrontarlo le rimase solo il tempo di percepire un movimento in fuga.
Uomo, soprabito color ghiaccio e mazzo di girasole, che giustamente cercavano il sole, posati su un braccio.
Lo sportellino della cassetta le parve in quel momento diventare grande grande: la porta di una casa che conosceva e lei entrò in punta di piedi.
Due scatole erano lì davanti, avvolte in carta da pacchi celeste, immobili e pesanti, piene da scoppiare.
In effetti due vite chiuse in due scatole da scarpe devono stare un po' strette.
Le guardava e ancora una volta non sapeva decidere.
Chiudere e andare a casa.
Prenderle e portarle via.
Qualcuno che decidesse, ci voleva subito.
"Un minuto d'attesa e se intanto un treno fischia le prendo".
Le venne il dubbio che gli attimi si fossero alleati perché immediatamente il treno per Milano fischiò la partenza e gliele consegnò.
Ma solo per una notte.
L'indomani mattina le avrebbe riportate al loro posto.

I dieci minuti di strada per arrivare a casa li fece di corsa.
Non era curiosità, non era nemmeno voglia di sapere.
Era un compito.
Due vite e una storia imprigionate, da liberare al più presto.
D'altra parte se era una storia che non sapeva finire non si poteva lasciarla lì, qualcuno la doveva aiutare.
E Giulia con orgoglio si sentì un "attimo", uno di quelli che decidono la sorte altrui.
Preparò con cura un posto comodo sul divano, la sua solita tazza di the, la coperta da tenere sulle spalle, una musica leggerissima per compagnia.
Poi prese finalmente le due scatole e cominciò una specie di rito.
Tolse piano piano la carta celeste che le avvolgeva, la ripiegò con cura e le mise una accanto all'altra.
Le lasciò un momento sole tenendo gli occhi chiusi.
Ne avevano bisogno.
Tolse contemporaneamente i due coperchi e Gianluca e Valentina insieme iniziarono a raccontarsi.
Giulia pronta cominciò il viaggio:

Lui: buste pulite, ordinate, numerate, un foglio ciascuna, serie.
Lei: buste colorate, disordinate, con baci di rossetto, piene da scoppiare, semivuote, non molto serie.

6 Ottobre
Buongiorno Gianluca! Come stai?
Non sorprenderti se ti scrivo ma solitamente lo faccio con chi, come dico io, se lo merita.
Si tratta di coloro con cui riesco a stabilire istantaneamente un contatto senza che ci sia qualche presupposto, ma soltanto una sorta di "armonia" a priori.
Non ti ho telefonato perché le lettere sono tanto più belle.
Dentro ci si può mettere un po' di se stessi, la calligrafia, il tocco della mano sulla carta, ci puoi anche appoggiare le labbra e posare un bacio e lui resterà lì per sempre.
La telefonata, quando metti giù, è finita.
Sparito tutto.
Ora ti racconterò qualcosa.
Tu sai cos'è un legame?
Un legame è un momento.
Che può durare un minuto o una vita.
Indifferente.
Lascia comunque qualcosa: un segno addosso.
E soprattutto tu non lo decidi, si crea indipendentemente da te.
Credo che questo sia nato tra noi anche se la nostra esperienza comune è stata un breve viaggio in due tappe: mezz'ora di andata e un'ora di ritorno da un paese che a nessuno dei due è piaciuto.
Ora ognuno di noi è di nuovo dentro la sua vita.
Una discreta distanza ci separa. Io con il mio modesto lavoro, la famiglia, il mio bambino.
Tu con le tue cariche, gli impegni importanti, il business.
Tutti e due che giochiamo a vivere e talvolta ci facciamo la domanda: ma esattamente per cosa?
Non occorre rispondere sempre.
I legami intanto restano.
Tessuti tra lo sguardo e la stretta della mano.
E' stato bello essere compagni di viaggio.
Grazie.
Se lo permetti scriverò.
Valentina