Scese le scale del sottopassaggio.
Aveva ancora addosso quella strana agitazione.
Come di chi abbia appena rubato qualcosa.
E poi c'era un pensiero insistente.
Il numero.
Poteva infilarsi tra quelle vite e resistere alla
tentazione di conoscere tutto, di trovare risposte
alle domande e di decidere lei per chi non ne aveva
il coraggio?
Ma se non aveva mai deciso niente, nemmeno per se
stessa, come poteva farlo per gli altri?
Come sempre.
Chiedendo aiuto agli attimi.
Perché lei era molto brava a far scegliere dagli
attimi.
Così: "Se davanti alla stazione vedo un'auto di
un colore strepitoso vado alle cassette di deposito".
Uscì sul piazzale.
Una giornata qualunque con un cielo qualunque, nemmeno
tanto bello.
Nemmeno un'auto.
Solo davanti al bar un grande camion, quello del
latte fresco, che proprio in quel momento accese
il motore e partì, scoprendo alla sua vista un'incredibile
macchia di colore; il colore più colorato e violento
e contento che avesse mai visto: VolksWagen Lupo
verde cavalletta.
Si mise a correre immediatamente.
Il colore le aveva dato l'ordine.
Non poteva sottrarsi.
Cominciò a cercare quel numero che non aveva dimenticato.
E avvicinandosi allo sportellino sentì le mani sudate,
gocce da ogni dito e tempie che battevano.
Compose la combinazione attendendo lo scatto del
lucchetto con lo stesso respiro ansioso di quando
aveva aspettato un uomo al primo appuntamento.
Trovarsi lì all'ingresso di quelle vite la eccitava
ma non si sentiva colpevole.
Non le sembrava affatto di violare lo spazio di
qualcun altro.
Del resto era la donna che glielo aveva chiesto.
Un'altra sensazione si impadronì di lei. Sentiva
il peso di uno sguardo alle spalle, ma quando ebbe
la forza di girarsi per affrontarlo le rimase solo
il tempo di percepire un movimento in fuga.
Uomo, soprabito color ghiaccio e mazzo di girasole,
che giustamente cercavano il sole, posati su un
braccio.
Lo sportellino della cassetta le parve in quel momento
diventare grande grande: la porta di una casa che
conosceva e lei entrò in punta di piedi.
Due scatole erano lì davanti, avvolte in carta da
pacchi celeste, immobili e pesanti, piene da scoppiare.
In effetti due vite chiuse in due scatole da scarpe
devono stare un po' strette.
Le guardava e ancora una volta non sapeva decidere.
Chiudere e andare a casa.
Prenderle e portarle via.
Qualcuno che decidesse, ci voleva subito.
"Un minuto d'attesa e se intanto un treno fischia
le prendo".
Le venne il dubbio che gli attimi si fossero alleati
perché immediatamente il treno per Milano fischiò
la partenza e gliele consegnò.
Ma solo per una notte.
L'indomani mattina le avrebbe riportate al loro
posto.
I dieci minuti di strada per arrivare a casa li fece
di corsa.
Non era curiosità, non era nemmeno voglia di sapere.
Era un compito.
Due vite e una storia imprigionate, da liberare
al più presto.
D'altra parte se era una storia che non sapeva finire
non si poteva lasciarla lì, qualcuno la doveva aiutare.
E Giulia con orgoglio si sentì un "attimo", uno
di quelli che decidono la sorte altrui.
Preparò con cura un posto comodo sul divano, la
sua solita tazza di the, la coperta da tenere sulle
spalle, una musica leggerissima per compagnia.
Poi prese finalmente le due scatole e cominciò una
specie di rito.
Tolse piano piano la carta celeste che le avvolgeva,
la ripiegò con cura e le mise una accanto all'altra.
Le lasciò un momento sole tenendo gli occhi chiusi.
Ne avevano bisogno.
Tolse contemporaneamente i due coperchi e Gianluca
e Valentina insieme iniziarono a raccontarsi.
Giulia pronta cominciò il viaggio:
Lui: buste pulite, ordinate, numerate, un foglio ciascuna,
serie.
Lei: buste colorate, disordinate, con baci di rossetto,
piene da scoppiare, semivuote, non molto serie.
6 Ottobre
Buongiorno Gianluca! Come stai?
Non sorprenderti se ti scrivo ma solitamente lo
faccio con chi, come dico io, se lo merita.
Si tratta di coloro con cui riesco a stabilire istantaneamente
un contatto senza che ci sia qualche presupposto,
ma soltanto una sorta di "armonia" a priori.
Non ti ho telefonato perché le lettere sono tanto
più belle.
Dentro ci si può mettere un po' di se stessi, la
calligrafia, il tocco della mano sulla carta, ci
puoi anche appoggiare le labbra e posare un bacio
e lui resterà lì per sempre.
La telefonata, quando metti giù, è finita.
Sparito tutto.
Ora ti racconterò qualcosa.
Tu sai cos'è un legame?
Un legame è un momento.
Che può durare un minuto o una vita.
Indifferente.
Lascia comunque qualcosa: un segno addosso.
E soprattutto tu non lo decidi, si crea indipendentemente
da te.
Credo che questo sia nato tra noi anche se la nostra
esperienza comune è stata un breve viaggio in due
tappe: mezz'ora di andata e un'ora di ritorno da
un paese che a nessuno dei due è piaciuto.
Ora ognuno di noi è di nuovo dentro la sua vita.
Una discreta distanza ci separa. Io con il mio modesto
lavoro, la famiglia, il mio bambino.
Tu con le tue cariche, gli impegni importanti, il
business.
Tutti e due che giochiamo a vivere e talvolta ci
facciamo la domanda: ma esattamente per cosa?
Non occorre rispondere sempre.
I legami intanto restano.
Tessuti tra lo sguardo e la stretta della mano.
E' stato bello essere compagni di viaggio.
Grazie.
Se lo permetti scriverò.
Valentina