"Le parole che non fanno rumore" Bruno Esposito, Edizioni Clandestine 2004

Apro gli occhi poco prima dell’alba, quando il chiarore del cielo è appena evidente. Di solito sono il primo a svegliarmi. Nel corridoio ci sono i passi degli infermieri che si scambiano il turno. I dolori della notte scompaiono piano piano come se fossero fantasmi che scappano davanti alla prima luce del sole. Li ringrazio, anche stanotte m’hanno fatto compagnia. Dio benedica l’inventore degli antidolorifici, almeno qualche ora di sonno sono riuscito a concluderla. Ora tocca pensare. La giornata è lunga, dovrò at-traversare di nuovo i momenti assurdi di purificazione, dovrò sopportare ancora sguardi, sussurri, sospiri di comprensione e di partecipazione come se fossi un malato in fase terminale. E’ l’ora della colazione o per meglio dire è l’ora di farmi imboccare la colazione o, ancora meglio, è ora di succhiare la colazione con la can-nuccia visto che la frattura alla mandibola non mi permetterà di masticare almeno per un’altra settimana. Stamattina forse tocca a mia madre. Meno male, almeno con lei non sarò costretto ad am-plificare l’espressione di dolore né dovrò ricorrere a opportuni e rassicuranti colpi di sonno. In verità non è che mi facciano poi co-sì tante domande ed anche quando succede sono solo accenni, fat-ti quasi come per trovare argomenti di conversazione qualsiasi che aiutino a passare le ore pesanti e a volte assolutamente immobili come quelle che trascorrono in una stanza d’ospedale. Forse domani mi operano, la trazione è stata sufficiente. Quasi quattro giorni con un peso di una decina di chili a stirarmi il femore destro. Il resto delle ossa va da sè, il gesso mi tiene fermo come una statua che suda e poi è tutto un dolore. Il collo, la schiena, le braccia, il bacino. Quattordici fratture sparse, trauma cranico, centoventi punti di sutura su diversi punti del corpo, quasi due litri di sangue persi e trasfusioni, flebo, ossigeno. Sessanta giorni di prognosi e speriamo che torni a camminare come prima. Come prima. All’ora di pranzo arriverà mia moglie. Hanno preso una ca-mera in un albergo da queste parti per starmi vicino, pare che sia una pensioncina modesta ma pulita, c’è pure l’aria condizionata, così mi hanno detto. Meno male, correvano il rischio di dormire tutti in auto visto che siamo ancora in periodo vacanziero. Ho fat-to finta di preoccuparmi per loro appena ho avuto modo di biascicare qualche parola e mi hanno rassicurato.
Stiamo bene - mi hanno detto - non preoccuparti. Il piccolo sta con le ragazze e io e tua madre possiamo restare qui quanto tempo vogliamo. Poi ci raggiunge anche mio fratello con la moglie -.
Bene, la famiglia si ritrova sempre ai matrimoni o ai funerali. Quando il numero delle persone diventerà più consistente e quando il primario affermerà perentorio che ormai sono di nuovo in grado di parlare senza problemi allora le cose si faranno difficili. Il momento si avvicina e nell’aria c’è quell’atmosfera di attesa propria delle grandi occasioni. Dovrò spiegare cosa ci facessi nei pressi di Firenze, in autostrada, alle cinque del mattino, nell’auto lanciata a duecento all’ora mentre avrei dovuto essere a casa mia, nel mio letto a godermi una notte di riposo meritato dopo aver svolto il mio lavoro di buon padre di famiglia durante la giornata. E che gli dico ?