"Il lacerarsi di fragili merletti" Alba Arena, Edizioni Clandestine 2004


Talvolta è inevitabile che strani impulsi agguantino. Accade in un momento inquieto, e una vena di frana s'apre dentro. Un sentore molesto di carenza rompe d'un tratto e rende vacillante l'immota superficie di pensieri e di giorni replicanti, in fila indiana uno dopo l'altro ma messi d'improvviso in prospettiva. Allora può accadere di fermarsi, di tendersi ostinati nell'ascolto di qualche cosa che urge interiormente. Sebbene senza nome e, sembrerebbe, anche senza senso, preme verso un presente in apparenza vergine.
Sarebbe a dire pronto alle ferite, ma tuttavia sospinto da un passato che sebbene trascorra non si estingue. No, non si estingue.

La donna dai capelli lunghi scrive. Intanto mutevoli chiazze di luce filtrano nella stanza, ammiccando attraverso il fogliame appena rosseggiante del grande albero di noce, che insidia con i suoi rami cinerini e screziati la finestra più alta. L'ultimo sole è una lenta carezza e freme lungo i contorni della donna, liberandole barbagli tremolanti, attorno al collo, dai tanti fili di una collana azzurra.
Nuvole o agnelli dormono fuori come pensieri in fuga, su di un prato ancora un po' celeste. La scrivania, accosta alla finestra che si apre sul noce, sembra essere lì per quell'intreccio di labili trafori di luci e d'ombre. E di freschi fruscii di foglie che stormiscono. E di scorrere d'acque nella gora del mulino di pietra dove lei ha ricavato la sua casa. Casa per l'anima, che porta sui suoi pulsanti chiaroscuri misteriosi messaggi. Ma cosa scrive, lei? E come abita il mondo questa donna? Quali intenzioni sono il suo richiamo? E che cos'è abitare una casa dove una ruota il suo brusio sussurra eternamente? Per macinare cosa? Guardando il movimento della penna, come scorre sul foglio, sembra la mano collegata alla ruota. Guardando cosa passa sul volto della donna mentre scrive, sembra sia la memoria collegata alla mano. Quella memoria che non è tanto rassegna di ricordi, quanto lamento che abita la terra dislocata di ciò che non è stato. Una sparsa acutezza sulle cose che, pur stagliandosi nette e distinguibili, gettano un'ombra ancora da svelare, in equilibrio incerto fra futuro e passato.

Squillò il telefono.

Squilla il telefono e lei continua a scrivere. Suona più volte. "Pronto!" ma è troppo tardi. Lei vorrebbe tornare al discorso interrotto, al tu per tu con la pagina scritta a metà e fruga nel vuoto con lo sguardo fisso per riafferrare le parole spezzate. Ma gli scherzi del sole sulle perline azzurre, attorno al collo, sono come gli scherzi della mente, che non si ferma più. Vaga fluttuante da un pensiero all'altro. Sfrangiati come nuvole, cangianti e inconsistenti quei pensieri. Dopo la sua attenzione è catturata dalla parete a lato, fitta di quadri deposti lì, come foglie d'autunno, dall'andare del tempo.
Ognuno ha una sua storia. Dentro ognuno c'è un volto, una memoria, un senso, un dono. A lei sola visibile. A ben guardare potrei cambiarne la disposizione, ripensa fra sé e sé. Se li scambiassi di posto? Come in quel gioco in cui si spostano i quadratini per la combinazione giusta, che fa tornare tutto... ...per rimediare a questo non so che di incongruenza. Certo, lo potrei fare...ma... La donna con la collana azzurra scivola sui suoi pensieri con il languore di un battello fluviale. Scivola il sole nel grembo che lo accoglie quando è pronta la sera. ...ma non lo farò.
Questa è l'incongruenza della vita, che ciò che dà lo porge a modo suo, in ordine di arrivo. Talvolta fuori tempo o fuori posto. E qualche volta mai. Finché il suo sguardo indugia su un acquarello caldo di sole, disposto in quello spazio dalla vita quando le ha tolto quel che le aveva dato.
Un grande amore.
Poi un grande disamore.