"Noi, a sud dello zoo di Berlino" Andrea Leoncini, Edizioni Clandestine 2005


La prima volta che ho cercato di togliermi la vita avevo compiuto
quattordici anni solo da un paio di giorni.
E’ stato allora che avevo scoperto di essere nato lo stesso giorno
di Gibran, il mio poeta preferito. E cioè il sei di Dicembre.
La cosa, lì per lì, mi ha reso molto felice.
Solo - ho deciso - avrei vissuto molto meno di lui...
Sarà stata l’età, con quella sua componente drammatica così tipica
dell’adolescenza...
Sarà stata la mia personale rielaborazione degli input ideologici
di allora: cinquanta per cento “I dolori del giovane Wherter”,
cinquanta per cento “Il giardino delle vergini suicide” e cinquanta
per cento “Sin Time“ nella versione acustica degli Asia Horses.
O forse sarà stato davvero quello che ha denunciato lo strizzacervelli
di turno a cose fatte: un profilo psicologico tutto pieno di
paroloni come personalità sociopatica, tendenze autolesioniste, forte
instabilità emotiva, e cose così.
Tre pagine scritte fitte-fitte che mi pesavano addosso come la
sentenza inappellabile di un tribunale e mi dicevano:
“No ragazzo mio, mi dispiace. Ma tu non sei per niente adatto a questa
cosa che noi tutti chiamiamo “vita”. Per niente adatto, ecco!”
Chissà, ma inevitabilmente l’unica cosa di cui sono stato capace
è stata quella di prendere una lametta da barba stra-arruginita e
farle ballare “Il Lago dei Cigni” sopra i miei polsi.
Quando il sangue ha cominciato ad annaffiarmi la punta delle
scarpe però sono svenuto subito.
E così quello che nelle mie intenzioni avrebbe dovuto essere il
mio trionfale commiato da questo mondo di plexiglas e celluloide
alla fine è diventato solo il dato di una statistica.
Perché magari non tutti lo sanno, ma la percentuale dei tentativi
di suicidio riusciti al primo colpo è di gran lunga inferiore
all’otto per cento.
E non sono stato di certo io quello che è riuscito ad invertire la
tendenza.
Non sono nemmeno riuscito a prendermi un’epatite. Il che è
tutto dire considerando lo stato di quella lametta fottuta.
Non so perché questo ricordo di quel primo tentativo di suicidio
mi torni in mente proprio adesso.
Ma i ricordi sono così.
I ricordi, sono come le maree.
Appaiono all’improvviso…
Come dal niente…
E poi ti fanno loro.
Possono starsene nascosti per tutto il tempo che vogliono nella
distesa della tua vita, della tua mente e delle sue infinite possibilità.
E poi nascere in un attimo come dal nulla, avvicinarsi silenziosi
quando meno te lo aspetti per poi travolgerti.
Qualche volta possono passarti accanto e lambirti appena, limitandosi
a farsi osservare dal tuo sguardo distratto.
Altre, invece, possono trascinarti lontanissimo, indietro fino a
dove ha avuto inizio il cammino che ti ha portato al punto in cui
sei stato travolto.
Ma quello che li rende tanto forti e speciali è quel potere tutto
loro di prenderti e sollevarti in alto per un attimo, farti assaporare
l’ebbrezza di quel brivido, l’eccitazione di quella dolcissima
vertigine per un niente, e poi sbatterti a terra con tutta la loro
forza.
E’ in queste occasioni che fanno più male.
Ti trascinano giù con tutta la forza soverchiante e repentina della
loro corrente e poi ti portano lontano.
Lontano.
Lontano...
Sono troppo più forti di te… E’ una battaglia impari…
Tu non puoi fare niente.
Se ti agiti è peggio.
In me hanno la fisicità invadente e bastarda di un abuso perpetuato.
Quello che vogliono se lo prendono in ogni caso.
Ma se provo a ribellarmi e a reagire alla fine mi ritrovo addosso
anche i graffi e i segni di una lotta persa in partenza.
Col tempo, allora, ho imparato che la cosa migliore da fare è
non fare assolutamente niente.
Anche adesso è così.
Proprio in questo preciso istante, voglio dire...
Il secondo tentativo di suicidio è stato due anni e tre giorni più
tardi.
E il secondo fallimento, invece, ha seguito di una manciata scarsa
di secondi sia quel tentativo sia la siringa piena d’aria con la
quale ho cercato di attuarlo.
Il mondo che hai visto per migliaia di volte - una per ogni giorno
della tua vita - e che è sempre stato così fottutamente uguale a
se stesso, per un attimo sembra completamente diverso se sei convinto
che non lo rivedrai mai più...
Ma ancora una volta quello che doveva finire con una bara in
noce ed ottone è diventato invece un lettino d’ospedale in tubi
d’acciaio.
Poca aria dentro la siringa, credo....
Ed ancora quella sensazione strana.
Come se avessi trovato uno di quei merdosi bigliettini che di
solito sono dentro le gomme da masticare, con su scritto: “Riprovaci,
sarai più fortunato... brutto stronzo!”