| "No
way out" Ferdinando Pastori,
Edizioni Clandestine 2004
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La settimana della moda è appena finita. Ancora
qualche giorno prima che l'eco delle sfilate e la
giungla variopinta e chiassosa che l'accompagna
si dissolva completamente. Giapponesi estranei alla
crisi del loro paese riempiono i marciapiedi vestiti
di colori improbabili e con sorrisi stupidi disegnati
sulle labbra. Borse di carta lucida con i loghi
di stilisti più o meno famosi appese alle mani al
posto delle macchine fotografiche. Arabi grassi
e sudati, nei loro completi color sabbia, entrano
ed escono dalle boutique dove trovano ad aspettarli
commesse, cloni le une delle altre. Seduto ai tavolini
di un bar all'aperto di fronte alle Messag-gerie,
sotto un sole sbagliato per il mese d'ottobre, mangio
pistacchi e bevo Perrier. Una fetta di limone che
galleggia sopra il ghiaccio. Mi piacciono, i limoni,
perché sono gialli, ma non sono rotondi. Imperfetti.
Il loro sapore è aspro, fastidioso a volte, come
la vita. Ogni tanto guardo l'orologio, poi il cellulare
spento appoggiato a fianco del bicchiere.
Come a simulare l'attesa per qualcuno in ritardo.
Non è così, controllo solo il tempo che passa. Potrebbe
essere la scena di un film. C'è anche la musica
di sottofondo. A pochi metri di distanza, appoggiato
ad una colonna, un ragazzo con i capelli lunghi
e tre piccoli anelli all'orecchio destro muove le
dita su un sax luccicante. Non riconosco la canzone,
ma è bella e un poco triste. Malinconica. Io non
sono triste, nemmeno allegro. Non lo so, come sono.
Sospeso, indeciso fra diversi stati d'animo. Contrapposti
e comunque collegati, vagamente assente. Obliquo.
Straniero in una città che conosco. Sicuramente
a disagio, poco partecipe e senza interesse per
ciò che mi circonda. Potrei rimanere in questo stato
per un tempo tale da sembrare una cartolina o cambiare
atteggiamento in pochi attimi. Passare da stati
d'esaltazione alla depressione più buia, prima che
la lancetta dei minuti abbia completato un solo
giro. Ascolto distrattamente la conversazione che
si svolge alla mia destra. Lui ha i capelli grigi
e un abito tre bottoni carta da zucchero. Camicia
azzurra e cravatta gialla. Abbronzato. Barba curata.
La donna che gli sta seduta di fronte mi offre la
schiena e le ascelle macchiate. Non riesco a vederla
in viso. Rossa, bei capelli, ma non deve essere
giovane. Lo intuisco dalla pelle sottile, coperta
di macchie e solcata da piccole vene violacee, non
è liscia. È vestita di rosso. Accostamento improbabile.
Lo stesso colore dei capelli, solamente più acceso.
Non ho seguito il discorso con attenzione, ma stanno
parlando di denaro, investimenti. Lui, ad un certo
punto, ha detto qualcosa del tipo "…la verità, è
che nessuno ha più voglia di rischiare."
Non riesco a pensare ad altro che a queste poche
parole. Nessuno ha più voglia di rischiare. La frase
potrebbe adattarsi a qualsiasi occasione, applicabile
ad ogni circostanza. Soldi, lavoro, vita…amore.
Quasi una rivelazione, di fronte alla quale, tutto
il resto passa in secondo piano. …e ho ventisei
anni, da meno di un mese. Sono tornato a Milano
dopo poco più di sei mesi d'esilio volontario a
Barcellona, il ghiaccio si sta sciogliendo lentamente
nel bicchiere e, a parte Marisa, non ho avvisato
nessuno del mio ritorno. I miei genitori si odiano
cordialmente da poco meno di vent'anni e io mi sforzo
di non provare alcun sentimento nei loro confronti
se non un'improbabile indifferenza. Teoria che non
riesco quasi mai a mettere in pratica. Nemmeno in
questo momento. E il sax, all'improvviso, è diventato
muto. In alternativa, le mie orecchie si sono stancate
di prestargli attenzione. Il cameriere si presenta
con lo scontrino, pago e gli dico di tenere il resto.
La mia voce, in italiano, ha un suono strano, un'intonazione
diversa.
Non sono più abituato ad ascoltarla. Quasi non la
riconosco. Lontana, meno musicale, ma non ha importanza.
Come non l'ha il fatto che si stia alzando un leggero
vento che spettina i capelli e fa volare la cenere
della sigaretta sulla manica della giacca. Dormo
poco. Le mani tremano spesso e soffro di mal di
testa ad intervalli regolari. Non mi hanno ancora
destinato un posto nella tomba di famiglia e non
sono innamorato. Nemmeno questo mi preoccupa…tanto
nessuno ha più voglia di rischiare.
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