| "Ossigeno"
Paola Gandolfo e Mario Massa,
Edizioni Clandestine 2004
|
CAPITOLO I
Sono le anime dei vivi che rompono i coglioni. È
per questo che sono un killer.
Probabilmente sarei più tranquillo e condurrei una
vita molto più serena e ricca di cocktails se le
foto del mio bel viso circolassero un po' meno.
Girare armati ed anche amati non crediate sia così
facile. Le cose che vi vengo a raccontare non fanno
parte dei miei polmoni.
Sono stato a lungo fumatore ma rispetto a quello
che ho vissuto non sono che poche ore.
La mia calibro era sempre nel taschino. Ogni evenienza
la sua convenienza.
Premere il grilletto un diletto, un accredito. La
voglia d'amore poi non si soddisfa in poche ore.
Ed io sono una piccola pianticella che migra come
gli uccelli, che volge come le stagioni, che chiede
sole acqua e dedizione.
Io sono stato abbandonato è per questo che ora sono
ricercato. Pensare che tutto era così semplice,
così poco fotografato. Comunque, non è così facile
quello che voglio raccontare. Oggi sono morto. Così
inaspettatamente che ancora mi girano. Sono talmente
incazzato che potrei uccidere qualcuno per niente.
Direte: bella fatica, sei un sicario cosa ti ci
vuole. Cosa ci vuole?
Ce ne vuole, ce ne vuole.
Se penso che ieri ho passato una giornata così bella,
talmente bella e dolce, piena di profumi e di attese
e invece oggi sono così distrutto, teso, morto.
Ha senso tutto questo, è giusto?
La prima volta mi ha abbandonato un pezzo del mio
intestino, per colpa di un primario vanesio e cretino;
ora con qualche ansa in meno perdo terreno. Da allora
ho perso ogni fiducia nella medicina. Il mio attuale
medico è un non medico. Per capirci. Studente di
medicina abbandonata alla cinquina. Varie attività
di passaggio: bagnino, puttanero, viticoltore, delle
quali nessuna abbandonata perché chi è, o è stato,
lo è per sempre. Ma ora è biologo non biologo. Io
ho fiducia solo in lui.
Io sono killer non killer. È dura ragazzi.
È dura.
È dura perché ho passato l'adolescenza a sperarmi
calciatore o musicista jazz. E invece ti ritrovi
con un arma in mano e non sai caricarla. E ti nascondi
dietro ogni portone. Ogni canala una scala, ogni
grondaia una trincea. Ogni goccia d'acqua una macchia
d'olio. Si scivola, si vola, non c'è freno e se
atterri sei davanti ad un treno.
Frenate scintille ossa rotte. Finché va bene siamo
macchinisti, scale, grondaie, giubbotti antiproiettile,
barre d'acciaio, proiettili antisommossa. Ma sono
mosso come il vino quando è ancora mosto quando
il mio mare è di libeccio. Oggi sono stanco e quando
si è stanchi siamo il perfetto limite. Il margine
l'argine la diga il crollo. Un'onda mi travolgerà.
E sono nervoso, particolarmente nervoso. Non riesco
a rilassarmi. Non ci riesco. Non ho tregua. Vorrei
essere lento in questo momento, senza affanno, senza
ira. Attivo inattivo.
Muovermi senza far rumore, senza darmi fastidio.
Ma urlo, sto urlando come un pazzo. Urlo e faccio
confusione anche da morto. Non ci credo. Non può
esser vero. Scrollerò questi maledetti affanni un
giorno. Lo farò! Ho chiuso gli occhi e ascolto Trane,
sono salito su nel cielo. Superata la luna sono
arrivato fino alle stelle. Ho fatto tre passi nel
destino.
Poi sono sceso dentro l'anima e ho frugato qua e
là. Sono uscito in strada attraversando quartieri
barrio calle favelas casbah borghi. Ho trovato una
polla d'acqua sulfurea che si faceva vasca in un
bosco. Mi ci sono tuffato dentro. Ho ripulito la
mia pelle. I miei pori saziati hanno assorbito tutta
la brezza della sera e la rugiada del mattino. Mi
sono spalancato al primo sole. Ero fiore ape e miele.
Ho urlato di gioia. Questa morte mi sta infastidendo.
Perché ora? Perché proprio ora?
|