Se lo chiedeva spesso, Sara.
A volte, preveniva il disagio della domanda e china la
distraeva, quasi fosse in quel flettersi un modo per rendere
scomodo il bersaglio.
Altre, indefessa ne subiva l’impatto e restava lì per
ore, appesa tra il pavimento e il cielo, finché casuale ciò
che della vita fa inevitabile il susseguirsi le rimbalzava
suo malgrado contro.
E allora… i bambini, la cena.
Improvvise priorità si dislocavano nel verso giusto e
rianimata, armeggiando con le pentole, perseguiva con
puntiglio ‘ciò che si deve fare’.
Non aveva mai tenuto i conti.
Se lo avesse fatto le innumerevoli azioni ripetute le
sarebbero parse oltremodo indigeste.
Ma neppure le aveva rimosse.
Stavano.
Invalicabili e insolute.
Se lo chiedeva spesso, Sara, questo ed altro, e già nell’interrogarsi,
la difficoltà di formulare omogenea una
percezione rendeva inesprimibile il cosa.
E allora, erano pensieri mescolati a verdura, trini e
ossessivi come biscotti appena usciti dal forno, fritture
adesive alle trascurate vesti, pietanze stracotte e fuorvianti
dove l’indicibile, congiunto al ricettario, davano
un non luogo servito nel piatto.
“Mamma, dobbiamo per forza mangiarlo?”
Cos’altro farne, pensava.
Cos’altro.
Restituirlo a se stesso forse?
Sara se lo chiedeva spesso e si stupiva di ciò che presumeva
il non interrogarsi in altri.
Era a questo che l’avevano educata?
Reprimere dentro l’inesprimibile sarebbe valso a preservarla
dalla quotidianità?
A negarlo?
Sarebbe valso il non averne coscienza.
Questo soltanto.
Ma alcuni riescono storti.
Altri ci crescono ed altri ancora fingono di esserlo.
Specialmente coloro che fragili e di per sé poco appariscenti
abbisognano di particolari strategie per non restare
strozzati nella massa.
Questi, divorati nell’inquietudine di raffigurarsi in
qualche modo ‘eletti’ sono per lo più buttati a
caso e
straziati nell’impatto, ancora si diranno certi di vedere e
sono ciechi.
E non c’è follia né malvagità più
grande di perpetrare
tali inganni a proprio danno.
Si sta come di traverso alle correnti, si fa precetto di
una rivelazione e negata ogni alternativa, se ne ricercano
i segni, e altresì ci si affligge quando questi sono radi
o la ragione prova a debellarli.
“Sara! Dove stanno i calzini puliti!”
Vincenzo, suo marito, attribuiva a concausa di questi
suoi, come dire, frequenti disequilibri la cattiva influenza
che Anna, virtuosa dirimpettaia chiacchierata in tutto
il condominio, esercitava su di lei.
Non era portato a immaginare la moglie, piacente e di
bell’aspetto nonostante le gravidanze, dotata di per sé
di
un cervello parimenti sviluppato.
E poiché questo non è certo una dote di cui vantarsi,
ritenendolo deleterio e poco funzionale ad un rapporto
di coppia, ne scongiurava l’ingombro.
Esibirlo, poi!
Se madre natura avesse inteso renderlo manifesto
non ci avrebbe siffatti, pensava.
“Sara!!!!!”
E siccome riteneva l’averlo compresso e pudico, l’una
condizione imprescindibile per addivenire alla felicità,
l’altra una forma di rispetto nei confronti dell’umana
connivènza civile, si adoperava, come molti del resto, affinché
questi, impedito da cosiddetti bisogni primari,
nella calotta cranica ci stesse largo.
Ancora rovistava tra i cassetti, Vincenzo.
Progressiva l’irritazione si dibatteva, e accelerata e incontinente
ora con ferocia imprecava Dio o chi in sua vece
direttamente corresponsabile ad ogni presunta colpa.
Non rispondeva Sara.
Non più.
La voce di lui le giungeva come ingerita.
“VUOI CAZZO DIRMI DOVE STANNO I CALZINI!”
Eppure quella, era la stessa che un tempo le procurava
piacere.
L’aveva scelta, e riconosciutala vi si era congiunta con
l’innocenza di chi guarda alle cose belle e a torto le crede
immutabili.
“Mamma, dopo posso …”
Quelle di tutti.
“Anch’io, vero?””
Le voci del mondo.
“SARA MI HAI VERAMENTE ...”
Così dissimili da lenire, così disgiunte da qualsivoglia
intendimento, capaci di mitigare travolgenti passioni,
recidere e violare…
“…Mamma!”
…così singolarmente devastanti e collettivamente
inutili…
“…MAMMA!”
… così indifferenti…
“SARAAA!!!”
…quando oramai si è chiusa la porta.
Vincenzo adesso non capiva.
Inutile era stato il suo procedere di corsa, e sbollita in
fretta la rabbia a fronte di un presagio, incredulo, farfugliava
impotente tutta la sua fragilità di maschio.
“…no, Sara… ti prego, non farlo…”
Ma ognuno si accompagna al lutto di ciò che immaginario
da bambino lo ha cresciuto.
“…da brava, metti giù il coltello…”
C’è chi lo tradisce e chi lo rimuove.
“…ci sono i ragazzini…”
E chi in qualche modo risolve.
“…li stai spaventando… metti giù il coltello,
amore…”
Tanto che irrefrenabile è il desiderio del dolore.
Di sentirlo lacerare.
“NO!!!! …MIO DIO!!!! …NO!!!!”
Affondarlo nella carne.
“NO! SARAAAAAAAA!!!”
La propria.