| "Il
peronismo " Alfredo Helmann, Edizioni Clandestine
2005 |
“Peronismo” è una parola ricorrente nella politica
italiana. Specialmente
politici e intellettuali di sinistra se ne servono negativamente,
associandola a populismo e a demagogia, categorie attribuite
agli avversari da combattere come, al presente, Berlusconi.
Flores d’Arcais, in Micromega, 1 20/02, cita non meno di cinque
volte la parola peronismo: “democrazia liberale o populismo
peronista”;
“una grande controriforma di peronismo all’italiana”;
“il craxismo illiberale e opulento, peronismo all’italiana”;
“Berlusconi,
antipolitica del populismo aziendale e del peronismo opulento”
per cercar di convincere i suoi lettori della somiglianza tra
craxismo, berlusconismo e peronismo.
Ma non è il solo. Sergio Cofferati, su Repubblica del 15/11/98:
“Albertini è un peronista; immaginare di scavalcare le
forze politiche
e le rappresentanze istituzionali, oltre che i sindacati, è
davvero
un’idea di stampo peronista.”
Vittorio Zucconi: “Evita era l’incarnazione del populismo
peronista
e del fascismo sociale” Repubblica 24/7/02.
R.Bonani , della CISL, riferendosi alla via renana di ingresso di
capitali pubblici nelle imprese “idea semplicemente peronista
e
anacronistica” Repubblica 14/10/02.
Rutelli: “Questo è un governo peronista; non mi viene
in mente
nessun altro modello per descrivere questa destra vecchio stile,
tutt’altro che liberale, che governa l’Italia.”
Repubblica 4/9/02.
Veltroni, in suo intervento al congresso DS di Torino, ripete
questi concetti.
Massimo Giannini: “Berlusconi si acconcia a una deriva sempre
più populista, ormai quasi peronista.” Repubblica 6/10/02.
Sandro Viola: “Il giustizialismo peronista avrebbe minato la
salute
di qualunque paese. Quel regime semitotalitario, caratterizzato
nei suoi due periodi di potere dall’incompetenza e dalla demagogia,
provocò un gravissimo trauma sociale. Da un lato, portò
ai vertici della nazione una specie di corte dei miracoli, composta
di attrici fallite, ex ballerine di night club, esperti in oroscopi,
intellettuali risentiti, sindacalisti corrotti e industriali assistiti.
Dall’altro,
infuse nelle classi lavoratrici la pericolosa illusione di poter
chiedere sempre più alti salari, che il regime concedeva a
costo di
svalutazioni disastrose e di debiti con l’estero sempre più
schiaccianti.”
Repubblica 13/7/01.
“Peron, un generale allievo di Mussolini” L’Unità
Emiliano Guanella
28/7/02.
Bisogna arrivare a un giornale di destra, di proprietà di Berlusconi,
per incontrare una caratterizzazione che almeno offre delle
alternative, lasciando al lettore il diritto di prendere partito per
l’una o l’altra posizione.
Alessandro Campi Il Giornale 2/2/02: “Il peronismo, quando ha
fatto la sua comparsa sulla scena politica, si è presentato
ed è stato
descritto nei modi più svariati. Per alcuni ha rappresentato,
soprattutto
agli esordi, una variante argentina del fascismo europeo,
del quale ha ripreso in effetti molti caratteri: l’autoritarismo
politico, il culto del leader, il sindacalismo, il nazionalismo, il
rifiuto
del liberalismo, una certa demagogia, un indubbio eclettismo
ideologico, il dirigismo economico. Per altri è stato invece
un
genuino movimento popolare, democratico e radicale, teso al riscatto
delle masse diseredate e all’instaurazione di un’autentica
giustizia sociale (da cui il termine “giustizialismo”,
con il quale si
è soliti indicarlo). Studiosi e osservatori l’hanno spesso
considerato
un movimento d’estrema destra populista, autoritario e ultranazionalista.
Ma non è mancato chi, enfatizzando il ruolo svolto
dall’organizzazione sindacale nella politica peronista, ne ha
sottolineato
la natura emancipatrice e di sinistra, presentandolo come
una sorta di laburismo o come una variante nazionalista del socialismo.
In effetti, situare il peronismo dal punto di vista ideologico e
dottrinario rappresenta, ancora oggi, un autentico rompicapo, visto
che nel corso delle sue molteplici metamorfosi è stato tutto
e il
suo contrario: cattolico e anticattolico, protezionista e liberista,
conservatore e rivoluzionario, nazionalista e internazionalista, anti-
americano e filo-americano, liberale e socialista, legalitario e insurrezionale”.
A volte si arriva quasi all’insulto: “Povera Argentina!
Viene da
pensare che ha avuto la sua Giovanna D’Arco in questa figura
di
donna così inconsistente!” parlando, come si capisce,
di Eva Peron.
Alvise Sapori Repubblica 2/4/02.
“Piovene si misura direttamente con il lascito terribilmente
negativo
del peronismo” S. Giovinardi, Repubblica 28/2/02.
O il delirante “Evita e il suo Generale” pieno di inesattezze
storiche
oltre che di concetti francamente reazionari, nei Quaderni
dell’America Latina. Supplemento dell’Unità maggio
2003.
Clemente Mastella afferma: “Guardate che solo il peronismo ha
eliminato gli organi di garanzia. Non vorrei che fossimo in presenza
di un peronismo italiano.” Ma, conclude il leader di AP-Udeur
“a sentire la gente in giro, mi pare che siamo in presenza di
un ex
peronista” ovviamente in riferimento a Berlusconi. Repubblica
19/2/04.
E io mi chiedo, questo autentico diluvio verbale denigrante il
peronismo, al quale prendono parte politici, giornalisti e intellettuali
vari, corrisponde o no all’immagine che dell’argomento
hanno
gli argentini, diretti interessati e coprotagonisti del fenomeno
stesso?
Nessun osservatore sereno e imparziale può oggi disconoscere
che, a 30 anni dalla morte di Peron, per il popolo argentino nel
suo complesso, peronismo ha un significato diverso da quello che
gli viene attribuito in Italia; un valore decisamente positivo.
Cercherò dunque in queste pagine di illustrare ai lettori italiani
l’interpretazione argentina di quello che fu il peronismo per
il suo
paese, senza aggiungergli gli aggettivi che ebbe a suo tempo (e di
tutti i generi): fascista, naziperonista, demagogo, comunista, socializzatore,
nazionalizzatore, bonapartista etc.
Proverò a fare una relazione sintetica dei fatti, lasciando
poi ai
lettori il compito di paragonare questi fatti reali e incontrovertibili
con le realtà del craxismo, del berlusconismo e della destra
in
generale.
Se i lettori troveranno similitudini, potranno dar ragione ai critici
italiani. Io non ci riesco, e tenterò di dimostrarne il perché.
Come ripeto, questa non è infatti una storia del peronismo,
materia
già eccellentemente trattata dagli autori alla base a queste
mie riflessioni. Si tratta invece di una raccolta di fatti e di dati,
per
rendere chiaro a tutti quale paese trovò Peron e quale lasciò,
senza
la scusa di “ragioni occulte”, “cause psicologiche”,
“autentiche
motivazioni” e altre cortine fumogene con le quali molti autori
cercano di dissimulare i fatti. Non mi interessa studiare l’uomo
Peron: se nazista o comunista; se rivoluzionario o demagogo. Cerchiamo
invece, voi lettori ed io, di sommare nelle virtuali colonne
del dare e dell’avere ciò che fece di bene e ciò
che fece di male per
l’Argentina. Cogliendo più nel bilancio delle sue azioni
che nelle
sue parole, i motivi della sopravvivenza di un’idea, di un mito,
quale egli è ancora in Argentina.
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