| "Pico"
Ivano Bariani, Edizioni Clandestine
2003 |
Ricordo di quel tizio, per esempio. Ricordo che
quando nessuno guardava lui mi prendeva in un angolo
e mi diceva: "Pico! Pico lo sai che cos'è la donna?"
Avevo dieci anni: secondo lui come facevo a saperlo?
Allora visto che non rispondevo lui di-ceva: "La
donna è la parte inutile della passera, Pico. Hai
capito? La parte inutile: cerca di ricor-dartelo
eh?" Poi mi afferrava da qualche parte e mi dava
di gomito - e non c'era verso che mi lasciasse andare
se non annuivo e ridacchiavo in proporzione alla
gradazione alcolica del suo fiato. Quando anni dopo
lo tirarono fuori dal canale avrei voluto dirglielo
che me lo ricordavo ec-come di quello che mi biascicava
sempre in faccia. Davvero: se non fosse stato per
la pancia gonfia e quel suo faccione tumefatto glielo
avrei detto volentieri che di lui mi sarei sempre
ri-cordato. Anche se quella storia della parte inutile
io non la capisco oggi come non la capivo al-lora.
Non è per mancare di rispetto a un morto, ci mancherebbe
altro, è solo che ho sempre pensato che quel tizio
di donne ne sapesse più o meno quanto me. E io avevo
dieci anni, non so se mi spiego. Cioè, se uno deve
spiegare a un ragazzino "Che Cos'è La Donna" come
minimo do-vrebbe essere un po' più preciso di "la
parte inutile della passera", altrimenti sai tu
che casino quando quello crescerà e la vedrà per
davvero, una donna? O magari dovrà parlarle, o chie-derle
un appuntamento, o convincerla che lui-è-quello-giusto.
Vaglielo a spiegare, dopo, che non è esattamente
l'utilità delle parti ad essere importante in tutta
quella meraviglia.
Ora: io non mi ci metterei nemmeno oggi a spiegare
a un ragazzino che cos'è una donna, però a sforzarmi
sul serio penso che se fosse lui a chiedermelo -
se dovessi mai trovarmi faccia a faccia con occhi
di dieci anni soltanto che vogliono a tutti i costi
sapere - penso che al massi-mo riuscirei a dirgli
che non ne ho la più pallida idea, ma che so benissimo
che cosa farei se fossi una di loro: se fossi donna
me ne starei tutto il giorno davanti allo specchio.
Nuda. Perché una cosa più bella di così io non l'ho
vista mai. E potrei anche dargli tre ottimi motivi,
al bim-betto. Motivo numero uno: il seno. Motivo
numero due: la vagina. Motivo numero tre: il seno;
l'altro. Sì perché, chiunque sia stato, chi l'ha
scolpita deve aver pensato che se la nostra specie
ha due mani e due occhi e due orecchie allora è
giusto abbia anche due seni. Io non ne so molto
ma credo che se c'è un dio allora non è poi così
scemo come sembra. E a proposito di dio: se devo
pensarci io non riesco a convincermi di questa cosa
dell'occhio nel triangolo. Proprio per niente. Per
come la vedo io quel triangolo dovrebbe essere un
cerchio: un grosso e morbido cerchio roseo con un
cerchietto più scuro al centro. E senza occhio.
Via quell'occhio assurdo, e che cavolo: è Dio, non
Polifemo: se deve essere bellezza allora che sia
bello sul serio, no? Per cui io tolgo quell'occhio
insulso e mi immagino due paia di labbra carnose
- le labbra più bel-le che ci siano - e un po' di
pelo, anche. Se proprio devo pensarci io Dio me
l'immagino così: bello e completo e morbido e caldo.
Una tetta con al centro una vagina. Amen. Se lo
preferite voi tenetevi il vostro ciclope pieno di
spi-goli. Avevo sei anni quando cominciarono con
la storia di triangolo, paradiso e piaceri proibiti.
Ne avevo dodici quando conobbi Pelo. Il giorno del
mio tredicesimo compleanno lei inciampò ed entrò
nella torta fino alle caviglie, vestitino nuovo
nuovo compreso, e si chiuse in bagno con mia madre
a lavare il lavabile. Io stavo dall'altra parte
della porta, piegato in due, il naso sulla maniglia,
a guardare cosa c'era sotto quel vestito attraverso
la serratura. Avevo tredici anni e due mesi quando
chiesi a Pelo cosa mai ci fosse da vergognarsi nel
pro-prio corpo. Lei sorrise. "Niente." Allora perché
per pulire un vestito c'è bisogno di chiudersi in
bagno con un'altra donna? Lei arrossì. "Ero piccola,
allora. Scusa per la torta." Quindi adesso non si
sarebbe vergognata a spogliarsi davanti a qualcuno.
Tornò a sorridere. "Certo." Neanche se quel qualcuno
fosse stato un ragazzo. Lei si fece spavalda. "Esatto."
Neanche se quel ragazzo fossi stato io. Lei scoppiò
a ridere. "Te lo scordi, Pico." E se ne andò. Tredici
anni e due mesi. Lei già quattordici e si capiva.
Poi però quando la incontrai a scuola, la settimana
dopo, fu lei a fermarmi nei corridoi. "Cosa fai
oggi?" Io, ecco... - io balbettavo e la rivedevo
senza vestito nel mio bagno - io, oggi pomeriggio...
- io non vedevo che lei e le sue gambe e i suoi
slip con accenni di pizzo. "Perché io domani avrei
il compito di mate," Il compito di mate: a-ah -
e sapevo che là dentro in quella mia visione doveva
esserci anche mia madre, da qualche parte tra la
vasca e il lavello, che levava cioccolata e pandispagna
dal vestito. "...e siccome tu in mate hai dieci
avevo pensato che magari potevi darmi una mano con
le e-quazioni." Le equazioni, certo - ma allora
perché non mi ricordavo che di lei? Disse: "Allora?"
Allora a tredici anni due mesi e una settimana mi
ritrovai in camera sua, inebetito da due occhi scuri
e sottili, e da quel viso che mi sorrideva e forse
un po' arrossiva. E diceva: "Io mi spoglio solo
se ti spogli tu." Fu un sogno e fu bellissimo e
fu un disastro e di certo non fu sesso ma la prima
volta che sentii il profumo di una ragazza. Ho già
detto che fu bellissimo.
I suoi genitori tornarono che io mi stavo allacciando
le scarpe. Pelo mi bisbigliò se non volevo darle
un bacio, prima che sua ma-dre salisse per salutarla.
Il mio primo bacio sapeva di burrocacao e chewing-gum
panna-e-fragola. Io non avevo ancora richiuso la
bocca quando lei aveva detto "se lo dici a qualcuno
sei morto". E poi "ciao mamma, questo qui è Pico,
un mio compagno di scuola". Disse: "Lo chiamano
così perché è il più piccolo della sua classe,"
ma non era vero. Disse: "Mi sta aiutando con le
equazioni per il compito di domani." E neanche questo
era vero. Ma sua madre sorrise ai libri aperti e
chiese se avevamo già fatto merenda. Avevo visto
Pelo stendere con il calcio giusto ragazzi ben più
grossi di me e non potevo avere nessuna voglia di
andare a raccontare in giro di essermi ritrovato
solo e nudo con la ragazza più bella della scuola
senza sapere dove mettere le mani - tanto per rimanere
sul vago. Men-tre da parte sua Pelo non poteva avere
nessun bisogno di vantarsi di aver conquistato "Pico
della Mirandola", gioia e soddisfazione dell'intero
corpo insegnanti. Quindi non avevo nessu-na possibilità
di sapere dalle voci di corridoio se a Pelo quel
pomeriggio era piaciuto - se le ero piaciuto - o
se s'era soltanto divertita alle mie spalle. Seppi
tutto il giorno prima delle interrogazioni di fine
anno: Pelo mi intercettò nello stesso cor-ridoio
e disse che pensava di essere rimasta indietro col
programma di storia. Due delle sue amiche ci guardavano
e ridacchiavano un po' più indietro.
Io sgranavo gli occhi e annuivo e uscivo con un
sorriso ebete da tre settimane di torpore. Quel
pomeriggio le raccontai le guerre puniche dalla
prima all'ultima battaglia. E poi Annibale e le
Alpi, Scipione e l'Africa e Antioco terzo e la Siria:
tutto m'avevano raccon-tato una volta: tutto mi
ricordavo. Ma c'erano soltanto Pelo e le sue mani
perfette. Quel pome-riggio non feci che mettere
storia in replay e guardare Pelo prendere appunti
senza fiatare. Sentendomi un dio perché se ero lì
come minimo lei non mi odiava, e perché se m'aveva
di nuovo chiamato a casa sua quantomeno aveva ancora
bisogno di me. Cartagine cadde. Gli abitanti superstiti
venduti come schiavi. I Romani sparsero il sale
sulle rovine della città. Io mi alzai per tornarmene
a casa. Pelo appoggiò la penna, mi guardò, e mi
chiese se ero gay o soltanto stupido. Io me ne tornai
a casa e mi chiesi più o meno la stessa cosa per
tutta la sera. Passò una settimana e poi un mese
e poi un anno: tornavo spesso da Pelo per darle
ripetizioni e ogni volta sua madre si faceva più
sorridente, mentre io mi trastullavo con la mia
domanda e sua figlia mi ascoltava e ogni tanto mi
guardava, e tuttora non so se capisse o cosa.
Un altro anno ancora: l'esame e i miei compagni
spesso chiusi in casa a ripassare cose che in qualche
modo io già sapevo. Io che allora me ne stavo sdraiato
a pensare a lei e a me - alle scuole superiori.
Ci dissero che le scuole superiori "non sono più
scuola dell'obbligo". Ci dis-sero che dovevamo decidere
se andare e dove andare. Io decisi che ero stupido:
avevo quattor-dici anni e qualcosa, e un sacco di
idiozia da smaltire, ma riuscii a iscrivermi al
suo stesso lice-o. Decisi che dalla stupidità si
poteva anche guarire. Dopo non potevo che invecchiare,
e scoprire che Pelo è davvero la donna più bella
che mi sia stato concesso di incontrare. Mentre
allora potevo soltanto immaginarmi tutto questo
e sperare che anche lei decidesse di farlo, e assieme
aspettare di vedere se era tutto una balla o no.
Come se la vita fosse una fregatura e amarsi sperare
che non funzioni, non stavolta, non con noi due.
Ma oggi (oggi esco dalle lenzuola e sento tutte
le crepe delle mattonelle con le dita dei piedi
e mi volto) mi volto verso il letto e guardo le
coperte sognare di poter essere una seconda pelle
per lei. Mi avvicino e mi accontento di sorridere
del modo in cui dorme e quasi russa - sco-prendo
gli incisivi e soffiandoci attraverso - e forse
tornando dal bagno la bacerò e cercherò di svegliarla.
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