"Regressione totale " Armondi Dario, Edizioni Clandestine 2002

 

Sono un bellissimo uomo. Sono alto, massiccio. Ho muscoli guizzanti e sguardo carismatico. Sono uno arrivato. Le mode mi calzano tutte a pennello e sto sempre da dio. Mi adatto a ogni situazione e pratico cinque sport fra cui il golf, la vela, squash. Cerco di mantenermi in forma, ecco. È ciò che devo fare. Per la mia professione devo cercare di essere sempre in forma.
Devo seguire un regime alimentare piuttosto severo; stare attento alle correnti d'aria per non creare noiose screpolature nella mia pelle stupenda; gestire le mie secrezioni e agire col sistema più opportuno sul mio equilibrio energetico per mantenere intatta la mia aura. È un lavoro: evitare di corrugare la fronte per non velocizzare i processi di invecchiamento, dominare gli stimoli provenienti dalla formazione di gas gastrici, rutti, meteorismo. Insomma, una gamma di preoccupazioni non male. E soprattutto di questi tempi: già, perché vado per i quaranta.
Non sembra ma... Svolgo da sempre questa professione: modello da posa. Poso ovunque e per chiunque: scultori, pittori, architetti, scenografi, stilisti, registi, contemplativi e studenti. L'Ulisse di fronte alla stazione centrale, sono io. Ed è mio quel bellissimo sedere che si ammira a pagina quarantatré del compendio di anatomia umana del Marchini. Insomma, mi difendo. Sì, è vero, alcuni compromessi li ho dovuti accettare: l'ho preso alcune volte nel culo, ma sempre per la professione. Da qualche mese tuttavia qualcosa è cambiato e la mia bella vita fatta di spider rombanti e sedute al solarium ha subìto una deviazione. Gli amici mi hanno detto: "Eh già! Con l'età tutti prima o poi...". No, non credo: è stato qualcosa di più radicale, un miraggio rivelatore. Finora ero realmente convinto di avere una mia utilità. Ora invece mi accorgo di essere stato sfruttato. Intendiamoci, è quello che ho voluto.
Tuttavia, comincio a percepire la necessità di elevarmi a qualcosa di più distinto che non sia fatto di pura esteriorità. Di fronte a una confidenza di questo genere un amico ha esclamato: "WOW! Iscriviti a un corso di yoga...".
Lo stronzo non ha capito: non è uno stato provvisorio, è una nuova necessità. Ho tentato in tutti modi di sopprimere gli arcani messaggeri della mia coscienza. Ho cercato di ammettere di amare il mio corpo più di qualsiasi altro corpo così da poter continuare a fare quello che ho sempre fatto senza stupidi rimorsi. Ho cercato di soffocare il mio ignobile perbenismo da quarantenne arrivato. Tutto inutile. Convincermi di avere fatto tutto quanto solo per soldi non mi consola, anzi mi deprime. Nessuno mi ha mai dato del guitto, non voglio farlo io ora. E come se non bastasse ci sono i rompiballe che a sentire parlare della mia crisi esordiscono chiedendomi perché non mi sono sposato e non mi sono fatto una famiglia. Ma è chiaro: cosa avrei potuto insegnare ai miei figli? Cosa avrei potuto dare loro? Un corpo? E mia moglie?
Cosa avrebbe pensato mia moglie di quella composizione orgiastica ménage pour cinq? No, qualcosa sarebbe sicuramente andato storto e comunque non ho mai avuto intenzione di cambiare la mia vita: mi è andata sempre bene così. Posso ben dire di vivere il mio personale inferno sulla terra, ora, per la soddisfazione di tutti quelli che invidiano il mio successo. Le domande: "Cosa ho risolto...?", "Cosa cambio a quarant'anni?", "Che contributo ho dato agli uomini?" si sprecano. Sto quasi rischiando di diventare logorroico con me stesso e la colpa è solo di Esther. Il tratto era fermo, sicuro, di chi non sbaglia e non cancella. Guardava ogni tanto verso di me e diceva: "Così, non muoverti, fermo così...".
Poi si faceva avanti fissando un punto circoscritto del mio corpo; lo fissava insistentemente e sembrava che una radiazione perforasse quel punto da parte a parte. Per la prima volta la mia nudità mi imbarazzava. Sudavo ed ero nervoso. Giunto al ventitré di via Bellini avevo subito dato le dritte a un gruppo di ragazzini che avevano preso di mira lo spider. Mostruoso quell'ambiente: degradazione, tredicenni già ubriachi nel primo pomeriggio, palazzi enormi e colate di cemento. Ero abituato a ben altro, alle sale degli artisti, alle passerelle, agli hotel.
Qui tutto era molto diverso, le mie titubanze, i miei dubbi si traducevano in reali ansie per ciò che mi aspettava. Quei palazzi a schiera mi davano il voltastomaco, tutti uguali e tutti somiglianti a immensi matitoni multicolore. Parcheggiato lo spider e cacciati i ragazzini pensai al mio produttore: "Vai pure, è brava, ha già pubblicato varie cose. Ha fatto anche delle mostre e la critica è entusiasta...". Sarà... Persistendo nella mia titubanza mi ritrovai catapultato nella loggetta dell'ascensore a premere il numero tredici. Un bel po' di strada. Altro tempo da dedicare a me stesso. C'è sempre un momento di raccoglimento per chi si appresta a posare.
Verificare che tutto sia a posto... sì, insomma, mi slacciai i bottoni della patta e tirai fuori l'uccello: tutto a posto. Entrai e la piccolezza dell'attico mi invase: era tutto vetrate. Il panorama della città a trecentosessanta gradi. Niente tende, decine di tappeti arrotolati in un angolo, un vago aroma di sandalo nell'aria. Qui e là erano distribuiti pot-pourri e fiori secchi capovolti. "Buongiorno, sono Esther..." "Luca, piacere..." mi strinse la mano. Era piccola e minuta, non più di uno e sessanta. I lineamenti del viso erano concentrati e sottili, armoniosi col resto del corpo, il colorito della pelle pallido. Portava dei semplici jeans e un maglione di lana di almeno due taglie di più. "Iniziamo subito...?"
"Certo, un paravento?" Mi spogliai velocemente mentre lei arricciava le matite dopodiché presi posizione sul cubo. Due faretti a elevato wattaggio mi accecarono e per cinque minuti mi limitai a constatare la visione di chiazze colorate e niente altro. Lei non parlava e non dava istruzioni. Fui colto da raptus. Esclamai risentito: "Sono proprio necessari...?" e indicai i due faretti con la mano. "Fermo! Non muoverti. Mi rovini tutto. Ora li spengo..." Non sembrava scocciata. "Era solo per definire alcuni tratti rispetto alle loro ombre." "Ora però inizi il vero ritratto!"
"Sì" rispose calma, "ora inizio il vero ritratto."
"No, niente mela e niente discobolo, non si tratta di una bozza" aveva detto vedendomi indicare gli oggetti posti alla base del cubo, "mi butto subito sull'opera prima, se non ti dispiace..."
"Figurati..." risposi maliziosamente. Ero sempre venuto bene col discobolo o con la mela. Iniziò a correggermi la posa. Strano: voleva qualcosa di più vero, di più sentito, come ripeteva in continuazione. Mi voleva sensuale e contrito nello stesso tempo. "Non tendere troppo i muscoli, lasciali rilassati... anche le spalle, un po' più cadenti..." Inoltre voleva uno sguardo accigliato, pensieroso... Pensai: "Dopo mesi e mesi di esercizi di stiramento della pelle oltremodo faticosi...". Pazienza, quando facevo "Il guerriero torna alla sua sposa" o "David uccide il filisteo" era tutto diverso. Dovevo tirare fuori tutta la mia mascolinità di uomo rude e forte. Niente di tutto questo per Esther, voleva qualcosa di più arcano... Pensai: "Questa mi rovina...". Era calma, rilassata. A mia volta ero curioso di vedermi sulla tela, curioso di ciò che di nuovo stava nascendo. Non la solita posa per la seduta degli studenti in accademia e neppure l'uomo nerboruto che piaceva tanto alle giovani esordienti. A tempo perso, come esercitazione, mi invitavano nelle loro mansarde, tutti insieme si faceva un bel tiro di coca e poi sotto coi pennelli... Esther non tirava di coca e non parlava mai.
Disegnava e basta; sembrava che il suo unico vincolo col mondo fosse quello, la sua unica capacità di comunicare. E il tempo passava. Giunse il tramonto. Cominciavano i primi crampi. La mansarda fu completamente invasa da una vampa di rosso fuoco. I chiaroscuri si stemperavano sulla superficie del mio corpo, procurandomi una linea di demarcazione netta lungo l'asse longitudinale. Ero diviso a metà. Ero un uomo perfettamente simmetrico. "Finito...?" "Non ancora, un attimo..." Dopo due minuti aveva finito. Non mi misi l'accappatoio. Feci un balzo dal cubo e mirai... Il fiato mi si era mozzato in gola: era di una bellezza strepitosa e molto tormentato. "Come hai fatto...?"
"Non sei tu forse...?" disse lei in un fiato. "Sì, sì, certo ma... è strano!"
"No, non è strano" disse lei pacata mentre riponeva alcuni carboncini in una custodia di cuoio. "Ho voluto solo rappresentare le due metà: offeso...?" Non risposi. Non ero in grado di risponderle. Ero perso. Non è possibile spiegare con le parole, dovreste vederlo! Ritratto filtrato dal genio e dall'arguzia. Ritratto che vuole essere ma che non è. Io sono la copia? No, sei tu la copia? Ma sembra come in uno specchio! No, è solo un ritratto, pura fantasia! Ritratto a metà, ma non due metà simmetriche, sarebbe stato troppo facile per lei, bensì una sovrapposizione di due livelli, uno più in profondità rispetto all'altro. Qual era la metà che distava di più nel senso della profondità? Qual era la metà che più mi assomigliava nel reale? Non osai chiedere nulla. Mi avrebbe risposto: "Come? Non lo sai...?". Strano ritratto: lo comprai io, alla mostra che allestì dopo alcuni mesi. È ancora appeso sul caminetto del salotto, mi fa una strana compagnia ed è bellissimo.
Oh, Esther! Hai saputo raccogliere e incastrare alla perfezione le mille schegge di specchi che mi tappezzavano dall'interno. Loro sì, che sapevano! Erano le custodi dell'informazione, quelle che potevano mantenere il segreto per un tempo illimitato. In fondo, nella finzione, ogni cosa era a posto: allora perché smascherarmi a tutti i costi facendo nascere in me il tormento...? Brava: e ora cosa faccio...? "Non ti sembra il caso di rivestirti...?" Mi voltai, come svegliato da un lungo sonno pieno di incubi, con spavento. Il sole tramontava e io me ne stavo lì impalato, di fronte al ritratto, ormai completamente nudo...