| "La
scellerata vita breve di marco princese"
Paolo Brunelli, Edizioni Clandestine
2003 |
La scellerata vita breve di Marco
Princese
1
Gran vento soffiava la mattina di Capodanno. L'umore
che mandava il mare al vento sapeva di pioggia.
Capodanno era il giorno dopo. Quella sarebbe stata
per sempre la mattina dopo di tutta la sua breve
vita.
2
"Mi ami ancora?" le chiese.
"No" rispose lei.
Sorrideva, ma gli occhi erano gelidi. Lo guardava
e pensava che no, non sarebbero invecchiati insieme.
Non in questa vita, almeno. Ciò che il tempo aveva
sempre condotto a sé, rimaneva ora indietro, sciolto
senza redini.
3
Tenevano duro i vetri alle finestre, e un poco tintinnavano.
Fremiti violenti di nylon squassato, come soffocati
e lanci-nanti, giungevano ogni quando da fuori.
Nessun cielo animava il giorno. Il giorno era immerso
in un grande sacco di pece. Nuvole nere, pesanti,
dentro un nylon di vento.
4
Da ieri notte non si erano parlati. Ma era come
se ognuno dovesse sapere, credere d'indovinare cosa
l'altro stesse pensando. Avevano acquisito la strana
e terrorizzante sazietà; il tacito orrore rassegnato
e reciproco. Specie di noia di vivere, da cui attingevano
quotidianamente come se fosse un barattolo di nutella.
Si conoscevano molto a fondo. Apatia e violenza
incondizionata, vitamine e minerali guasti. Lui
conosceva lei come nessuno conosce nessuno. Valeria
conosceva Marco Princese, e per questo aveva cominciato,
negli ultimi tempi, ad averne paura. Già da prima
che accadesse un fatto molto grave. Già da molto
prima.
5
Un ceffone sul naso ieri sera: una manata cruda
come una bistecca gelata in piena faccia, le aveva
smollato, quando sul ciglio della strada camminavano,
e Marco urlava ed era fuori di sé. Cominciò così
una sciagura di fine anno. Valeria aveva un passo
svelto e con le mani si teneva stretti al collo
i risvolti della giacca. Nera di pelle. Un manrovescio
in pieno viso e duro, quando verso casa discutevano
di parenti e telefono pubblico, gente che aspetta
fuori della cabina e di tempo breve di una telefonata
e di maledetti auguri di felice-fottuto anno nuovo.
Sangue le era colato dal naso in tutta la faccia
e sulla giacca. Si era accasciata al suolo contro
una rete di ferro e teneva la fronte alta e la mano
sugli occhi insanguinata. Apriva e chiudeva le labbra
e pareva un pesce sbattuto fuor d'acqua. Impressione,
faceva. Il sangue, maledetto sangue, le usciva a
fiotti dalle narici e dalla bocca. Marco non sapeva
che fare ed era indemoniato e qualcuno là, prima,
fuori della cabina telefonica, lo aveva fatto indemoniare.
Forse il demonio stesso nelle persone che attendevano
da venti minuti che lei finisse di fare il "proprio
comodo". Già. Il demonio negli sbuffi e nel fiato
e nelle parole seccate delle persone che attendevano
libero il telefono e lo fissavano di sbieco: guardavano
proprio lui, Marco Princese; ogni tanto lanciavano
qualche occhiata verso la cabina e dicevano: "Forza
bella, dacci un taglio! È mezzora che sei là dentro,
quanto diamine ci vuole a telefonare?... ".
Parlavano a denti stretti e però volevano farsi
ascoltare. Sembrava che fossero tutti d'accordo
nel rivolgersi implicitamente a lui.
"Ehi, quella ragazza è mezzora che è dentro e sta
parlando e chi sa cosa avranno da dirsi. È una maleducata,
sì, una gran figlia di puttana… I giovani di oggi
sono maleducati… Sì, è così, e le ragazze giovani
sono peggio dei maschi… e sono buone solo a darla
via, aprono le gambe e la danno via, ecco quello
che sanno fare: non hanno un minimo di rispetto
né per sé, né per la famiglia".
"Ehi ehi ehi, adesso calmati, cosa c'entra darla
via e cosa c'entra la famiglia?, devi calmarti,
capito?" disse uno. "Stai andando fuori dal seminato!".
"Non mi calmo affatto" disse quello, "è una questione
di rispetto e basta, e non ho nessuna intenzione
di passare da idiota! Questo è un telefono pubblico,
va bene?, e vadano a casa loro, questi luridi bastardi,
se vogliono fare quello che vogliono!…".
6
Marco l'aiutò a risollevarsi, quando il sangue le
aveva ricoperta la faccia e lei piangeva e annegava
e gli diceva: "Non lasciarmi, aspettami!".
Lui si era staccato col cuore in gola sul ciglio
della strada e camminava avanti e gli pareva di
non saper esistere più, come chi non sappia di punto
in bianco respirare. La coprì di insulti nuovamente,
retrocedendo come una furia di qualche passo, mentre
si avviavano verso casa. Valeria si era sfilata
dal collo il foulard. Lo teneva pressato contro
il naso e supplicava: "Aspettami!…", respirando
con la bocca invasa, perdendo sangue a profusione.
Marco prese a calci una donnetta che si era fermata
di là dal marciapiede ad osservare. Le borse della
spesa in mano. Riducendola contro un cassone dell'immondizia.
Lasciandola muta e dolorante di stupore. Bisognosa
di soccorso e incredula, dall'altra parte della
via.
7
Valeria entrò in casa e si lavò la faccia. Aveva
gli occhi gonfi. E anche lui venne e si lavò le
mani nel lavandino, passandosi acqua sulla nuca.
Imprecava e non riusciva a stare fermo in cucina.
Disse che dovevano tornare fuori subito: uscire
alla svelta e senza commedie, perché in casa l'avrebbe
sicuro gonfiata di botte, lei maledetta e quella
figlia di bagascia della sua amica bastarda, che
cavolo avesse da raccontarle al telefono, che diavolo
avessero mai da raccontarsi, eh?, quando fuori c'era
gente che aspettava e aveva da telefonare, e già
da dieci minuti erano tutti lì che sbuffavano e
guardavano l'ora e dicevano ch'era maleducazione,
insomma, certo, sì!, maleducazione!, e che il telefono
è pubblico e non si può stare dentro mezzora quando
fuori c'è gente che aspetta, e che razza di cazzo
di modi sono! Questo, diceva Marco, e non riusciva
a fermarsi, né a sedare la collera per ciò che andava
imprecando e che le aveva combinato in strada, con
quella smanacciata in pieno viso. Con quella smanacciata.
"Devi lasciarmi!" le gridava. "Lasciami adesso!".
Graffiandosi con le unghie come se fossero artigli
di animale. "Devi lasciarmi qui, ora!, in questo
momento!, andartene via e non farti vedere mai più!".
8
"Non mi vuoi bene!" disse a un certo punto lei con
brutalità. Il sangue le colava rubino dal naso alla
carta igienica ruvida e appiccicata fra le dita.
"Non mi hai mai voluto bene…".
Un rotolo di carta igienica teneva fra le gambe;
piangeva e srotolava seduta in cucina. Lui le bestemmiava
attorno e aveva impressione del proprio respiro.
Bestemmiava Dio, la Madonna e Tutti i Santi.
"Non te ne ho mai voluto!" gridò in casa ovunque
come un ossesso e con una smorfia di disprezzo orribile.
9
Era presto ancora nell'orologio sopra il forno.
Mancava molto a mezzanotte. Avrebbero voluto essere
calmi, calmi, calmi, eppure tutto moriva di fretta.
"Dio mi maledica!" pensava Marco, non sapendo fermarsi
e non provando alcun amore per niente. "Dio mi maledica!".
10
"Sparati!" continuò a imprecare. "Sparati e falla
finita. E la tua amica bagascia dì che si spari.
E sparati anche tu. Sparatevi tutti e Dio che si
spari anche lui! Guarda cosa ti ho fatto. Hai visto
cosa ti ho fatto? Io non volevo. Dio lo sa che io
non voglio essere in questo: MODO DI MERDA, cazzo!…
Tu lo sai che io non lo voglio!…".
"Tu sei cattivo… Sai dirmi solo cose cattive".
"È la verità!" gridò e vibrava contro i muri e le
pareti occupate dai quadri. "La verità e basta!
Vuoi che mi uccida? Posso uccidermi, se voglio:
posso anche farlo. Ma no, non lo farò!, non ne vale
la pena. Per una merda come te. Guardati! Guarda
come ti ho ridotta! E tieni su la fronte, non stare
giù con la testa, cazzo!… Usciamo, dobbiamo uscire,
tornare subito fuori, avanti, muoviti!…".
Tutto doveva essere calmo, stasera, ma invece ogni
cosa moriva di fretta.
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