| "Sei
tu? " Alba Arena, Edizioni
Clandestine 2002 |
Erano le otto di sera e stavano per salutarsi. Le
luci del supermercato infrangevano il buio, lucido
di pioggia, le voci dei passanti sfrangiavano il
silenzio. L'intimità della macchina li separava
dal mondo e al mondo li collegava. Erano chiusi
e aperti, soli e fra la gente. I loro ultimi abbracci
erano un cuscino soffice di tenerezza: difficile
rinunciarvi. Lui le domandava qualcosa, con voce
sommessa e calma, poi qualcos'altro e qualcos'altro
ancora. Sfogliava a uno a uno gli strati della sua
anima. Lei gli rispondeva e poi rispondeva ancora.
Scartava ogni strato che la separava da se stessa.
Lui le affidava le sue domande, lei gli affidava
le sue risposte.
Lei era un'onda che si frangeva lentamente e lui
l'altra, venendosi incontro a ogni nuovo momento.
Allora lei era così com'era, davanti ai suoi occhi,
e lui le colmava l'antico desiderio di essere vista
da chi avesse il potere di mostrarla.
Lui, Orio, che si imponeva come uno specchio fra
lei e se stessa, così che potesse guardarsi senza
rimproverarsi né compatirsi, dagli spalti protetti
del suo sguardo. Ah, quei giorni saturi di promesse
e di ebbrezza! L'ebbrezza dei loro corpi in amore
che il sudore ricopriva come lucida glassa.
E le promesse non contraffatte da parole: bastava
la vorace urgenza del desiderio. In quei giorni
gli uccelli scolpivano l'aria con le curve sonore
dei loro voli. I lampi impreziosivano le notti.
La fiducia ammorbidiva i contorni di ogni azione.
E l'amore era struggente carenza, digiuno da riempire
a ogni incontro, carne e anima offerti su un vicendevole
altare. Ma ora il risveglio l'ha gettata sulle rive
di un altro giorno, quando lei ha chiuso la porta
a quell'amore.
Dopo un attimo attonito, ancora posato sull'orlo
del sonno, eccolo ritornare quel dolore, vivo come
la fiamma di una candela incastonata nel buio. Il
dolore di quegli incontri furtivi, brevi e infine
spezzati. Lei avrebbe voluto indossarlo quell'amore,
lasciandosene avvolgere e scaldare come da un accogliente
mantello di squisita fattura. Invece aveva potuto
- solo e ogni tanto - gettarselo sulle spalle, come
una corta sciarpa momentaneamente prestata e che
non è tua.
E si vede. L'amore clandestino è così. Ha poca stoffa,
intessuto com'è di assenze, che accumulano canestri
colmi delle parole che gli amanti non hanno avuto
il tempo di dire, di azioni risparmiate in assenza
dell'altro, di noie e risate mai condivise, dialoghi
immaginari, passeggiate mancate e film mai visti
insieme, di esperienze mai avute. Soprattutto l'esperienza
- sovrana - dell'altro con gli altri sullo sfondo
del mondo, quando dici: "Ti presento il mio amore".
Gli amanti hanno fretta e quell'urgenza si esaurisce
negli abbracci. E si conclude con un saluto affrettato
e teso.
Poi, nuovi canestri colmati di assenza. Intollerabile.
La affascinavano i telefilm dell'Uomo Invisibile,
quando aveva dieci anni. Sognava di essere l'Uomo
Invisibile e vedere ciò che non era visibile. Desiderava
essere vista quando non era visibile, ma anche lo
temeva.
Poiché, nei suoi terrori di bambina, l'Uomo Invisibile,
di solito suo amico e alleato, talvolta si incattiviva.
Allora diventava l'occhio-di-dio-che-vede-sempre
e questo, a sua volta, si trasformava nell'occhio
di sua madre, quando era vigile severo persecutorio
e la squarciava di vergogna. E dopo l'infanzia e
i suoi terrori, lei è diventata donna: invisibile,
o visibile solo attraverso lo squarcio degli occhi
altrui, addosso il desiderio di essere vista da
chi avesse il potere di mostrare il suo segreto
cammino di ronda. Sentiva in lei vivere un demone
potente e unico - che pure abita ognuno - che, le
sembrava, solo un uomo potesse rivelare con lo sfrenato
sfolgorio del suo. Così si esponeva allo sguardo
dell'altro senza un sguardo proprio, pronta a sentirsi
annientata quando quello sguardo lasciava il suo
cammino.
Quanto di sé ha sprecato per credere di avere imparato
a vivere senza la tutela dello sguardo altrui! Invece
eccola di nuovo straniata da uno sguardo assente
e segregata dal mondo. Un giorno che lei ha chiuso
la sua porta alle spalle di Orio, dopo un ultimo
bacio e un ultimo sorriso come sempre, ha perso
poi la voglia di riaprire quella porta su un altro
fuggevole ritorno. Ha perso la voglia di aspettarlo
fra una porta aperta e una chiusa, dopo lo stesso
lasso di tempo, sempre lo stesso, ritagliato in
quella misura per l'economia della vita di Orio.
Ma a quell'amore privo di mondo, com'è l'amore clandestino,
ha fatto seguito per lei un mondo privo di amore.
Ne valeva la pena? Davanti alla pagina bianca lei
ascolta la Suite for Cello and Jazz Piano Trio.
Lentamente e poi con improvvise e veloci rincorse
il foglio si riempie di immagini, via via che le
sue mani decorano la musica con la loro opera silenziosa.
Una cattedrale che si incrina, un sogno che non
la lascia, schegge di vetro, pena pena e pena.
Un'insistenza, una ossessione. Un silenzio ineguagliabile,
un brivido impercorribile sino in fondo. Infine
le erompe nella mente quel patimento lanciato come
un'invocazione da Rainer Maria Rilke: "Chi mai s'io
grido mi udrà dalle schiere celesti?".
E lei, che non ha ancora il dono di scagliare aspre
preghiere, vuole sapere perché deve sopportare domani.
Innumerevoli sono i giorni che si avvicendano mutilati
come uccelli senza ali, in una calma affilata dall'orgoglio
- silenzioso e monumentale - di donna sola. Sola
prima di Orio e sola dopo. Una chiusa lei ha calato
sulle emozioni, raccolte in un bacino che non tracima
più. Per innumerevoli sere ha cercato di sedimentare
il dolore. Forse stasera la potrebbe aiutare una
tazza fumante di tè al gelsomino. Le donne conoscono
tanti piccoli trucchi per vivere. Lei lo beve cautamente
e socchiude gli occhi a ogni sorso, stringendosi
piano nelle spalle. Come a difendersi dal suo calore,
come a difendersi dal suo sapore quando si fa pieno
ai lati della lingua, di cui sente - subito dopo
- guizzare di piacere la punta. Come in un gioco
sensuale che non sapeva giocare tanti anni prima,
con il suo primo amore: troppo piccola. I suoi sensi
restavano lì, incapaci. Troppo piccoli per l'amore,
che è esigente: né lei, né lui potevano esserne
all'altezza. Non potevano, quei bambini cresciuti
male, stipati di vergogna.
Eppure anche adesso che ha imparato la frivolezza
del gioco d'amore, che ha reso sfacciati i suoi
sensi, che ha esposto anche l'anima e lasciato traboccare
le sue parole e molto di più, anche adesso l'amore
è finito, il suo specchio è frantumato e lei è lì,
donna di nuovo invisibile. Ma la luna, benevola
stasera, le strizza gli occhi attraverso la stracciatella
lanuginosa del cielo e accantona così, nuda regina,
il suo esausto dolore. La luna, affondata nell'oscurità
della notte, con il suo prodigioso splendore sostiene
gli sguardi di una moltitudine d'occhi imploranti,
sbarrati sul volto livido della perdita.
E talvolta concede parole per chi sa ascoltare il
mormorio irresistibile di chi guarda il mondo dall'alto
e da sempre.
"Qualcuno vorrebbe forse sapere" sussurra la luna
allo stormo di occhi, "da cosa si difendevano loro,
i due amanti. A cosa sfuggivano o da quale antica
incuria si distanziavano, rifugiandosi negli incontri
prestati. Ma via! Ogni incontro è prestato, brevemente
carpito agli opachi territori dell'altro e dura
quel tanto che basta. E voi continuate a sentirvi
presuntuosamente inappagati nella ricerca di un
amore affidabile e autentico, ingiustamente privati
della sensazione confortevole di una definitiva
accoglienza, incapsulati nel vostro terrore di rimanere
soli. Soli per sempre.
Ma di quale materia sono fatti tutti i vostri canestri
se non dell'intreccio ininterrotto di ritrovamento
e perdita? Un giorno foste gettati nel mondo e violati,
restando presi nella morsa traente di una forza
di gravità potente quanto l'energica spinta ascensionale
di cui, pure, siete dotati. Un giorno sarete strappati
dal mondo e ugualmente violati. E allora, prima
di quell'ultimo giorno" continuò la luna rivolgendo
il suo sguardo alla donna invisibile, "tu riprenditela
quella spinta e vivi la tua follia, spenditi nell'amore,
senza chiederti niente, senza chiedere niente.
Però datti il tuo nome, e che sia udibile. Non permettere
che altri ti nominino prima che tu stessa ti sia
chiamata! Né deve bastarti che altri ti vedano per
essere te, perché l'amore è deriva e ti sperde lontano
da te, lontano dal mondo e poi ti tocca chiamarti
e cercarti da sola. Quanta storia ci vuole ancora,
prima che sia tu a dire il tuo nome e che tu non
abbia bisogno di specchi per essere te? Invisibile,
certo!, anche a te stessa e per questo ancora e
sempre da svelare." Così quella notte, sull'orlo
dei sogni, Janua invoca se stessa e poi si dirige
verso l'attracco dei suoi desideri.
Un raggio perlaceo di luna la guida alla vera realtà,
che è l'esatto contrario dell'affanno del giorno.
In questo cammino segreto lei sa che da nulla fuggiva
rifugiandosi negli abbracci di Orio. Né l'amore
è cosa che si possa rubare, dunque che senso aveva
lasciarlo? E il vigore di ogni loro incontro non
era né fuga né resa, ma ascesa. E anche discesa
nel sotterraneo abitare delle loro profonde radici,
nutrite dalla prodiga ombra di un'intimità clandestina,
che proteggeva lo stupore degli inizi. Janua ha
ora un segreto che è magico filo, connessione essenziale
per raggiungere quel punto fermo all'interno di
sé che può sopravvivere saldo a ogni confisca, a
ogni abbandono. L'amore è chiamata, non possesso;
esordio, non approdo; ed è comunque clandestino
e isola gli amanti dal mondo. Lei in sogno disbosca
una foresta di lilium. Non cerca garanzie: sa di
non poterne dare lei stessa, consapevole della morte
e di potere non esserci più.
Disbosca una foresta di lilium mentre una pioggia
battente sembra volere affettare il fogliame. I
lampi illividiscono la notte esposta e le svelano
che vita e morte sono implicate l'una nel ritmo
dell'altra come l'incontro e l'abbandono, la notte
con il giorno, il sonno con la veglia, una porta
aperta e una chiusa e l'uomo con la donna, il tradimento
con la fiducia e l'essere con il nulla. E l'angelo
della notte custodisce con un sorriso sagace questo
segreto, lasciando la porta aperta al tempestoso
scompiglio degli dei. Poi il giorno frantuma la
notte e apre altre opere. Piedi verdi danzanti sull'erba
trascinano trepide note, che spruzzano di melodie
il cielo. La nostalgia capovolge il suo cuore e
la sbalza - ah! delinquente sensualità - nel desiderio
di Orio, della sua materia maschile, nell'urgenza
delle sue mani assetate, di sguardi impudichi e
felici, di umori donati e anche carpiti nell'ubriachezza
reciproca.
Ebbene sì, era un tempo crudele ma munifico, quel
tempo in cui Janua - disossata dal languore delle
carezze di Orio e poi dalla sua lontananza - sfogliava
la calma pomeridiana. Il cuore ora, al ricordo di
lui, le correva protervo nel petto, come una strada
che in discesa ripida si lanci prepotente e assoluta
verso il mare. Così mentre i raggi del primo sole
filtrano dalle persiane chiuse e arano il silenzio,
lei vede la loro storia come un arcano crogiolo
dove insieme si mischiavano e si separavano - in
rapida distruzione e rinnovata riparazione, come
il buio e la luce - il potere e l'amore, il prendere
e il dare.
O come ineffabile alchimia di rigenerazione, iniziazione,
compromissione. Per riprendere la crescita, e accompagnarla
per mano, di quanto in loro è rimasto bambino (cioè
non umiliato abbastanza, per crescere?). Per affacciarsi
sull'orlo del mondo, pur sapendolo precario e sovranamente
inaffidabile. Per accettare e assaporare l'arcano
mistero dell'altro e la sua inafferrabile diversità.
Con decisa presenza, ma senza violenza. Esposti,
piuttosto, e tentati dal desiderio selvaggio di
far conoscere all'altro il proprio tumulto: svelarglielo
al punto da esserne assolti e sbalzati, con quella
forza, nel mondo. Janua vuole che il suo amore ritorni
e sprigioni pure i fantasmi più angusti, che prendano
corpo se occorre, ma anche luce e calore e lussureggiante
spessore.
Come scintilla che, al contatto con l'aria, infuoca
una fiamma danzante. Poi la fiducia è una vanga
che rivolta le zolle, così che dalle radici di un
illuso rancore germogli il rigoglio infinito di
una vita ancora inesausta di esporsi alla sfida
di ogni nuova condanna, di ogni sofferto splendore.
Ancora lui le domanda qualcosa, con voce sommessa
e calma, poi qualcos'altro e qualcos'altro ancora.
Sfoglia a uno a uno gli strati della sua anima.
Lei gli risponde e poi risponde ancora. Scarta ogni
strato che la separa da se stessa. Lui le affida
le sue domande, lei gli affida le sue risposte.
Janua è un'onda che si frange lentamente, Orio l'altra,
andandosi incontro a ogni nuovo momento e separandosi
ancora.
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