"Sete buia " Caterina Falconi, Edizioni Clandestine 2002

 

È fresca l'aria di questa strana e suggestiva notte. Talmente carica di umidità da farmi sognare di essere in una città sommersa. Sono alla finestra di un hotel, affacciata a questa grande finestra spalancata sulla città punteggiata di luci sfocate. Il cielo è di un grigio irreale, è profondo, contaminato da vapori fosforescenti che accendono i granelli di sabbia sospesi nell'aria. Grappoli di nuvole livide volano basso, hanno un aspetto vischioso e denso che mette paura. Dietro di me, sull'assurdo antiquato materasso ad acqua, Ivano dorme un po' sgangherato.
A un tratto la sua ricchezza e la sua affettazione non mi interessano più. I bei vestiti disseminati sul pavimento lucido, il nero e l'acciaio dei mobili, le brutte stampe alle pareti, mi sembrano gli elementi di una scenografia raffazzonata. Ivano è una floscia bambola nella sua confezione regalo. L'ho manipolato e abbandonato dopo aver scartato il pacchetto. Qualcosa, forse un briciolo di umanità residua, m'ha trattenuto dal romperlo. E adesso sono alla finestra, disturbata dai flash dell'amplesso da poco consumato, umiliante, per la sua prevedibilità, per la crepitante sensazione di asciutto che m'ha ficcato dentro. Per la sete che mi ha messa. Ivano che si dibatte infantilmente sotto di me. La sua faccia lucida lucida tra le mie mani. Le sue pusillanimi pretese. Gli ho preso il seme e l'ho lasciato freddo e vuoto a riposare. Sono andata alla finestra e l'ho spalancata. L'aria salmastra ha lavato via dalle mie orecchie le parole, i pigolii di poco fa. "Ma chi sei? Oddio oddio. Ancora amore." Parole e ansiti.
Questo insulso farfugliare che gli uomini devono sempre emettere assieme allo sperma. Se se ne potesse fare a meno… Solo ieri passeggiavo per Agadez, nel batuffolo di calore irradiato dalla terra rossa dei vicoli, dai muri di cinta e dalle abitazioni di sabbia. Marc camminava accanto a me, disinvolto nell'ampia tunica di cotone azzurrino, silenzioso, leggero, assorto. Sapevo che condivideva il mio entusiasmo, e forse aveva come me la sensazione di muoversi in un paese permeato, scaldato dalla vita. Tutto quel calore, emanato dalle pietre e dai fusti delle palme e persino dai cancelli, più forte del tepore della notte, stordiva, eccitava. Era il calore di creature vive raggomitolate nei bozzoli duri della calce e della malta delle case, negli involucri dei sassolini, nelle lingue elastiche e asciutte dei fili d'erba, nelle cortecce porose delle palme.
Persino l'aria era un po' greve e fastidiosa, acre, come il fiato di un grosso animale. Ma era il fiato della città, di Agadez, con le sue guglie e l'incantevole minareto, il mercato dei cammelli e le pelli messe ad asciugare nei cortili, gli odori pungenti e i versi degli uccelli tropicali che ogni tanto trafiggevano la notte. Marc sa quanto amo il Niger, Agadez con le sue rose di vetro e le sue case di sabbia, e ha voluto portarmici, forse per aiutarmi a superare l'ennesima impasse, l'ennesima melmosa crisi di perplessità.
Questo è il suo modo di fare con me, da sempre, di piombarmi addosso e portarmi lontano in ogni senso, di indurmi a forzate irreversibili metamorfosi, a provare emozioni che mi disorientano. Per continuare ad avermi in suo possesso, suppongo, per quella sua specie di amore da pigmalione dell'orrore. Ecco. È arrivato il momento della notte che l'alba si insinua nelle tenebre come un grande soffio. Mutano i rumori, che diventano limpidi, ne arrivano di assurdi, come il canto degli uccelli, lo scroscio esagerato dei treni. L'aria si fa leggera, le stelle hanno una lucentezza tremula, sembrano lacrime, puntini di latte. I gatti si aggirano tra i cassonetti. Solo ieri, a quest'ora, riposavo accanto a un Marc di pietra, e il caldo mi entrava nel naso e nella gola come uno sciroppo. Ero gonfia e sazia. Che grande fortuna è poter dimagrire nel giro di poche ore, oggi sono di nuovo asciutta e sinuosa.
Una volta l'aumento e la perdita di peso erano una componente ingombrante delle mie nevrosi ossessive. Il pomeriggio che Marc planò nella mia vita consideravo con insistenza, quasi dolorosamente, quanto si fosse dilatato il mio giro vita. Che le mie braccia erano irrimediabilmente cicciottelle. In realtà ero di due chili in sovrappeso, una bella castana signora in jeans blu, maglietta di un azzurro polveroso e giacca di velluto dai bottoni gialli e tondi come piccoli soli. Ero in un supermarket ed era novembre, le vetrate opache resistevano all'assalto del buio. Dentro la luce fastidiosa dei neon inondava la merce e gli acquirenti frastornati. Stavo davanti allo scaffale dei libri, con la testa china, e mi lasciavo dolcemente distrarre, a intermittenza, dalla vista di una bella bambina che accosciata, trasognata, frugava tra i cartonati della Walt Disney. E a un tratto ho percepito qualcosa, forse a livello dei sensi, forse in un modo più sottile, mi sono voltata e sono scivolata sulla scia di un desiderio denso, puntato su di me. C'era un uomo che passava e mi guardava. Un uomo di mezza età, probabilmente straniero, in giubbotto di marinaio e non so cos'altro. La sua pelle era ispessita dagli anni, i capelli biondi e grigi gli facevano d'oro la bella faccia olivastra, e gli occhi, azzurrissimi, erano talmente intensi e brillanti... Abbassai i miei addolorata dalla convinzione che non li avrei più rivisti. Non potevo immaginare che mi avrebbe seguita. Che quella stessa notte mi avrebbe assalita, strappata da tutto, portata con sé.
Che sarei diventata sua. Rivangare mi addolora sempre un po'. Mi irrita e mi annoia. Mi stacco dal davanzale e vado verso il letto. Siedo accanto a Ivano. Il mio peso scava un piccolo fosso nel materasso. Ivano si muove e spalanca gli occhi verdi. Ma il suo sguardo è appannato e con un fremito leggero le palpebre tornano a coprirlo. Il tepore sale dal suo corpo di giovane uomo, dalle lenzuola, dall'acqua del materasso frusciante e assurdo, invade la mia persona, mi riempie di desiderio. Per resistergli osservo Ivano, i suoi capelli biondi scolpiti a piccole ciocche, la fronte stretta e lucida come la pancia di un pesciolino, le fessure oblique degli occhi chiusi. Le piccole croste dei taglietti che si è fatto radendosi. Piano piano allungo la mano e con un'unghia ne faccio saltare una. Immediatamente un piccolo fiore di sangue gli si allarga sul collo, lui geme e si muove. Ma prima che riesca ad aprire gli occhi, che sgusci fuori dal sonno, mi sollevo tutta su un pugno, come un'acrobata leggerissima, e mi tendo nella luce livida della luna. I miei capelli lucidi compatti spiovono sul materasso che asseconda i miei movimenti sciaguattando sommessamente.
Le mie gambe sono nastri, e veloci e precise piroettano, si allargano e piombano sul petto di Ivano, lo stringono, lo opprimono. Divento pesante, sempre di più. Ivano apre gli occhi e respira a fatica, mi guarda attraverso un velo di incredulità, è in apnea. Gli sorrido. Conosco la sensazione che adesso lo schiaccia, Marc me la inflisse anni fa, quando atterrò nudo su di me. E so quanto sia semplice, piacevole, arrendersi alla stretta di due cosce di marmo, allo strofinio di un sesso avido che scotta e intorpidisce come ghiaccio sulla pelle... credendo di sognare. Scivolo sul bacino di Ivano, che imbambolato mi asseconda e si incastra in me. Una densa lacrima bruna dalla ferita gli è scivolata lungo il collo, e adesso si rapprende, golosa, invitante, tra le pieghe della pelle. Vinta, scendo a lambirla. La notte palpita accorata, avvolge Ivano, cercando di trattenere il calore che a ogni sorso fugge via dalla sua pelle. Mi rigetta, si allontana da me, anche se riesco a discernere il brulichio delle vite e dei fiati e dei corpuscoli e dei profumi e dei piccoli rumori che la riempiono. Fredde lacrime di disgusto e rimorso rotolano dai miei occhi sulla carcassa vizza che sto succhiando.
Mi stacco e torno alla finestra. Appesantita, gonfia, balzo sul davanzale un po' goffamente. So cosa vedrei se potessi guardarmi allo specchio: una lamia, una terrea vampira dilatata dal troppo sangue bevuto. Una femmina vinta, sfasciata dall'ingordigia. Tremo di rabbia. L'immortalità, e le zolle umide del cimitero, il tocco fresco della notte non mi hanno cambiata. Resto la titubante creatura che ero, ghiotta, e concentrata sull'involucro di carne che cresceva e deperiva attorno alla mia vacuità.