Quando il tempo a Milano è bello, non possiamo dare
torto a Manzoni, specialmente a primavera. Il sole
t'infilza facendoti sentire un rettile tropicale,
ma all'ombra hai più freddo di una quaglia in Patagonia.
È il periodo in cui da tutte le parti i milanesi
tirano su col naso. È un fiorire di fiori e influenze,
vecchi baüscia che sputano entità giallastre sul
ciglio dei marciapiedi, cani che fanno pipì e popò
dove sei passato e dove passerai. È allora che la
popolazione di questo racconto si sveglia. Il Nonno
stava viaggiando tranquillo sulla sua 500 sporca,
con l'autoradio spenta.
I suoi amici, pur di avere musica quando erano in
macchina con lui, ne avevano rubata una da qualche
parte, ma il Nonno la teneva spenta, perché il frastuono
della macchina impediva alle orecchie di afferrare
qualsiasi cosa chiamata musica. L'accendeva per
cortesia. La stazione Centrale ultimamente era una
specie di Esposizione Universale e il Nonno amava
girellare fra i furgoncini degli ucraini, che armeggiavano
nella loro strana lingua in mezzo a galline starnazzanti
e scatoloni; si fermava a fare due parole con i
barboni e scroccava le loro sigarette, perché erano
le migliori; passava in rassegna gli slavi disperati,
che bevevano vino acido in cartoni già dal mattino;
lanciava uno sguardo sfuggente ai vari magrebini,
pakistani, e marocchini che si salutavano con calore
e fratellanza in mezzo a tutto quello schifo; finiva
a fare due parole con Buba il nigeriano, sempre
più nero e imponente, preso dalle sue bellissime
ragazze; oppure andava dalla farmacista, che più
di tutti ne aveva viste. Betta la farmacista eritrea.
- Nonno, che fai in giro? - Aspetto. Aspetto Audrey.
- La tesi? - Io la chiamo ipotesi, per ora... -
Audrey? - Sta bene, ma l'ultima volta ci si è rotto.
- Hai bisogno di pillole? - E perché? Tanto è sterile.
- Mi dispiace. - Ma va là, è molto meglio così.
Niente marmocchi, neanche dagli altri, se ce li
ha. Audrey stazionava sulla banchina del metrò.
Aveva appuntamento col Nonno a Centrale, in farmacia
da Betta. Era vestita di pelle nera, come sempre.
Il cuoio le fasciava il culo in modo stupefacente
Lunghi capelli neri lucidi, il taglio degli occhi
un po' orientale nascosto dagli occhiali da sole.
Stivali neri. La pelle nera rifletteva la luce al
neon. Due labbra carnose come un cactus, naso dritto
e delicato.
Pelle bianco stupefacente. Audrey amava il metrò,
amava stiparsi nei vagoni carichi di gente, specialmente
quelli della linea verde, che serve l'hinterland
e puzza di vagone bestiame ancor prima di metterci
piede. Audrey stava per salire nel suo paradiso
maleodorante quando una mano la prese per un braccio
e la fece voltare: un tossico le stava puntando
una siringa ad una guancia e farfugliava qualcosa.
La popolazione metropolitana scendeva dai vagoni
e li osservava di sottecchi con timore, nessuno
chiamò un controllore. Passavano tutti a fianco.
Il tossico era un po' stupito. Sudava. Audrey restava
impassibile dietro i suoi occhiali da sole. Il tossico
sognava di costringerla ad un rapporto orale. -
Dammi i soldi o ti incido - farfugliò - Sono tossico,
sono scimmiato e sieropositivo. - Che banalità.
- Che cazzo dici brutta troia! Ti pungo troia! -
Prima hai detto che mi incidevi. In realtà vuoi
che ti spompini, ma non hai il coraggio di chiedermelo.
- Come lo sai? - Ti si vede in faccia. Sarà stata
l'emozione, l'astinenza, non si sa, ma il tossico
ci pensò un po' e di colpo avvertì tutta la stanchezza
del braccio alzato con la siringa. Tenere stretta
Audrey, che peraltro non si muoveva, diventava sempre
più difficile. Cadde a terra come una boccia. Arrivò
un altro convoglio e la gente scese sempre più numerosa.
Audrey senza dire una parola rivoltò il tossico
sulla schiena e lo riempì di calci in mezzo alla
ressa che faceva fatica a salire e scendere dai
vagoni. Alla fine salì anche lei.
Un bambino aveva assistito alla scena e ora la guardava
impietrito. - Che cazzo guardi stronzetto? La mamma
lo fece girare: - Che cazzo guardi? Lascia stare
la signorina.
Se invece state camminando nelle sporche viette di
P.ta Venezia, potreste imbattervi in altri due tizi,
che di nome fanno Gadda e Gin. Non cercateli nei
crocchi di vecchietti simil-mafiosi che contrattano
in mezzo alla strada, non sono i commessi smorti
e impauriti dei negozi, e neppure quei due edicolanti
che, a poca distanza l'uno dall'altro, posseggono
la più completa Treccani del porno a Milano. Infilatevi
in queste strade farcite di macchine e cacche di
cane, odori rivoltanti che salgono fino al tetto
dei vecchi palazzi. Da lontano udirete la stanca
frenesia di C.so Buenos Aires, in forma di vibrazioni
fastidiose. Il cielo azzurro si vede a malapena
fra i tetti di questo suk decrepito, senza canti
e senza tappeti.
C'è una perenne, vaga idea di umidità e oscurità.
Se poi mi dite che oggi passavate di lì e siete
stati travolti da due ragazzi che non badavano a
nulla di ciò che vi ho elencato, siete incappati
proprio in Gadda e Gin: scappavano abbigliati come
panzerotti appena fatti, uno grigio e uno bianco,
il cappuccio della felpa larga calato sulla testa
quasi rasata, calati pure gli occhialoni scuri con
cui spaventano tante vecchiette. Dietro a loro,
ad una discreta distanza e anch'essi alle prese
con la merda sotto le scarpe, una ventina di arabi
in caffettani sgargianti che parafrasavano a Gadda
e Gin alcune loro poesie in un italiano, dobbiamo
dirlo, ancora incerto. D'altra parte che fareste
se un bel giorno scopriste che qualcuno vi sta scrivendo
con la vernice ALLAH CULO sulla vetrina della macelleria?
Gadda e Gin scappavano a gambe levate con un sorriso
compiaciuto, ma non troppo convinti del futuro:
degli arabi alle loro spalle sentivano l'ansimare
da Marlboro fumata a metà, le scarpe scricchiolanti,
le grida, minacciose man mano che divenivano incomprensibili.
Specchietti divelti alle macchine li superavano
come stelle cadenti. - Vi incaprettiamo bastardi!
- urlavano. Gadda e Gin scoppiarono a ridere e col
grido più gioioso all'unisono cantarono: - ALLAH
CULO! - Andate a bestemmiare il vostro dio, figli
di una cammella appestata! - Compro madre vostra
per zoccolo di dromedario e fare voi tanti fratellini!
- Di qua! - urlò Gadda. - Ma quanto corrono questi
stronzi in gonnella?