"Il sottile respiro elettrico di Milano" Alessio Odini, Edizioni Clandestine 2004


Quando il tempo a Milano è bello, non possiamo dare torto a Manzoni, specialmente a primavera. Il sole t'infilza facendoti sentire un rettile tropicale, ma all'ombra hai più freddo di una quaglia in Patagonia. È il periodo in cui da tutte le parti i milanesi tirano su col naso. È un fiorire di fiori e influenze, vecchi baüscia che sputano entità giallastre sul ciglio dei marciapiedi, cani che fanno pipì e popò dove sei passato e dove passerai. È allora che la popolazione di questo racconto si sveglia. Il Nonno stava viaggiando tranquillo sulla sua 500 sporca, con l'autoradio spenta.
I suoi amici, pur di avere musica quando erano in macchina con lui, ne avevano rubata una da qualche parte, ma il Nonno la teneva spenta, perché il frastuono della macchina impediva alle orecchie di afferrare qualsiasi cosa chiamata musica. L'accendeva per cortesia. La stazione Centrale ultimamente era una specie di Esposizione Universale e il Nonno amava girellare fra i furgoncini degli ucraini, che armeggiavano nella loro strana lingua in mezzo a galline starnazzanti e scatoloni; si fermava a fare due parole con i barboni e scroccava le loro sigarette, perché erano le migliori; passava in rassegna gli slavi disperati, che bevevano vino acido in cartoni già dal mattino; lanciava uno sguardo sfuggente ai vari magrebini, pakistani, e marocchini che si salutavano con calore e fratellanza in mezzo a tutto quello schifo; finiva a fare due parole con Buba il nigeriano, sempre più nero e imponente, preso dalle sue bellissime ragazze; oppure andava dalla farmacista, che più di tutti ne aveva viste. Betta la farmacista eritrea.
- Nonno, che fai in giro? - Aspetto. Aspetto Audrey. - La tesi? - Io la chiamo ipotesi, per ora... - Audrey? - Sta bene, ma l'ultima volta ci si è rotto. - Hai bisogno di pillole? - E perché? Tanto è sterile. - Mi dispiace. - Ma va là, è molto meglio così. Niente marmocchi, neanche dagli altri, se ce li ha. Audrey stazionava sulla banchina del metrò. Aveva appuntamento col Nonno a Centrale, in farmacia da Betta. Era vestita di pelle nera, come sempre. Il cuoio le fasciava il culo in modo stupefacente Lunghi capelli neri lucidi, il taglio degli occhi un po' orientale nascosto dagli occhiali da sole. Stivali neri. La pelle nera rifletteva la luce al neon. Due labbra carnose come un cactus, naso dritto e delicato.
Pelle bianco stupefacente. Audrey amava il metrò, amava stiparsi nei vagoni carichi di gente, specialmente quelli della linea verde, che serve l'hinterland e puzza di vagone bestiame ancor prima di metterci piede. Audrey stava per salire nel suo paradiso maleodorante quando una mano la prese per un braccio e la fece voltare: un tossico le stava puntando una siringa ad una guancia e farfugliava qualcosa. La popolazione metropolitana scendeva dai vagoni e li osservava di sottecchi con timore, nessuno chiamò un controllore. Passavano tutti a fianco. Il tossico era un po' stupito. Sudava. Audrey restava impassibile dietro i suoi occhiali da sole. Il tossico sognava di costringerla ad un rapporto orale. - Dammi i soldi o ti incido - farfugliò - Sono tossico, sono scimmiato e sieropositivo. - Che banalità.
- Che cazzo dici brutta troia! Ti pungo troia! - Prima hai detto che mi incidevi. In realtà vuoi che ti spompini, ma non hai il coraggio di chiedermelo. - Come lo sai? - Ti si vede in faccia. Sarà stata l'emozione, l'astinenza, non si sa, ma il tossico ci pensò un po' e di colpo avvertì tutta la stanchezza del braccio alzato con la siringa. Tenere stretta Audrey, che peraltro non si muoveva, diventava sempre più difficile. Cadde a terra come una boccia. Arrivò un altro convoglio e la gente scese sempre più numerosa. Audrey senza dire una parola rivoltò il tossico sulla schiena e lo riempì di calci in mezzo alla ressa che faceva fatica a salire e scendere dai vagoni. Alla fine salì anche lei.
Un bambino aveva assistito alla scena e ora la guardava impietrito. - Che cazzo guardi stronzetto? La mamma lo fece girare: - Che cazzo guardi? Lascia stare la signorina.

Se invece state camminando nelle sporche viette di P.ta Venezia, potreste imbattervi in altri due tizi, che di nome fanno Gadda e Gin. Non cercateli nei crocchi di vecchietti simil-mafiosi che contrattano in mezzo alla strada, non sono i commessi smorti e impauriti dei negozi, e neppure quei due edicolanti che, a poca distanza l'uno dall'altro, posseggono la più completa Treccani del porno a Milano. Infilatevi in queste strade farcite di macchine e cacche di cane, odori rivoltanti che salgono fino al tetto dei vecchi palazzi. Da lontano udirete la stanca frenesia di C.so Buenos Aires, in forma di vibrazioni fastidiose. Il cielo azzurro si vede a malapena fra i tetti di questo suk decrepito, senza canti e senza tappeti.
C'è una perenne, vaga idea di umidità e oscurità. Se poi mi dite che oggi passavate di lì e siete stati travolti da due ragazzi che non badavano a nulla di ciò che vi ho elencato, siete incappati proprio in Gadda e Gin: scappavano abbigliati come panzerotti appena fatti, uno grigio e uno bianco, il cappuccio della felpa larga calato sulla testa quasi rasata, calati pure gli occhialoni scuri con cui spaventano tante vecchiette. Dietro a loro, ad una discreta distanza e anch'essi alle prese con la merda sotto le scarpe, una ventina di arabi in caffettani sgargianti che parafrasavano a Gadda e Gin alcune loro poesie in un italiano, dobbiamo dirlo, ancora incerto. D'altra parte che fareste se un bel giorno scopriste che qualcuno vi sta scrivendo con la vernice ALLAH CULO sulla vetrina della macelleria? Gadda e Gin scappavano a gambe levate con un sorriso compiaciuto, ma non troppo convinti del futuro: degli arabi alle loro spalle sentivano l'ansimare da Marlboro fumata a metà, le scarpe scricchiolanti, le grida, minacciose man mano che divenivano incomprensibili.
Specchietti divelti alle macchine li superavano come stelle cadenti. - Vi incaprettiamo bastardi! - urlavano. Gadda e Gin scoppiarono a ridere e col grido più gioioso all'unisono cantarono: - ALLAH CULO! - Andate a bestemmiare il vostro dio, figli di una cammella appestata! - Compro madre vostra per zoccolo di dromedario e fare voi tanti fratellini! - Di qua! - urlò Gadda. - Ma quanto corrono questi stronzi in gonnella?