Salita, discesa
Un corridoio verso la liguria
confine di mandorli
e capre in libertà.
Forse lampiridi, non sanno il meriggio
ma volano nelle gerse dei prati.
Colline amene, friabili
paesello quasi perduto (lassù, tra le nuvole)
un tempo eri la festa.
Riconosco l’antico maestro:
sciaborda nelle aule dell’incenso.
Formicolano i bevitori nel desco
alcuni escono, le reti cerulee si smagliano.
Odore forte di fogne
il geometra tende le trappole sull’asfalto.
Lorenzo, con pargoli, torna bambino
ma smarrisce il pregiato aquilone
e non evita il peggio.
Squilli di banda: il partito
chiama gli illusi, comanda il disprezzo.
(L’embrione canoro inquina gli spazi dell’idolo.
Nel labere di un cerchio sorrade
l’orchidea benevoli tenzoni).
Siepi, alberi tesi
l’antico edificio riflette l’occaso
ed io qui non per il caso…
Salita, discesa
prima del lungo viale, poi Lavenza serena.
Sagra
L’insubre cantante agguanta
il microfono,
canta motivetti ciarlieri
variazione di tessuto nei fondachi
segreti
nastri per i nuovi nati
domestiche faccende rifanno il trucco
alle dimore avite.
Padule di corpi alati;
simile a un tracuro, bambagia
semina sgomento tra i pigri commensali.
Marmifera
Gli occhi sbarrati, ma d’un battito lieve,
eguale.
Cammino nel colore d’un poco di legname
lungo la dismessa ferrovia: scorgo la luce
di un ramarrro che si districa nella schiuma
dell’erba.
Crollano le nubi sopra i marmi perenni.
Un profilo di natura si scompiglia
nell’azzardo di un aliante
un profilo affascina le api che non sanno
amare.