| "Tifosi
& ribelli" Stefano Faccendini, Edizioni Clandestine
2005 |
non è che mi piace il calcio. io lo amo. ne ho bisogno. no,
non appartengo a gruppi ultras. non sono nemmeno un teppista. però
non sono neanche un coglione vittima dei media. non guardo processi,
non guardo trasmissioni con stronzi e mignotte dell’ultima ora
rendere banale e scontato lo sport più bello del mondo, la
passione della mia vita.
non è un gioco, nessuna cosa che condiziona, più o meno
intensamente, la vita di miliardi di persone può essere catalogata
come un gioco. perché tutti ne parlano? perché tutti
vogliono fare parte di questo mondo, mangiare in questo piatto? ha
fatto sempre gola ai politici e ai potenti e non solo nelle dittature
dell’est, del sudamerica o dell’africa centrale. no, anche
nella civilissima europa viene usato come strumento di controllo delle
masse. come tutte le passioni è vissuto intensamente, come
tutte le religioni viene praticato regolarmente, come tutti i fenomeni
sociali viene studiato e manipolato più o meno segretamente.
federcalcio, uefa, fifa. ogni stronzo in cerca di gloria viene fuori
con una nuova proposta. ognuno di questi cravattoni, che magari non
è mai stato in una curva a vedere una partita nel corso della
propria vita, spera di inventarsi qualcosa che magari gli valga la
possibilità di imitare Jacques Rimet, con il proprio nome ad
identificare un trofeo.
porte più larghe, moviola a bordo campo, tre arbitri sul terreno
di gioco, niente fuorigioco, tutte idiozie, tutti tentativi di far
passare le proprie manie di protagonismo per innovazioni volte a rendere
più spettacolare il calcio. puttanate. già lo hanno
ferito gravemente ma non si fermeranno finché non lo avranno
ammazzato, finito del tutto.
sponsor, diritti televisivi, premi, corruzione, accordi, bustarelle,
scommesse, borsa, azioni, plusvalenze, fidejussioni, ammorta menti.
il dio denaro ha deciso di entrare in maniera prepotente nel mio mondo,
nel mondo di centinaia di milioni di persone. e ha deciso anche di
volerlo cambiare. in peggio. esiste però anche un altro universo,
che appartiene ad una galassia parallela, ad anni luce di distanza,
quello in cui vivo io, quello in cui gioco io, con gli amici e con
la squadra del mio quartiere. non ci guadagno niente, anzi ci rimetto.
i soldi per l’affitto del campo d’allenamento e quelli
della benzina quando il sabato pomeriggio devo andare dall’altra
parte della città a mangiare pozzolana per un’ora e mezza.
a fine stagione il presidente, proprietario di un negozio di mobili,
più innamorato di tutti noi di questa puttana che è
il calcio, ci paga una pizza. sono sempre grandi serate. ho trentatre
anni e ancora lo faccio, dopo più di venti, perché mi
piace. mi piace fare parte di una squadra, avere i miei compagni,
cazzeggiare negli spogliatoi, entrare in scivolata sull’avversario
e sgrugnarmi una coscia, giocare sotto l’acqua e in mezzo al
fango, il tè e la zolletta di zucchero durante l’intervallo,
litigare sapendo che in quei novanta minuti anche persone che poi
vedrai solo per gli allenamenti durante il resto della settimana,
sono pronte a difenderti e a farsi spaccare la testa per te. amicizia
e lealtà, ideali che ora la maggior parte delle scuole calcio
si è stancata di insegnare perché non portano lontano.
nel calcio come nella vita. meglio svelare i trucchi del mestiere,
come tuffarsi, come colpire un avversario quando l’arbitro non
guarda, come fare scena, come essere i primi attori davanti ad una
platea di genitori lobotomizzati.
non solo lo gioco ma lo vado a vedere. tutte le domeniche, in casa
e, quando soldi e famiglia lo permettono, anche in trasferta. se vado
allo stadio mi basta quello. non ho bisogno di rivedere niente alla
televisione. non ho bisogno di commenti di panzoni e pinguini, non
ho neanche bisogno di sentire cosa dice il capitano o l’allenatore
della mia squadra. la partita è finita, aspettiamo la prossima.
fanculo il resto. il calcio parlato, le polemiche, le illazioni, gli
urli, le accuse e le moviole. soprattutto le moviole. fanno avvelenare
il sangue agli stronzi.
mi piace andare allo stadio con gli amici, mi piace la birra prima,
l’odore dei fumogeni dentro, il freddo e il vento durante l’inverno.
mi piace il verde del campo che splende sotto il sole, mi piace rimanere
a sedere negli stadi quando intorno non c’è più
nessuno.
il calcio. chi lo segue veramente, chi lo ama, è quasi visto
con sospetto, di sicuro dall’alto in basso. uno può essere
amante di tutto: pittura, scultura, cinema, teatro, internet, perfino
macchine e moto e tutto questo fa cultura, suscita interesse, ti pone
al centro dell’attenzione, come qualcuno da seguire o da imitare.
incontrare migliaia di persone provenienti da città, regioni,
nazioni diverse dalla tua, tutti accomunati dalla stessa passione,
pronti a conoscersi, a fare amicizia, a scambiarsi esperienze e racconti,
no, tutto questo non conta. siamo solo teppisti già esplosi
o pronti ad esplodere. chiudersi tra quattro mura più volte
a settimana illudendosi che quello che guardiamo su uno schermo, grande
o piccolo che sia, possa essere la realtà, questo invece è
molto meglio.
sicuramente è più comodo per chi ci deve controllare.
per lo stesso motivo il calcio di oggi lo vogliono giocato sul divano
di casa, tra le stesse quattro mura. non si vogliono i tifosi in trasferta.
non si vogliono tifosi violenti, a volte ma non sempre, e soprattutto
non si vogliono tifosi poveri e curiosi che si chiedono troppi perché.
invece io ho cominciato a domandarmi tante cose. nessuna risposta.
ho cominciato a domandarmi con che diritto persone che in teoria dovrebbero
avere a cuore il mio mondo hanno ora deciso di distruggerlo, di sacrificarlo
completamente al dio denaro. non faccio distinzione di squadra, fede
o colore. parlo per tutti, qualsiasi serie, a, b, c1, c2 o dilettanti.
io amo il calcio, quello vissuto dai tifosi veri, con o senza eccessi.
io voglio difenderlo. io mi sono incazzato e un giorno ho deciso che
ne avevo abbastanza. hanno deciso di svenderlo al miglior offerente,
hanno deciso di non rispettare chi ci mette veramente il sudore e
il sangue per seguirlo, hanno deciso di rubarselo. beh, che siano
pronti a lottare. questo è quello che ho pensato e le prossime
pagine raccontano quello che ho fatto. le sto scrivendo mentre sto
ancora pagando.
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