| "Trasparente"
AA.VV., Edizioni Clandestine 2002
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La camera ventiquattro
La ragazza camminava
avanti e indietro, nervosamente; indossava una gonna
troppo corta per quella serata di dicembre e tremava
di freddo. Maledetto mestiere, pensò. Il rumore
dell'auto che rallentava la fece voltare di scatto.
"Quanto, per l'intera notte?" le domandò l'uomo,
sporgendo la testa fuori del finestrino.
Un vecchio, sospirò la ragazza: un vecchio bavoso
che ha in mente chissà: quali porcherie. Per te
tariffa doppia, bello mio, respirò a fondo e buttò
là una cifra.
"Va bene. Sali." annuì l'uomo, però senza sorridere.
Lei prese posto al suo fianco, poi sbatté la portiera
con una risatina. di dispetto. Potrò divertirmi
anch'io, o no?, le venne voglia di dire, ma si fermò
in tempo: certi vecchi sono così suscettibili...
e poi, orcodiavolo!, aveva mangiato troppo freddo,
quella sera, un cliente del genere era meglio non
lasciarselo sfuggire. Nell'abitacolo c'era odore
di caramelle alla menta e un cuscino di lana dai
colori sbiaditi, lavorato all'uncinetto: cose semplici,
rassicuranti. No, non c'era nulla da temere.
"Si va a casa tua?" domandò la ragazza, valutando
il cappotto che l'uomo teneva slacciato, la cravatta
scura, le mani ombreggiate di peluria bianca strette
sul volante; all'anulare brillava una fede nuziale
massiccia, di oro rosato, acquistata almeno quarant'anni
prima. Vedovo, scommise la ragazza.
"No. In albergo, se non ti dispiace." rispose l'uomo
e imboccò il corso. Vetrine illuminate, grandi portoni
dall'aspetto austero, lampioni dritti come tante
sentinelle; allora si va in centro, vecchio, tu
e la tua voglia di carni fresche, per me va bene
così, pensò la ragazza, in fin dei conti a me basta
che ti spicci e mi paghi sino all'ultima lira, questi
sono i patti: la vita non dà mai niente gratis,
meno che mai le donne.
La macchina si arrestò davanti all'Hotel Concorde.
Si tratta bene il vedovello, disse fra sé la ragazza,
questo capriccetto gli costerà una bella fetta della
sua pensione, ma chissenefrega.
"Come ti chiami?" le domandò l'uomo.
"Stefania." sputò il chewing-gum per terra, "Ma
tu puoi chiamarmi anche col primo nome che ti viene
in mente. Che ne so: Samantha? Oppure Jessica?"
rise, "O magari Maria Maddalena?" rise ancora, buttando
la testa all'indietro.
L'uomo teneva lo sguardo abbassato. "Mi va bene
Stefania." mormorò incamminandosi verso la hall,
la testa curiosamente piccina tra le spalle un po'
cascanti, come se quel cappotto si fosse fatto improvvisamente
troppo grande per lui.
Lei ebbe un attimo di esitazione. "Ehi, amico, non
sarai per caso ammalato?"
Lui non si prese la briga di rispondere, non si
voltò nemmeno. Stefania si passò le mani fra i capelli,
sbuffò, quindi fece spallucce e s'incamminò dietro
a lui.
Quattro scalini coperti da una stuoia rossa. Porta
a vetri girevole. Pavimento di marmo, piante dalle
foglie così lucide da sembrare finte, quadri dalle
aristocratiche cornici dorate; aleggiava, nitido
e arrogante, l'odore del lusso. Del piacere pagato
fino all'ultima fottuta banconota.
L'uomo in piedi dietro il bancone li squadrò con
un'occhiata gelidamente professionale. "Buona sera.
Desiderate?"
"Ah, è lei, Marzorati." disse il vecchio, ma senza
manifestare gioia né sorpresa. Una constatazione
pura e semplice.
Il portiere aggrottò la fronte, strizzò gli occhi
dietro le lenti da miope e si masticò il labbro
senza proferir parola, come se si fosse messo a
scavare nella miniera di facce nomi ricordi passati
davanti ai suoi occhiali.
"Vedo che ha fatto carriera." aggiunse malinconicamente
il vecchio, e la ragazza affondò le mani nelle tasche,
sbuffando di nuovo. Quando sarebbero finiti, quei
maledetti convenevoli?
La faccia del portiere si fece di colpo terrea.
Una parola gli rotolò faticosamente fuori dalle
labbra: "Commissario!" e scosse più volte il capo,
quasi volesse mettere meglio a fuoco quel viso,
e a quel viso attribuire anche un nome e un cognome.
Il vecchio fece un rapido gesto di diniego con la
mano. "Ex. Ex-commissario: sono in pensione, adesso."
e appoggiò sul piano di marmo la carta d'identità.
Il portiere la guardò senza osare toccarla.
"Sono passati così tanti anni..." balbettò infine,
una mano a raddrizzarsi gli occhiali, l'altra a
frugare nel pacchetto di sigarette: era vuoto, maledizione
era vuoto.
Uno schifoso sbirro in pensione, pensò invece Stefania,
me lo sentivo io che sarebbe stata una serata da
vomitarci sopra.
"Vorrei una camera per questa notte sol tanto, Marzorati."
disse il vecchio, "La numero ventiquattro ."
Il pomo d'adamo di Marzorati andò su e giù parecchie
volte, prima che trovasse il fiato per rispondere:
"E' libera, signor commissario. Cerco di non darla
mai a nessuno, quella camera, glielo giuro signor
commissario, non dopo quello che è successo, non
dopo quello che..." e il resto gli morì in gola,
strinse forte gli occhi e afferrò il registro, patetica
marionetta aggrappata a un registro brandito come
uno scudo.
"La capisco, Marzorati. Stia certo che nessuno può
capirla meglio di me." mormorò il vecchio mentre
protendeva la mano verso di lui, con il palmo all'insù.
Il portiere si girò di scatto verso il pannello
delle chiavi, pasticciò, ne scelse una, fece per
porgergliela ma si bloccò a metà del gesto.
"lo non volevo, signor commissario, lei lo sa che
non fu colpa mia..." piagnucolava come un bambino,
"glielo giuro: non fu colpa mia..."
"Sì, Marzorati. Mi dia la chiave, adesso."
E dagli quella porca chiave, che aspetti?, imprecò
fra sé la ragazza, non l'hai capito che siamo tutti
e tre nient'altro che dei poveri disgraziati, possibile
che tu non voglia capirlo, 'occhialetti'?
La chiave luccicò tra le dita del commissario, prima
di finire inghiottita dalla tasca del cappotto.
"La saluto, Marzorati." disse, e pareva ancora più
vecchio, "E non si dia pena di indicarmi ,la strada:
me la ricordo." Gli rivolse un'occhiata dura, tagliente,
poi gli girò le spalle e s'incamminò verso la scala.
"C'è l'ascensore." balbettò Marzorati, il braccio
proteso ad indicarglielo; ma subito si morse le
labbra e il polso gli ciondolò nell'aria come un
impiccato.
"Crede che non lo sappia? Ma la scala è meglio."
gli gridò di rimando il commissario. Purché non
ci siano troppi gradini da salire, ho i tacchi alti,
io, pensò Stefania, accidenti a me e alle fisime
degli sbirri in pensione.
"Sono stati fatti dei lavori: niente di speciale,
piccoli ammodernamenti..." era di nuovo la voce
di Marzorati, "anche la tappezzeria non è più la
stessa... Davvero non vuole un'altra stanza, signor
commissario? L'albergo è quasi vuoto, avrei camere
libere a decine... mi sta ascoltando, signor commissario?
Come devo dirglielo che io Nina l'ho amata, glielo
giuro, l'ho amata per davvero... si fermi, torni
indietro, come devo ripeterglielo che non fu colpa
mia, lei lo sa vero che io non mi sono più voluto
sposare perché non sono più riuscito a 1evarmi Nina
dalla testa... l'amavo, sì, l'amavo..." e quell'ultima
parola si confuse in un singhiozzo che attraversò
la hall e svaporò su per le scale, scavalcando i
passi pesanti del vecchio e il ticchettio impaziente
di Stefania, e fece sembrare ancora più velenoso
il silenzio che seguì.
Secondo piano. Quarta porta a destra. Luce schermata
da appliques pretenziose. Legno di quercia e due
cifre d'ottone: un due e un quattro. Il commissario
aveva il respiro affannato. Si perlustrò le tasche
in cerca della chiave, ma serrò gli occhi nell'attimo
in cui se la trovò fra le dita. Aveva la fronte
imperlata di sudore. Poi una mandata, un'altra,
lo scatto della serratura. La porta si spalancò
su una stanza piuttosto spaziosa, moquette blu sul
pavimento, carta da parati a disegni geometrici,
pesanti tendaggi di velluto... e poi il letto, due
comodini, l'armadio, un piccolo scrittoio, le solite
cose.
Stefania si levò il giubbotto, scacciò via finalmente
le scarpe; non vedeva l'ora di starsene un po' a
piedi nudi. Con un sospiro di soddisfazione si mise
seduta sul copriletto, le era venuta una gran voglia
di fumare; sperava solo che il vecchio non soffrisse
d'asma.
Ma lui era ancora lì, nello specchio della porta
spalancata, la mano impietrita sulla maniglia, lo
sguardo vuoto. Gli tremava un pò il labbro inferiore,
appena un incontrollato guizzare di nervi e di piccoli
muscoli. Succede così quando si sta per piangere,
pensò Stefania, ma chissenefrega, l'importante è
che si decida a sganciare la grana, il vecchio sbirro
rammollito.
Chiuse la porta, infine. Tormentò i bottoni del
cappotto e si lasciò cadere su una sedia, curvo
d'anni, rughe e dolori. La sua faccia ora assomigliava
a un teschio.
La ragazza si accese la sigaretta e cominciò a canticchiare
una canzone inglese, storpiando le parole; le piaceva
la musica; fare la cantante sarebbe stato sicuramente
meglio che fare 'la vita', pensò, ma mica sempre
si può scegliere.
Cominciò a spogliarsi: gesti svogliati, senza malizia
né volontà di sedurre.
Nel frattempo l'uomo aveva estratto il portafogli;
contò alcune banconote che allineò sullo scrittoio.
"Sono tue." mormorò stancamente; e poi, in tono
più amichevole, quasi paterno, aggiunse: "Non temere,
non ti toccherò neanche con un dito. "
Meglio così, pensò Stefania, a me i vecchi mi hanno
sempre fatto schifo, mi auguro solo che adesso non
si metta a piangere e a farmi l'elenco delle sue
disgrazie, perché riesco a sopportare le botte molto
meglio delle lagne. Spense la sigaretta e s'abbracciò
le ginocchia: c'era una piccolissima smagliatura
sulla calza sinistra, una roba da poco, ma proprio
non c'era verso di fermarla... andava su... su...
"Ti va di parlare, commissario?" domandò, lottando
contro lo sbadiglio che le cresceva in bocca; aveva
sonno, all'inferno gli sbirri in pensione e le loro
malinconie.
"Sì. Voglio raccontarti una storia." rispose l'uomo,
"Quanti anni hai, Stefania?"
"Ventisette." fu svelta a rispondere lei; ne aveva
già compiuti trenta, invece, ma non le andava di
'spifferarlo in giro.
"Ebbene, Nina ne aveva ventisei, il giorno in cui
entrò nella stanza numero ventiquattro dell'Hotel
Concorde: sì, proprio questa..." un colpo di tosse
gli spezzò la voce, e Stefania pensò che sarebbe
stato proprio il colmo se lui le fosse morto davanti
agli occhi, a rovinarle il lusso di quella camera
d'albergo.
Ma non morì. Si passò il fazzoletto sulle labbra
e riprese il filo del discorso. "Nina era una ragazza
alta, slanciata, bruna d'occhi e di capelli. Forse
t'assomigliava un poco, forse sì..."
Anche lei una puttana?, fu lì lì per chiedere Stefania,
ma si fermò in tempo. "E chi era questa Nina?" domandò
invece, resa scaltra da anni di professione, mentre
si accomodava meglio il cuscino dietro la schiena.
"Era la giovane, bellissima moglie di un gioielliere
famoso, di parecchi anni più anziano di lei. No,
non erano di questa città: abitavano a... no, non
importa dove abitavano. Vennero a Milano perché
lui doveva consegnare personalmente una costosissima
parure a una cliente molto anziana e troppo facoltosa
per non meritarsi un trattamento di riguardo. Così,
mentre il marito si recava a concludere il suo affare,
la sua signora - la Nina di cui ti dicevo - lo precedette
in questo albergo e in questa stanza. Questione
di un paio d'ore, e lui l'avrebbe raggiunta per
condurla a cena nel miglior ristorante sui Navigli..."
"Invece? "
"Invece, hai detto bene: invece..." sospirò l'uomo,
"Nina varcò la soglia di questo albergo alle quattro
del pomeriggio, forse un po' provata da un viaggio
durato alcune ore. Dimmi, Stefania: se tu fossi
stata al suo posto, che cosa avresti fatto?"
"Innanzitutto, una bella doccia."
"D'accordo. E poi?"
"Beh, avrei aperto le valigie e sistemato la roba
nell'armadio. Orcodiavolo, ma che domande fai ?"
L'uomo scuoteva il capo. "Nina aveva portato con
sé una valigia soltanto... e vuota." (Non era vero.
Quando i poliziotti l'aprirono, vi trovarono una
vecchia bambola e un vestito da sposa. Ma di questo
non gli andava di parlare, non con Stefania.)
La ragazza aggrottò la fronte, perplessa. "Ho capito
male, o hai detto che era vuota?"
"Vuota." confermò l'uomo, però senza guardarla.
Stefania cominciò a rosicchiarsi l'unghia del pollice.
"Probabilmente quella Nina aveva progettato di acquistarsi
dei vestiti alla moda: molte donne vengono apposta
qui a Milano, soprattutto quelle con la grana.
Il commissario annuì. "Hai ragione, molte donne
sì... ma non Nina. Credimi, non ne era il tipo."
(Soltanto un giocattolo dal volto di porcellana
biscuit e una nuvola di tulle bianco. Ma di questo
no, non poteva parlare.)
Gli uomini!, pensò la ragazza, credono di sapere
tutto sulle donne, poveri illusi, poveri fessi.
"Beh, e allora me lo dici che cosa fece quella tua
benedetta Nina?"
La voce dell'uomo divenne tagliente e cupa. "Aprì
la porta di questa camera, s'affacciò sul corridoio
e vide il ragazzo addetto all'ascensore. Gli sorrise
e lo invitò ad entrare... sì, lo invitò a..."
L'avevo detto io che questa Nina doveva essere una
gran .puttana, pensò Stefania e nascose con la mano
il risolino che le allargava la bocca. "E poi?"
"Lui la guardò, lei era così bella... si compresero
al volo. Stefania non farmi dire di più. Ma era
davvero bella, Nina."
E davvero puttana, concluse fra sé Stefania. "Tutto
qui?"
"No. Purtroppo non è tutto qui. Alle cinque precise
il giovanotto uscì dalla camera ventiquattro. Fu
lei, Nina, a mandarlo via."
" Per forza! " sbottò la ragazza. " Il marito poteva
arrivare da un momento all'altro e sai che scenata!
Ti saluto gallina dalle uova d'oro."
"No, Stefania, non fu così che andò. "
("Ci misi un
bel po' a rivestirmi, signor commissario. Lei era
ancora lì, nuda fra quelle lenzuola, e mi venne
da pensare a una madonna. Non c'era niente di sporco,
in lei, niente che potesse far pensare al peccato;
era dolce, indifesa come una bambina. Fu allora
che le dissi che la amavo, perché sentivo di amarla
come non avrei mai potuto amare nessun'altra donna
al mondo... non dopo essere stato con lei. Glielo
dissi, non mi stancavo di ripeterglielo... ma lei
girò il capo verso la finestra, "Vattene, vattene
via" mi supplicava... e io ero già sulla porta quando
mi voltai indietro un'ultima volta per guardarla...
e lei piangeva, sì stava piangendo e io non trovai
il coraggio di chiederle perché.")
"Nina non aveva paura del marito, te lo assicuro.
Nina non aveva paura di niente."
Stefania scoppiò a ridere. Un suono sguaiato, volgare,
che riempì tutta la stanza. Lo sguardo torvo che
le piantò addosso l'uomo glielo gelò sulle labbra.
Deglutì. "E poi?" domandò con voce stridula, incrinata
dalla paura di avere scontentato il cliente.
"Poi rimase lì, raggomitolata fra quelle lenzuola
stropicciate, ad attendere l'arrivo del marito."
concluse in fretta l'uomo.
La ragazza spalancò gli occhi. "Ma com'è possibile?
Non si preoccupò di far sostituire la biancheria...
insomma, di eliminare dalla scena - come si dice
nel gergo di voi sbirri - il corpo del reato?"
"No. Nina non fece nulla per nascondere o mascherare
quello che era accaduto. Ne avrebbe avuto tutto
il tempo. Semplicemente, non volle farlo."
Ma guarda che scema, pensò Stefania, mai vista né
conosciuta, io, una scema così.
L'uomo si raschiò la gola e continuò. "Puntualissimo,
alle sei arrivò il marito. Portava con sé la valigetta
contenente i preziosi, e per questo motivo aveva
una pistola in tasca. Stefania, c'è davvero bisogno
che ti dica altro?"
Stefania spalancò la bocca. "L'ha ammazzata! Dimmi,
l'ha ammazzata?"
("Mi chiamo
Ballestri Rosaria, signor commissario: cameriera
ai piani. Sì, udii delle voci molto alterate provenire
dalla camera ventiquattro, ma non mi fermai ad origliare,
no: tirai dritto per il corridoio e ancora oggi
mi tormenta il rimorse che se... se mi fossi fermata,
voglio dire, se avessi magari bussato alla porta,
chissà... ma io mica potevo immaginarmelo che il
marito avrebbe... avrebbe...")
"Sì. Un unico colpo:
preciso in mezzo al cuore. Aveva la mano ferma.
Si era sempre vantato di essere un bravo tiratore."
("..e poi, quando
finalmente trovai il coraggio d I infilare nella
serratura il mio passe-partout, quando il corridoio
si era riempito di gente, quando la mano del direttore
abbassò la maniglia, ci esplose nelle orecchie l'altro
sparo.")
"Quindi s'infilò
la pistola in bocca e tirò il grilletto. Se ne morì
qualche ora dopo, in ospedale." concluse il commissario
e affondò lo sguardo in un punto della moquette.
Non c'era più niente da vedere, adesso, lì dove
c'era stato tutto il sangue che può contenere la
testa di un uomo.
Stefania rabbrividì e si passò le mani sulla faccia.
"Una brutta storia.", mormorò, "Sesso, gelosia e
morte: se ne potrebbe ricavare un film."
"Forse sì." Annuì il commissario.
Teneva un diario, Nina.
(Oggi finalmente il dottor C. mi ha detto la
verità. Ancora sei mesi: soltanto sei mesi. Perciò
dovrà essere in luglio; morirò in luglio, senza
nessuna speranza di vedere un'altra volta i colori
delle foglie in autunno.
E' un bravo medico, il dottor C.; diagnosi e prognosi
lui le indovina sempre. E allora accadrà per forza
in luglio.
(…)
Per tutta la notte i dolori non mi hanno dato tregua.
Al mattino mi sono svegliata sul tappeto del salotto,
e ancora adesso mi domando come abbia potuto addormentarmi
lì, incastrata fra il divano e il tavolino, come
un cane…non lo so. E ho avuto paura, non mi vergogno
a dirlo. Ma non della morte: di QUESTA morte. Urlerò
di dolore per tutta la primavera?
(…)
Stentano a credermi, quando racconto che l'ho sposato
non per i suoi soldi, ma per amore. E ho continuato
ad amarlo anche dopo aver compreso che non c'era
rimedio possibile alla sua impotenza. "Mi farò bastare
la tua tenerezza", gli dicevo. Ci credevo, anche.
E ora eccomi qua: giovane, casta e condannata a
morte. Nessuno sa ancora niente, nessuno sospetta
del mio pallore e della mia magrezza. Commentano:
"Sei un poco sciupata" e continuano a credermi felice.
Non sanno quante volte al giorno batte. nelle orecchie
la parola luglio.
( ...)
Dicono che la morfina aiuti. Dicono. Oggi ho visto
arrivare le rondini. Loro sì, saranno vive, in autunno.
(...)
Vorrei fare l'amore una volta, prima di morire.
Un amore qualsiasi, anche un amore da poco. Una
volta sola. L'estate è già così vicina.)
"Commissario, ti
secca se spengo la luce? Vorrei dormire, adesso.
"
Era la voce di Stefania.
Lui rimase seduto, i gomiti appoggiati allo scrittoio,
senza replicare. Il suo sguardo indugiava sul cuscino,
sulle lenzuola candide, nuove, acquistate quando
ormai tutto era già accaduto; poi abbassò le palpebre,
era tardi, era davvero tempo di dormire.
"Spegnila pure. lo me ne resterò ancora un po' qui,
a pensare. "
(Inchiodarono
il coperchio sopra il suo viso intatto, sopra il
vestito da sposa tagliato sulla schiena... un colpo
di forbici e una manciata di chiodi da piantare.
Notti e notti assordate dal rumore della stoffa
lacerata e quel martello che picchiava, picchiava,
picchiava...)
La ragazza s'infilò
sotto le lenzuola: erano soffici, sapevano di buono.
Spense la luce. Ma dopo un attimo la riaccese.
"Tu eri il commissario incaricato delle indagini
?" domandò col tono della prima della classe.
Lui provò a muovere le labbra, ma non ne uscì alcun
suono.
"L'avevo capito subito." ridacchiò lei, compiaciuta.
In fin dei conti, aveva passato notti di gran lunga
peggiori. Spense la luce.
("Buon compleanno,
Nina." "Grazie. Ma per chi è questa bambola?" "Adesso
è tua. Ti piace?" "Oh, è la più bella dL.tutte !
Vedrai che la tratterò bene, te lo prometto, papà,
e sono sicura che lei non mi farà mai i dispetti."
"Ne sono sicuro anch'io, Nina." "E poi la porterò
sempre con me, anche quando sarò diventata una bambina
grande... perché anch'io diventerò grande, vero
papà?")
"Ero suo padre."
disse l'uomo, ma la ragazza non lo udì.
© Fiorella Borin - 2002
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