"Uccidi me " Doy Dog, Edizioni Clandestine 2001

Arrivò in fondo al viale, era quasi sera: il cielo era dipinto di arancione dal pittore Sole, ormai fuggito, in una monotona azione dietro le case. Davanti a sé un muro di pini senza strade, senza cartelli, senza voglia di vivere, ma costretti da questo assurdo gioco a stare lì impalati e fermi. Girò velocemente in un sentiero sterrato, sapeva benissimo dove andare; lo seguì fino ad arrivare in quella che una volta doveva essere una pista da enduro e che adesso era il loro covo. Mise la folle e a motore spento planò come un falco in cerca di cibo. Quando la vespa si bloccò la lanciò bruscamente e con un balzo cadde in piedi sopra un mucchio di sabbia. A passo lento e svogliato si diresse verso due ombre che si intravedevano dietro un albero. Man mano che si avvicinava si potevano distinguere dei brontolii riconducibili a voci, fino a quando si affacciò da dietro il pino e gridò: - Il vostro Dio sono io! ...........

La luna volle aiutarlo e si fece nuda liberandosi dell'ultimo velo fumoso, il chiarore illuminò lo scenario donandogli la conoscenza. Riconobbe Michele tra le braccia di Fusco. Il Ratto lo colpiva con atroce vigore. L'esaltato, senza tergivarsare puntò deciso al bersaglio. - Ti uccido, bastardo!! - esclamò con urlo omicida. Il Ratto si voltò, ma non del tutto: il suo viso era già dalla parte opposta indicata dal cervello, sospinta da un pugno, nemmeno intuito. Fusco spinse via Michele, risoluto puntò il God; ma la sua carne, appesantita da una massa di muscoli generati da una donna e cresciuti da una pasticca, non fu abbastanza celere e sotto il peso di una mazzata subìta all'altezza dell'addome si accartocciò. Michele si ricompose a fatica; appena in piedi scorse il Ratto a terra ancora stordito. Concentrò tutte le sue forze, il suo orgoglio, la sua rabbia, il suo sangue nella gamba e la lasciò libera incontro al bersaglio, una, due, tre volte. - Fermo, fermo! Lo ammazzi!! - urlò il God prodigandosi a trattenerlo. Il Bimbo disinnescò l'istinto, riattivò parametri cerebrali spenti ed ebbe una visione d'insieme: il God accanto a lui, Franco bocconi privo di conoscenza, Fusco dolorante nell'intento di trascinarsi in zona franca e tutt'intorno un cumulo di sangue e carne oltraggiata. Gli occhi gli si riempirono di lacrime e di tramonti, calmi come dopo un uragano, con la rassegnazione del debole per sorte, del condannato a morte.............

Un'emozione, un brivido percorse per intero l'impaurito ragazzo....forse il freddo, un gelido stupore al momento privo di parole, forse una percezione ancora senza nome... Rapito negli occhi di lei, entrambi sospesi l'uno nell'altra a contemplarsi per qualche istante, mese, anno. L'incantatrice era rivestita di un monocromatico tessuto rosso, le spalline fini lo sostenevano con estrema leggerezza; i piedi minuti, ben curati, impreziositi da sandali bianchi che mettevano in risalto la pelle olivastra. Capelli corvini, lunghi oltre ogni limite, decoravano sapientemente l'ovale del viso dove lucenti rubini incastonati e a forma di mandorla, tradivano le origini di tanta bellezza. Attraverso tali splendenti preziosi, aggraziati come una nuvola levigata dal vento, dall'attaccatura folta e precisa della capigliatura, scivolando su di un proporzionato nasino a ricciolo, giù tra le labbra umide e carnose scolpite per essere morsicate avidamente da un tenero amante, scendendo al collo liscio statuario di porcellana, l'anticamera del paradiso che indica la direzione allo sguardo malizioso verso un seno giovane e prosperoso, fino ad una sinfonia di curve in un'opera di divina bellezza decantata da ogni artista, sognata da ogni sognatore. Quell'impareggiabile concentrato di avvenenza allungò amichevolmente la mano verso di lui : - Ciao, sono Samantha! Tu sei....? - Fissava imperterrito quella bocca che sembrava baciare ogni parola da lei pronunciata, poi d'istinto riuscì ad individuare l'arto a cui connettersi; con un sorriso ebete strusciò bruscamente il palmo umido contro i jeans per asciugarlo e lo stirò in avanti. - Sono...sono?....il ragazzo....insomma!?! Sono Matteo! - .................

Matteo sembrava che di tutto quel dire non avesse capito nulla, ciò che gli importava era ben altro. - Ti devo parlare - mormorò, mostrandosi serio. - Michele lasciò scivolare la pallina in buca e come se avesse ricevuto un ordine da un superiore, si diresse verso l'uscita senza chiedere alcuna spiegazione all'amico che lo seguì da tergo e a testa bassa. Salirono sulle gradinate e si appoggiarono alla ringhiera. Matteo si strinse il naso, con le mani si sfiorò i capelli, sospirò una, due volte e con tono enfatico voltandosi verso la piazza disse: - Mi sono innamorato - ......................

Matteo, timoroso della reazione di Michele non osava neppure rigirarsi, ma questi con vigore gli strinse bonariamente la clavicola. - Cazzo, era l'ora! Ma chi è la sfigata? -
- Non la conosci, non deve essere del posto, non l'avevo mai vista prima. -
- E dove l'hai conosciuta? -
- Sai quella casa.... -
- Quella che volevi affittare? -
- Sì, proprio quella! -
- Che minkia c'entra? -
- E' sua! -
- Sua di chi? -
- Sua di lei! -
- Sua di lei chi? -
- Samantha, quella che mi garba! -
- Samantha chi? L'affittacamere è la tua ragazza?! -
- Nessuna....ma....basta, ci sclero fanculo! - Michele se la rise di brutto.
- Dai, scherzo coglione ingrifato! -
- Com'è il cesso?- proseguì ancora Michele tra il serio e faceto. Matteo cercò di rammentare ma il solo provarci inaridì i suoi polmoni; gli occhi gli si riempirono di sole e la voce divenne un filino fragile e tremante: - E' stupenda, è la donna più bella della mia insulsa esistenza e voglio che sia anche l'unica: ha capelli lunghi fino al culo, un viso leggero e dolce, un corpo appena uscito dalle mani di uno scultore ed un pugno che ti piega in due! -Va bene brodo di giuggiole, ho capito: è bella, ha un bel culo, un gran corpo, si fa scopare da uno scultore e fa benissimo le seghe! Michele, orgoglioso della sintesi operata fu assalito da una incontenibile esplosione di ilarità non recepita più di tanto dall'amico che ne rimase estraneo, poi come una vecchia amante, tiratolo a sé per la nuca gli comunicò il suo immutato affetto: - La rivedi? -
- Mi ha lasciato il numero! -
- La chiamerai? -
- Non lo so, non so che fare. -
- Chiamala, portala fuori, dagli la tua vita e fattene dare una nuova in cambio! -............

La spiaggia era deserta, il mare sbraitava furioso, il cielo lo guardava con i suoi mille diamanti, il vento ingigantiva il suo dolore. Scartò il pacchetto: un laccio, un cucchiaino, una siringa, una bustina e nei pensieri un vuoto incolmabile. Aprì la bustina. Riversò il contenuto nel cucchiaio. Usò l'accendino per scaldare la roba. Riempì la siringa e serrò il laccio. Il pugno era pietra e le vene scoppiavano; il cuore batteva, batteva la rabbia, lo schifo, l'odio e la vergogna, batteva un tempo andante ed opprimente.
Tirò su l'ago e una botta di calore lo fece stare bene. Si vide dall'alto fluttuare, spazi onirici gli rapivano ora la mente, impotente si abbandonava in visioni fantastiche. Eppure si sentiva rivoltare da dentro l'angoscia. - Non meritavo tanto, bastardo! Non potevi uccidermi, non potevi suicidarmi, non potevi tappare la topa alla puttana che mi ha creato, non potevi castrare l'animale che mi ha sputato, no!....noooo.....noooo...... Nooo! Dovevi farmi soffrire, dovevi umiliarmi, dovevi annientarmi perché!!! Maledetto! Vieni giù! Vieni giùùù.....vieni giùùùù! - Non si sa se le parole giungero all'esterno ma questo è un particolare di poco conto perché comunque soltanto lui poteva udirle. Poi come un sacco sgonfio fu spazzato da una folata, una brezza che lo fece precipitare in caduta libera incontro alla sabbia...............