| "Vizi
capitali e sommi pontefici" Giorgio Bertolizio, Edizioni
Clandestine 2004 |
L’INVIDIA DI VIGILIO
L’invidia causò il biblico primo omicidio e Vigilio,
per l’identico motivo, fu il primo papa a far assassinare un
altro papa.
Vigilio si era illuso di poter cingere la tiara dopo Bonifacio II,
pontefice dal 530 al 532, perché da costui era stato formalmente
designato a succedergli sul trono di Pietro. Sennonché, in
seguito ad un’energica reazione dei presuli e dei senatori romani1,
Bonifacio II riconobbe il proprio abuso di potere ed annullò
il decreto. Vigilio, dunque, accontentatosi di assumere la carica
di nunzio apostolico a Costantinopoli, nei successivi cinque anni
fu roso dal tarlo dell’invidia. Dovrà, infatti, attendere
la morte naturale di due pontefici (Giovanni II ed Agapito I) prima
di poter strappare la tiara a papa Silverio e spedirlo all’altro
mondo.
A Costantinopoli, presso la corte di Giustiniano I (482 - 565), imperatore
romano d’Oriente, il pontefice mancato divenne strisciante tirapiedi,
negli intrighi di palazzo, dell’imperatrice Teodora (498 - 548)
e di Antonina (485 - c.567) moglie del generale Belisario (505 - 565).
Due donne spregiudicate e scaltre, cui i mariti non sapevano negare
quasi niente.
Teodora, ex ballerina di circo, era stata avviata giovanissima alla
prostituzione dalla madre, vedova di un domatore d’orsi. Aveva
completamente soggiogato con le proprie arti erotiche Giustiniano1,
più anziano di una quindicina d’anni, anche se le sue
estrose prestazioni professionali potevano essere acquistate da chiunque.
A Giustiniano, che era stato adottato dallo zio imperatore Giustino
I il Vecchio (450 - 527), evidentemente non era parso vero poter soddisfare
le represse fantasie sessuali di contadino macedone, quale era per
nascita. Giustino I, immemore del proprio recente passato di cafone,
aveva invece osteggiato la relazione del nipote con Teodora. L’unione
matrimoniale di un nobile con donne d’umili origini, o di dubbia
moralità, e persino con attrici teatrali, in base alle leggi
allora vigenti, costituiva una vera infamia sociale. Teodora, nonostante
possedesse tali deplorevoli requisiti, nessuno escluso, tuttavia vinse
la partita. Oltre ad essere discretamente bella, aveva ereditato le
capacità del padre nell’addomesticare gli uomini meglio
degli orsi. Le disposizioni di legge furono modificate ad hoc e nel
525 divenne legittima consorte di Giustiniano. Due anni dopo, alla
morte di Giustino I, sul trono dei Cesari si assisero un bifolco ed
una sgualdrina, ai quali però non difettava il talento politico.
Giustiniano I, infatti, intuendo che l’alleanza col vescovo
di Roma era un mezzo indispensabile per l’espansione di Bisanzio
verso occidente, immediatamente si atteggiò a difensore del
cattolicesimo. Difatti, uno dei suoi primi atti di governo fu la chiusura,
nel 529 in Atene, dell’Accademia fondata da Platone (427 a.C.
- 347 a.C.), ritenuta un covo di pericolosi intellettuali, ostili
al messaggio evangelico. In realtà, si limitò a seppellire
una istituzione scolastica ormai putrefatta, che ospitava brigate
incolori di filosofi le cui armi metafisiche, al massimo, potevano
uccidere di noia. Teodora assecondò le mire imperialistiche
del marito, se non ne fu addirittura l’ispiratrice, aiutandolo
a superare le rilevanti difficoltà iniziali.
All’epoca, Costantinopoli era un’autentica babilonia di
mercanti, artigiani, giocolieri, prostitute, cantastorie, soldati
di ventura, contadini rintronati dal trambusto cittadino, monaci,
santoni e guaritori. Una marmaglia multietnica, nevrotica ed irrequieta,
di-visa in due fazioni: Verdi ed Azzurri. Fazioni che non si limitavano
a contrapporsi fisicamente nel tifo all’Ippodromo ma si accapigliavano
fanaticamente anche in dispute religiose, fomentate dal clero, delle
quali non capivano un accidente. Sarebbe come se, oggi, interisti
e milanisti fossero rispettivamente cattolici e protestanti o viceversa.
Se un imperatore avesse preteso di abolire le corse delle bighe, avrebbe
perso immediatamente il trono.
In questo clima turbolento, nel 532, maturò la cosiddetta rivolta
di Nika. Verdi ed Azzurri prima si azzuffano tra loro. Poi, gridando
la parola d’ordine ‘Vinci!’, storicamente sfortunata
come ‘Vin-cere! E vinceremo!’, fecero fronte comune contro
Giustiniano I. Costui, vista l’inefficacia dei provvedimenti
immediatamente assunti (la solita promessa di riduzione delle tasse
e la minaccia di sanzioni ai caporioni di entrambi gli schieramenti)
ed atterrito da cinque giorni d’incendi e saccheggi, progettò
di abbandonare la capitale. Fu dissuaso da Teodora che, avendo superato
la trentina, non era propensa ad alzare le natiche dal trono per ritornare
a dimenarle in un circo. Ancora capace di stroncare a letto intere
squadre d’atletici cortigiani, pur di non esibire l’incipiente
cellulite preferì correre un rischio mortale. Oggi, come molte
donne moderne, non avrebbe esitato ad affrontare i pericoli della
liposuzione. La repressione dei disordini fu pertanto affidata a Belisario
ed a Narsete (478 - 569), un piccolo e flaccido eunuco1 armeno, abile
amministratore e devotissimo della Madonna. Costui rabbonì
i capi della ribellione con l’argomento persuasivo del denaro,
lo strumento più efficace della diplomazia bizantina. Anche
il teutonico Belisario non fece economie per placare gli insorti ma
in modo meno cristiano, ossia alla nazista: 30.000 scalmanati giacquero
cadaveri in mezzo al colossale Ippodromo. Forse per festeggiare il
massacro, poco tempo dopo, Giustiniano I affidò all’architetto
Antemio di Tralle la riedificazione della semidistrutta chiesa di
Santa Sofia, per il cui abbellimento sarà perpetrato lo scempio
definitivo del santuario di Artemide in Efeso.
Antonina era molto simile per nascita, astuzia ed energia a Teodora
ma di costumi ancor meno decenti. Figlia di un carrettiere e di una
prostituta, dopo aver esercitato il mestiere della madre ed aver avuto
alcuni figli, si era unita in matrimonio con Belisario, più
giovane di una ventina d’anni. Pur rimanendo abbarbicata al
marito come una cozza allo scoglio, anche durante le sue imprese belliche,
lo cornificherà senza ritegno. Nel 536, agli inizi della guerra
gotico-bizantina (535-553), si farà raggiungere in Sicilia
da un giovane amante di turno. Belisario, scoperta la tresca, progetterà
di far uccidere il rivale, ma un suo luogotenente, Costantino, suggerirà
al furibondo generale che sarebbe stato più risolutivo sopprimere
l’adultera, sfacciatamente recidiva. Costei, appresa la notizia,
convincerà il marito minchione d’essere vittima d’infami
calunnie ed a rimetterci la pelle, qualche tempo dopo, sarà
l’incauto ufficiale.
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