IMBRIANIVittorio. – Secondo di sette figli, nacque a Napoli il 27 ott. 1840 da Paolo Emilio e da Carlotta Poerio, figlia di Giuseppe e sorella di Alessandro e Carlo. Il suo nome completo, Vittorio Ugone, era dovuto all’ammirazione del padre per V. Hugo. Nel 1849 la reazione borbonica costrinse il padre, già ministro dell’istruzione nel governo Troya, a fuggire a Genova portando con sé il già irrequieto Vittorio. Ricongiuntisi l’anno seguente con il resto della famiglia, si trasferirono a Nizza, dove il padre ricevette nel 1853 la notizia della condanna a morte in contumacia e della confisca dei beni. Nella speranza di migliorare la propria situazione finanziaria esercitando la professione forense, Paolo Emilio nel 1854 portò la famiglia a Torino, dove, tra gli altri esuli, ritrovò F. De Sanctis, che aveva conosciuto alla scuola di B. Puoti e dall’incontro col quale l’I., giovane di ingegno e memoria non comuni, sentì che la sua precoce cultura letteraria riceveva ordine e significato. Ottenne allora dal padre di raggiungere a Zurigo, nel 1858, De Sanctis, di cui seguì i corsi al Politecnico, trascrivendo quelli su Petrarca e sulla letteratura cavalleresca. Torino e Zurigo furono anche le città in cui, tramite il padre e De Sanctis, l’I. stabilì rapporti umani e culturali che ebbero poi significativi anche se diversi sviluppi per la sua vita: con B. Spaventa, per esempio, e A.C. De Meis, D. Marvasi, P. Villari, G. Herwegh e sua moglie Emma.

Scoppiata la guerra del 1859, l’I. tornò in Italia e si arruolò volontario nella divisione “Mezzacapo” che operava nell’Italia centrale. La mancata partecipazione ad azioni belliche frustrò la dimensione eroica che aveva sognato: di qui il disappunto e l’amarezza manifestati nelle lettere alla famiglia e al maestro De Sanctis.

Nel 1860, recatosi a Berlino, seguì i corsi universitari di K.L. Michelet e di A. Trendelenburg, partecipò alle discussioni sul concetto di nazionalità nella filosofia del diritto, stabilì importanti rapporti di collaborazione con Der Gedanke, organo ufficiale della hegeliana Philosophische Gesellschaft di Berlino, e con gli hegeliani liberali. L’approfondimento della dottrina hegeliana fu tra i presupposti teorici dell’evoluzione del suo pensiero dall’originario repubblicanesimo verso una concezione autoritaria dello Stato, mentre il processo di unificazione italiana indirizzò il suo patriottismo verso la monarchia. A Berlino partecipò anche alla vita universitaria, con gli inseparabili M. Sturdza e F. Lassalle, e per difendere il suo esasperato onore di italiano venne ferito in un duello (il quarto in un mese), così che dovette allontanarsi per evitare il processo. Iniziarono in questo periodo anche le croniche difficoltà finanziarie dell’I. e i conseguenti conflitti con la famiglia, dal momento che per molti anni l’unico suo provento stabile fu l’assegno mensile datogli dal padre.

Dopo un soggiorno a Parigi, durante il quale si affiliò alla massoneria nella loggia “La ligne droite”, al ritorno in patria iniziò il suo faticoso processo di partecipazione alla vita accademica, culturale e politica italiana, seguendo la strada comune a molti altri intellettuali del tempo: la collaborazione a giornali e riviste e l’inserimento nella vita universitaria. Ottenuta, nel 1863, la libera docenza in letteratura tedesca presso l’Università di Napoli, pronunciò e pubblicò la prolusione Del valore dell’arte forestiera per gli Italiani (Napoli 1863), cui seguì il polemico saggio Sul Fausto di Goethe (ibid. 1865, dapprima uscito in La Patria, V [1865], nn. 272 ss.). Furono anni inquieti, alla ricerca di un proprio ruolo, perseguita anche attraverso il confronto con uomini della precedente generazione, quali L. Settembrini, con cui fondò la loggia massonica “La Libbia d’oro”, e F. De Sanctis, al cui giornale politico-culturale, L’Italia, avrebbe dovuto collaborare come appendicista. Ma questa collaborazione fu ben poca cosa, anche per la sopravvenuta rottura con il De Sanctis, ritenuto a torto responsabile di un suo insuccesso amoroso, ma dal quale lo divideva ormai un radicale dissenso politico. Nei mesi di febbraio e marzo del 1866 l’I. tenne un corso di estetica all’Università di Napoli, di cui è documento il saggio Le leggi dell’organismo poetico e della poesia popolare italiana (Napoli 1866), problematico tentativo di individuare, hegelianamente, il “concetto” informatore della letteratura italiana e di tracciarne un sistematico quadro di svolgimento. Nel maggio dello stesso anno si arruolò con i garibaldini, finendo prigioniero degli Austriaci a Bezzecca e quindi recluso per venti giorni in Croazia, mentre in Italia si diffondeva la falsa notizia della sua morte. In precedenza, durante il periodo di acquartieramento del suo reggimento a Gallarate, aveva avuto modo di far visita ad A. Manzoni e, sempre a Gallarate, era divenuto amante di Eleonora Bertini, moglie di L. Rosnati. Tornato a Napoli assunse la direzione del giornale conservatore La Patria, che lasciò nel 1867, per volontà paterna.

L’attività giornalistica, sia nel campo letterario sia in quello politico, fu comunque costante per l’I., che dal 1870 collaborò al giornale napoletano La Nuova Patria, fondò nel 1872, con B. Spaventa e F. Fiorentino, il Giornale napoletano di filosofia e lettere, collaborò dal 1872 a Il Calabro e al Corriere di Roma, dal 1876 ai giornali della Destra Il Fanfulla e L’Araldo e a molti altri periodici, come la Nuova Antologia. Anche se durata un solo anno, quella del Giornale napoletano di filosofia e lettere rappresentò forse l’esperienza più significativa in quanto impresa collegiale.

In margine all’esposizione organizzata dalla Società promotrice di belle arti in Napoli, l’I. – amico di pittori quali F. Palizzi, M. Lenzi, A. Martelli – con uno scritto in forma di lettere al pittore e incisore siciliano S. Cucinotta, con il quale aveva già pubblicato nel 1865 i due soli numeri del periodico L’Arte moderna, contribuì in modo significativo alla determinazione della teoria della “macchia”, “un accordo di toni, cioè di ombra e di luce, atto a suscitare nell’animo un qualsivoglia sentimento esaltando la fantasia fino alla produttività” (La Quinta Promotrice 1867-1868, in La Patria, poi in volume nel 1868, e da ultimo in V. Imbriani, Critica d’arte e prose narrative, a cura di N. Coppola, Bari 1937, p. 45).

Ripercorrendo l’intero processo creativo, dalla prima impressione alla realizzazione dell’opera, l’I. raggiunge uno fra i risultati più felici della sua riflessione in campo estetico: riflessione non sistematica, poggiata sulla filosofia di Hegel, F.T. Vischer, A. Tarì, corretta e approfondita nell’esercizio della critica, secondo la lezione del De Sanctis, la cui impronta è contrastata ma non cancellata.

Intanto l’I. aveva dato un primo segno importante della sua attività di narratore in Merope IV. Sogni e fantasie di Quattr’Asterischi (Pomigliano d’Arco 1867) e un’ulteriore prova di quella di critico in Giovanni Berchet ed il romanticismo italiano (in Nuova Antologia, 1868, giugno, pp. 267 ss.; agosto, pp. 705 ss.). Al 1866 (Un mucchietto di gemme, in La Patria, VI [1866], febbraio) va ascritta anche la prima manifestazione del suo interesse per “quella che chiamò demopsicologia, o anche letteratura comparata: poesia popolare, fiabe, libretti a stampa”. Gli anni dal 1866 alla morte furono “fittissimi di scritture e di imprese appassionate e ricche d’ingegno: circa cinquanta lavori a stampa, continuata mobilitazione di collaboratori e collaboratrici, una mole documentaria imponente, e nell’epistolario decine di lettere spesso corpose come saggi” (A.M. Cirese, I. demopsicologo, in Studi su V. I., p. 165).

In questa mole di studi ed edizioni spiccano i Canti popolari delle provincie meridionaliraccolti da A. Casetti e Vittorio Imbriani (I-II, Roma-Torino-Firenze 1871-72), che apparvero come secondo e terzo volume della collana di “Canti e racconti del popolo italiano pubblicati per cura di D. Comparetti ed A. D’Ancona”; La novellaja fiorentina, cioè Fiabe e novelle stenografate in Firenze dal dettato popolare, corredate di qualche noterella da Vittorio Imbriani(Napoli 1871) e La novellaja milanese: esempi e panzane lombarde raccolte nel Milanese da Vittorio Imbriani (Bologna 1872); i XII conti pomiglianesi, con varianti avellinesi… illustrati da Vittorio Imbriani (Napoli 1876).

I dissidi di natura economica con il padre cessarono quando questi, dopo le morti della moglie nel 1867, della figlia Giulia nel 1871 e, nello stesso anno, del figlio Giorgio a Digione, nell’intento di non aggiungere un dissidio economico a quello ideologico che già separava i due figli superstiti Matteo e l’I., decise nel 1872 di dividere fra loro i suoi beni patrimoniali, assegnando all’I. quelli della provincia di Napoli, con la casa di Pomigliano d’Arco, e a Matteo quelli di San Martino Valle Caudina. La base di stabilità economica così trovata diede nuovo impulso all’attività dell’I., sul versante critico come su quello creativo. Gli anni tra il 1874 e il 1878 furono particolarmente fecondi, a partire dagli Esercizi di prosodia (ibid. 1874), che si aggiungono ai giovanili Versi (ibid. 1864) e in cui lo sperimentalismo metrico, volto all’impiego dei versi della tradizione poetica italiana in strofe che riecheggiano le forme classiche, vuol colpire la facile musicalità di certa poesia contemporanea. Al 1875 risale un importante intervento su Giordano Bruno, il Natanar II(pubblicato nel Propugnatore nel 1875-76, e in volume, Bologna 1876), che da stroncatura tardiva dell’edizione di A. Wagner delle Opere di Bruno apparsa nel 1829 si allarga a discorso generale su pregi e difetti comparati delle filologie tedesca e italiana e a valutazioni di merito sulla biografia, la lingua e la cultura di Bruno. Si affianca a questo l’intervento su Il gran Basile: studio critico e bibliografico (ibid. 1875), pionieristica incursione nell’ambito della letteratura secentesca. Nel 1877 l’I. raccolse in volume le quattro stroncature già pubblicate tra il 1864-65 e il 1872 su A. Aleardi, J.W. Goethe, S. Maffei, G. Zanella (Fame usurpate: quattro studii, Napoli 1877), mentre l’anno successivo uscirono gli importanti Appunti critici (ibid1878).

Un nuovo interesse, destinato ad accompagnarlo per alcuni anni, si era intanto affacciato sul suo orizzonte critico, quello per Dante, affrontato dall’angolazione particolare della ricostruzione biografica, “non lasciando in piedi nulla della tradizione e confutando tutte le frottole degli scrittori, che ce le hanno volute spacciare come vita di lui” (lettera a S. Spaventa, gennaio-febbraio 1878, in Gli hegeliani di Napoli…, p. 160).

I rapporti del poeta con la moglie e con i figli, la relazione con Brunetto Latini, i nodi amorosi sottesi alle rime “petrose” (che proprio dall’I. ricevono tale epiteto), la vera data della sua nascita sono alcuni dei temi trattati, non senza il corredo delle usuali, violente polemiche (con Carducci e Del Lungo, per esempio), e in vista, però, di un obiettivo scientifico che la critica dantesca realizzò soltanto nel XX secolo, la pubblicazione, cioè, di un Codice diplomatico dantesco. I meriti dell’I. dantista furono ben riconosciuti da T. Casini, nella recensione al volume postumo, curato da F. Tocco, degli Studi danteschi (Firenze 1891), con un giudizio che può ben valere per tutta la sua produzione critica: “In mezzo a divagazioni stranissime fa capolino un documento nuovo o rettificato: tra le asprezze di una polemica astiosa occorrono ad ogni passo giudiziose osservazioni, acute esegesi, raffronti felici; nella farraginosa abbondanza delle citazioni, ogni tanto esce fuori rinfrescata una testimonianza non prima avvertita” (T. Casini, Gli studi danteschi di V. I., in Nuova Antologia, 1° febbr. 1891, p. 580).

Avevano intanto visto la luce alcuni dei testi capitali dell’I. narratore, dal Mastr’Impicca. Fiaba (ibid., febbraio 1874, pp. 897 ss.; poi, in versione definitiva, in Il Calabro, 1876-77) a Le tre maruzze (1875, con fittizia, oscena indicazione del luogo di stampa), da L’impietratrice(Nuova Illustrazione universale, 2 maggio – 5 sett. 1875) ai Ghiribizzi (Bologna 1876), da La novella del vivicomburio (1877, anche qui con oscena indicazione del luogo di stampa) alla prima versione di Dio ne scampi dagli Orsenigo (1876; poi, in versione definitiva, Roma 1883). Nel 1877, anno della scomparsa del padre e dei progetti di matrimonio, fu bandito, in seguito alla morte di L. Settembrini, il concorso per la cattedra di letteratura italiana all’Università di Napoli. L’I., che sulla materia teneva un corso pareggiato presso la stessa Università, presentò domanda il 10 genn. 1878. Respinto un ricorso dell’I. contro la presenza nella commissione giudicatrice di personaggi quali A. Aleardi e G. Zanella, le cui opere letterarie egli aveva pubblicamente attaccato, e sostituito Aleardi, nel frattempo deceduto, con G.B. Giorgini, la commissione, formata da A. D’Ancona, G. Carducci, M. Tabarrini e G. Zanella, proclamò vincitore B. Zumbini. Tra le conseguenze dell’esito del concorso vi fu la rottura dei rapporti con D’Ancona. Intanto, nel 1878, l’I. aveva sposato una delle figlie di Eleonora Bertini, Luigia Rosnati, inconsapevole del precedente legame di Vittorio con la madre. Dal matrimonio nacque nel 1880 il figlio Paolo Emilio, morto l’anno seguente, poco dopo la nascita della secondogenita Carlotta. Nel 1879 l’I., che dal 1872 si era stabilito a Pomigliano d’Arco, città di cui era stato anche sindaco per pochi mesi dimettendosi quando la Sinistra era salita al potere, fu eletto consigliere provinciale in quella stessa circoscrizione, non senza contrasti e strascichi giudiziari. L’Inno al canape di un monarchico (Roma 1881) rese clamorosamente evidente, anche in odio alla Sinistra da poco al potere, la sua posizione in favore della pena di morte, tema su cui l’I. era già intervenuto teoricamente (Per la pena capitale, Napoli 1865, e Pena capitale e duello, in Rivista bolognese di scienze e lettere, I [1869]) e nella trilogia narrativa composta da Le tre maruzzeMastr’ImpiccaLa novella del vivicomburio.

Il 1° genn. 1882 uscì il primo numero del settimanale Giornale napoletano della domenica, diretto da F. Fiorentino e cui l’I. collaborò assiduamente con recensioni, polemiche e pubblicazioni di testi. Tra il 1881 e il 1885 l’editore V. Morano diede alle stampe i quattro volumi della Nuova Crestomazia italiana per le scuole secondarie, curata dall’I. con C.M. Tallarigo, ispirata a insolita larghezza di scelte e conformata al consueto rigore pedagogico nell’annotazione, ricca di rimandi e confronti più che di delucidazioni esplicative. Le condizioni di salute non permisero, in realtà, all’I. di portare la sua collaborazione all’opera oltre il secondo volume. Gravemente malato di tabe dorsale, afflitto prima da violente nevralgie e poi pressoché paralizzato, non poté nemmeno, nel 1884, ricoprire la cattedra di estetica dell’Ateneo napoletano. Tuttavia, la malattia non gli impedì di pubblicare il volume Alessandro Poerio a Venezia. Lettere e documenti del 1848 (Napoli 1884), testimonianza in limine di una pietas familiare sopravvissuta a contrasti e dissidi. Continuò, inoltre, a collaborare assiduamente al Giornale degli eruditi e dei curiosi di Padova, portò a termine l’edizione, in soli 250 esemplari, della Posilicheata di P. Sarnelli (ibid. 1885), lavorò al secondo volume degli Opera Latine conscripta di Giordano Bruno, poi completato (ibid. 1886) da C.M. Tallarigo, e avviò l’edizione, data alle stampe da G. Tria, de Il Candelaio di Bruno, con il corredo di una imitazione secentesca francese dell’opera, dall’I. lungamente ricercata sul mercato antiquario (Il Candelaio – Boniface et le pédant, comédie en prose imitée de l’italien de Bruno Nolano, ibid. 1886).

Il 1° genn. 1886 l’I. morì a Napoli, fra le braccia della moglie e assistito dal fratello Matteo, con cui si era riconciliato.

 

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