STENDHAL. – Sotto questo pseudonimo, non si sa bene per quale ragione adottato, è universalmente noto lo scrittore francese Henri Beyle, nato a Grenoble il 23 gennaio 1783, morto a Parigi il 23 marzo 1842. Così la sua famiglia paterna come la materna appartenevano alla miglior borghesia: suo padre, Chérubin, era avvocato, e figlio e nipote a sua volta di procuratori del Parlamento di Grenoble; il suo nonno materno, Henri Gagnon, già professore alla Scuola di medicina, occupava come medico dei più stimati una posizione eminente nella piccola capitale del Delfinato.

Questo ambiente familiare, che ebbe grandissima efficacia sulla formazione morale e intellettuale del precoce fanciullo, è noto ai lettori di Stendhal dalla Vie d’Henri Brulard, autobiografia ch’egli scrisse nel 1835-1836, per sé e non già per il pubblico, vivacissima, incisiva, sincera sino alla brutalità, ma nessuno può dire quanto obiettivamente fedele nel ritratto morale delle persone. L’ideologo che Stendhal volle esser sempre ci presenta queste come i “fattori”, positivi o negativi, del suo carattere: interessantissime perciò, bellissime, le reazioni che il piccolo Henri Beyle, riottoso, pugnace, o pronto alla confidenza e all’esaltazione, oppone alla grettezza pedante del babbo, all’ottusa disciplina del prete Raillanne suo precettore, all’agra pedagogia della bisbetica e bacchettona zia Séraphie venuta in casa a sostituire la cara mamma morta nel fiore degli anni, a quella orazianamente indulgente e settecentescamente enciclopedica del buon nonno Gagnon, alle teorie e agli esempî del mondano e galante zio materno Romain, alla magnanima e raffinata fierezza della prozia Elisabeth. Non meno interessanti i giudizî sulle sue letture (consentite o clandestine), sugli avvenimenti della rivoluzione ch’egli salutò con entusiasmo anche perché la sua famiglia di principî conservatori la temé sempre più e condannò, sui compagni e i professori di quella École centrale (creazione del Direttorio), ch’egli frequentò dal 1796 al 1799 e che rafforzò in lui la mentalità già tendenzialmente enciclopedistica.

Vincitore del primo premio nel corso superiore di matematica, lasciò Grenoble per presentarsi al concorso dell’École Polytechnique di Parigi, ma qui rinunziò ben presto al suo progetto e s’impiegò al Ministero della guerra nell’ufficio del suo parente Pierre Daru (v.), uno dei più laboriosi e fattivi funzionarî del Bonaparte. Grazie a questo impiego, poté seguire in Italia, per il Gran San Bernardo, l’esercito del primo console. Fu un momento decisivo nella sua vita: il primo contatto con l’Italia, in quel clima epico, suscitò in lui un’ebbrezza lucida e ardente, come di primo amore, che illumina e accende le ultime pagine delle Vie d’Henri Brulard e balena in altre d’altri suoi libri. Il paesaggio italiano, la musica italiana, l’architettura italiana, la bellezza delle donne italiane lo conquistarono per sempre, e in Italia egli incominciò fin d’allora a studiare ammirando – giovane ideologo iniziato dalla lettura di Condillac e via via maturatosi in quella di Helvétius, di Cabanis e di Tracy – i più vigorosi campioni della “pianta uomo”. Da impiegato divenuto sottotenente nei dragoni e aiutante di campo del generale Michaud, portò in giro la sua bella uniforme nelle piccole città della Lombardia e del Piemonte dov’era via via trasferito, ma soprattutto lesse, studiò, frequentò i teatri di musica e di prosa, prese appunti su quel che vedeva e leggeva e sul suo proprio carattere, in diarî che continuò quasi ininterrottamente per molti anni e che in massima parte ci restano. Tornato in Francia, e quivi rinunziato il grado militare, nel 1802, gli crebbe ancora la passione per il teatro e coltivò intensamente l’ambizione di diventare autore drammatico. Una relazione amorosa con un’attrice, Mélanie Guilbert, e un disgraziato tentativo commerciale a Marsiglia occuparono la sua vita dal 1804 al 1806. In quest’anno, grazie alla protezione dei Daru, poté rientrare nell’amministrazione napoleonica, e seguì l’imperatore in Germania: il 27 ottobre entrò con lui a Berlino e subito dopo fu nominato aggiunto presso i commissarî di guerra. In questa qualità, al formarsi della quinta coalizione contro la Francia, accompagnò in Austria l’esercito imperiale e rimase a lungo a Vienna, dove con ingenua pedanteria applicò tutta la sua scienza ideologica a stringer d’assedio amoroso quella contessa Daru, moglie del suo protettore e superiore, ch’egli poi con tanta tenerezza ricorderà, morta, nelle pagine del Brulard. Tornato a Parigi nel 1810, vi fu nominato uditore al Consiglio di stato e poi ispettore della contabilità dei mobili e fabbricati della corona. È il momento più brillante della sua vita: il duplice possesso d’un elegante carrozzino e d’un’attrice alla moda segna l’apogeo della sua mondanità parigina. Ma il periodo di congedo ch’egli ottenne nel 1811 preferì goderlo in Italia: si rituffò, dopo dieci anni d’assenza, in quell’atmosfera per lui così elettrizzante, rivide la sua cara Milano, dove amò appassionatamente la bella e facile Angela Pietragrua Borroni, vide per la prima volta Firenze, Roma e Napoli. Nel 1812 fu in Russia e assistette alla presa di Smolensk e alla battaglia della Moscova, vide l’incendio di Mosca, prese parte alla tragica ritirata sulla Beresina. L’anno seguente ebbe lo spettacolo della vittoria napoleonica sui Russo-Prussiani a Bautzen. Ancora un congedo, ancora un dolce autunno in Italia: Milano, Venezia, i laghi lombardi, Angela Pietragrua. Al ritorno in Francia fu inviato a Grenoble per organizzare nel Delfinato, sotto la direzione del senatore de Saint-Vallier, la resistenza all’invasione straniera, e si dimostrò un pronto ed energico funzionario. Collocato a riposo dai Borboni con una pensione assai magra, si ritirò a Milano, dove visse quei sette anni (settembre 1814-giugno 1821) ch’egli definì più tardi “la fleur de ma vie”: vita esteriormente modesta, ma cullata da un’intima musica epicurea e romantica a un tempo: turismo, teatro, godimento e studio dell’arte italiana, esercizio della critica artistica e letteraria, conversazione politica dosata con prudenza, ma soprattutto segreta ebbrezza d’amore. Agli amori con la Pietragrua, finiti miseramente per le prosaiche infedeltà della scaltra milanese, succede l’amore ardentissimo per Matilde Viscontini (1790-1825), milanese anch’essa, moglie infelice del generale polacco Giovanni Dembowski e fedele amica di Ugo Foscolo esule. Questo per la Dembowski fu il più grande amore dello S. Tutta presa dal suo idealismo liberale e patriottico, dotata d’un senso squisito e quasi ombroso dell’onore, Metilde (così S. amava chiamarla) tenne sempre più lontano da sé l’importuno innamorato, temerario e timido a un tempo; e questa resistenza che non lasciava adito a speranze fu la causa principale, come tutto lascia credere, della partenza di lui dall’Italia e da Milano.

Durante il soggiorno milanese, S. incominciò la sua carriera letteraria. Il suo primo libro, pubblicato a Parigi nel 1814 con l’eroicomico pseudonimo di Louis-Alexandre-César Bombet, fu rimesso in commercio nel 1817 senza nome d’autore e col titolo definitivo di Vies de Haydn, de Mozart et de Métastase: esso è per quattro quinti almeno opera di disinvolta compilazione e perfino di plagio, per la prima parte dalle Haydine di Giuseppe Carpani, per la seconda da uno studio di C. Winkler e per la terza dal Baretti e dal Sismondi, autori tutti che nel libro non sono mai nominati; ma lo stile dello S. vi si rivela qua e là in notazioni originali. Il plagio delle Haydine diede poi luogo a una polemica tanto invelenita da parte del plagiato quanto buffonesca da quella del plagiario. Più abilmente dissimulati sono i molti plagi da autori italiani antichi e moderni, soprattutto dalla Storia pittorica di L. Lanzi, nella Histoire de la peinture en Italie (Parigi 1817): ivi il nome dell’autore è celato sotto le iniziali M. B. A. A. (Monsiuer Beyle ancien auditeur): originale, o almeno schietta nel suo fervore, è in questo libro l’ammirazione per l’energico sentire dei pittori italiani, e calda e vivace la polemica romantica contro la dottrina classicista del bello ideale che esclude le infinite forme della bellezza universa. Il nome Stendhal appare la prima volta (M. de Stendhal officier de cavalerie) nel frontespizio di Rome, Naples et Florence (Parigi 1817; nuova edizione accresciuta e rimaneggiata, ivi 1826), e veramente in questo libro vi è già Stendhal con le sue migliori qualità di fresco e intelligente entusiasmo, di grazia impertinente, di personalissimo stile: i plagi, o le citazioni mascherate, che anche qui si ritrovano, qui non scemano punto l’incomparabile schiettezza. Giova ricordare che in quegli anni milanesi S. s’interessò molto alle polemiche classico-romantiche, che lesse attentamente il Conciliatore e ne conobbe i redattori e che in quelle polemiche pensò un momento d’intervenire con scritti di cui rimangono frammenti e abbozzi in lingua italiana.

La sua vita nei primi anni dopo il ritorno in Francia egli l’ha in parte descritta in un’opericciola (postuma) stesa nel 1832, Souvenirs d’egotisme, come il Brulard non destinata al pubblico o da pubblicare con molte cautele dieci anni dopo la sua morte: assiduità in alcuni salotti letterarî o politici, buone amicizie (il barone de Mareste, l’esule napoletano Domenico Fiore, l’inglese Sutton Sharpe, la Giuditta Pasta, P. Mérimée, V. Jacquemont), un viaggio in Inghilterra, e, in segreto, il cocente ricordo di Metilde.

Pieno di questo ricordo e dell’esperienza milanese, anzi pensato e scritto in parte a Milano, è il libro De l’amour (Parigi 1822), ch’egli dà come un trattatello ideologico, ma che in realtà è tutto intessuto di lirismo sotto le formule e gli schemi ideologici, di lirismo non già impetuoso ed eloquente al modo di Musset, ma dissimulato, contenuto e tuttavia accarezzato con voluttà nei particolari autobiografici più intensi e significativi. Anche pieni dell’esperienza milanese, ma di quella letteraria, sono i due opuscoli omonimi Racine et Shakspeare, rispettivamente del 1823 e del 1825, coi quali S. portò e propagò in Francia a difesa del romanticismo parecchie idee del Conciliatore e del Manzoni. I due opuscoli fecero chiasso e resero noto l’enigmatico pseudonimo di Stendhal che da allora B. adottò definitivamente. Intorno ad essi si raccoglie la maggior parte dei molti articoli letterarî, di solito anonimi, che S. pubblicò in quegli anni su periodici francesi e inglesi. Tutto il suo amore della musica italiana è nella Vie de Rossini (1824).

Il biennio 1824-26 (dopo un breve viaggio di piacere in Italia, con più lunga dimora a Roma) è occupato essenzialmente dal suo amore con la contessa Clémentine Curial, nata Beugnot. Al dolore della rottura cercò conforto in un nuovo viaggio in Italia; tentò anche un soggiorno a Milano, ma la polizia austriaca, che ormai aveva riconosciuto in lui l’autore di libri poco ortodossi ed era al corrente delle sue relazioni coi liberali e carbonari del 1821, lo invitò a sloggiare rapidamente (gennaio 1828).

Frutto del nuovo viaggio in Italia sono le Promenades dans Rome (Parigi 1829), che presentano in nuove e bellissime notazioni le qualità di Rome, Naples et Florence, e vi si sente accresciuto il fascino che ha per lui il carattere italiano, quella ch’egli chiama l’energia, cioè la passionalità di anime che l’attrito sociale non è riuscito a domare e livellare come nei paesi monarchicamente accentrati. Ma già nel 1827 egli aveva pubblicato a Parigi il suo primo romanzo, Armance ou quelques scènes d’un salon de Paris en 1827: è un conflitto di anime, la cui prima origine è in un segreto difetto fisiologico del protagonista: per quanto la vicenda resti oscura al lettore non sufficientemente informato, vi è in questo libro una forza drammatica quasi crudele e una potenza d’analisi che non possono non far pensare al teatro francese del sec. XVII. Del 1830 è il romanzo Le Rouge et le Noir, la cui trama fu offerta allo St. dalla recente avventura d’un giovane seminarista omicida e morto sul patibolo. Ma con gli elementi della cronaca trasfigurati alla luce d’una forte e delicata introspezione S. ha creato l’avvincente figura di Julien Sorel, che sotto la veste clericale cova in segreto un suo sogno di grandezza napoleonica e da un oscuro istinto è condotto d’avventura in avventura fino al tentato assassinio dell’antica amante e alla morte liberatrice. Accanto a quella di Julien si muovono due figure di donne: Mathilde de La Mole, un po’ enigmatica e cerebrale nel suo culto stendhaliano dell’energia, e la indimenticabile Madame de Renal, la più stupenda creazione stendhaliana, tutta abnegazione nel suo appassionato amore per Julien e nella sua tenerezza materna. Sfondo al dramma è la Francia della Restaurazione, ritratta con un misto di acuto realismo e di fantasia trasfiguratrice. Resta ancora misterioso il titolo del romanzo: allusione al contrasto tra napoleonismo e clericalismo? o al giuoco della roulette? o al sangue che imporpora la veste nera del chierico?

Dal governo di Luigi Filippo, S. fu nominato console di Francia a Trieste (autunno 1830). Fu allora ch’egli chiese in matrimonio una signorina senese, Giulia Rinieri de’ Rocchi, ch’egli aveva conosciuta presso il ministro di Toscana a Parigi. Il matrimonio non si concluse e la signorina andò sposa tre anni dopo a Giulio Martini, futuro ministro di Leopoldo II e zio paterno di Ferd. Martini, ma il carteggio galante tra lei e lo St. continuò ancora dopo il 1830 e l’amicizia non venne mai meno. A Trieste S. rimase pochi mesi, essendogli stato negato l’exequatur da Metternich, e dové contentarsi del più modesto consolato di Civitavecchia. La monotonia della residenza nel piccolo porto pontificio gli fu alleviata da una missione politica ad Ancona durante l’occupazione francese (1832), da lunghi congedi a Parigi, da viaggi qua e là per l’Italia centrale e meridionale e segnatamente in Toscana, dove aveva buone amicizie, da esplorazioni archeologiche nelle necropoli etrusche e da frequenti soggiorni a Roma, dove s’era più cordialmente legato con la famiglia del conte Filippo Cini e coi giovani principi Caetani. Ma la più grande gioia gli venne in questo tempo dal suo diuturno e intenso lavoro d’autobiografo e di romanziere, che gli permetteva di rivivere la vita passata e d’idealizzarla nella creazione artistica. A Parigi, durante un congedo, fu preso per istrada da un colpo apoplettico di cui morì il giorno di poi. Fu sepolto nel cimitero di Montmartre. Egli stesso aveva composto, in italiano, la sua epigrafe sepolcrale, che nella più nota redazione suona così: Arrigo Beyle milanese visse, scrisse, amò Quest’anima adorava Cimarosa, Mozart e Shakespeare.

Negli anni del suo consolato S. non pubblicò che tre opere, ma molte ne scrisse senza terminarle, altre ne abbozzò e progettò. NeiMémoires d’un touriste (Parigi 1838) è la stessa acutezza d’osservazione e la stessa personalità di scrittura che in Rome, Naples et Florence e nelle Promenades dans Rome, ma applicate alla descrizione d’un viaggio qua e là per la Francia. La Chartreuse de Parme (Parigi 1839), romanzo che prende vagamente le mosse da una cronaca italiana sull’avventurosa giovinezza di Alessandro Farnese (il futuro Paolo III), si allontana invece di molto dai modi e dallo spirito del Rouge et Noir: anche qui un giovane eroe entusiasta di Napoleone e destinato alla vita clericale, Fabrizio Del Dongo, che due donne innamorate si contendono, la scintillante, scaltra, energica duchessa di Sanseverina e la patetica e tassesca Clelia Conti; ma Fabrizio, ch’è un affascinante insieme di bravura cavalleresca, di libertinaggio feudale e di religiosità ereditaria, e che poi non vive più se non del suo esaltato amore per Clelia, ha una grazia ingenua che manca a Julien; e tutta la complessa avventura si svolge in un ambiente che vorrebbe esser quello dell’Italia dopo il congresso di Vienna, ma che ha in realtà un colore incantevole di fiaba ariostesca. L’Abbesse de Castro (Parigi 1839) è una lunga novella anch’essa d’argomento italiano, ricca d’accenti bellissimi di pura passione, e si ricollega a tutta una serie di racconti, tratti quasi tutti da cronache italiane del Cinque e Seicento e pubblicati dallo S. in riviste o ritrovati più tardi tra i suoi manoscritti: Vittoria Accoranboni, Les Cenci, La Duchesse de Palliano, San Francesco a Ripa, ecc.; vi predomina l’ammirazione per la passionalità del carattere italiano. A mezza strada tra Le Rouge et le Noir e La Chartreuse de Parme, sia per la cronologia sia per il tono, e non punto inferiore ad essi, è il romanzo generalmente noto col titolo Lucien Leuwen (benché S. gliene abbia dati anche altri), incompiuto e postumo: il protagonista, il delizioso Lucien, è meno ingenuo di Fabrizio, ma più generoso e cavalleresco di Julien: ancora una volta, una contrapposizione di figure femminili, Madame de Chasteller, fiera e ombrosa come Matilde Dembowski che ne è evidentemente il modello, e pur tenera e innamorata come S. avrebbe voluto fosse Metilde, e l’ambiziosa e orgogliosa Madame Grandet: realismo e fantasia come nel Rouge quanto alla descrizione dell’ambiente, che questa volta è la Francia dei primi anni di Luigi Filippo. Non si può qui che accennare a un ultimo romanzo incompiuto, Lamiel, e a un’incompiuta Vie de Napoléon. Per gli scritti autobiografici basti quel che s’è già detto dei Souvenirs d’égotisme e della Vie d’Henri Brulard, aggiungendo però che nel lucido e ardente S. non c’è quasi distacco tra l’autobiografo e il romanziere: il primo prepara il secondo, e viceversa.

Ignorato o misconosciuto dai contemporanei (tranne Goethe e Balzac e un po’ più tardi Gobineau, Baudelaire e, in parte, Sainte-Beuve), S. vide giusto quando profetizzò a sé stesso una gloria postuma, nel tardo Ottocento. Ammirato verso la fine del secondo impero e negli anni successivi (grazie specialmente a Taine) per quel che in lui si riconosceva di antiromantico, o almeno di contrario al romanticismo del 1830, lo fu ancor più nell’ultimo ventennio del secolo XIX, quando (si pensi soprattutto al primo Barrès) dalle sue opere a stampa e dalle inedite che si andarono febbrilmente ricercando si volle trarre un metodo di vita, il cosiddetto “beylismo” cioè un raffinato egotismo, fatto d’intenso sentire e godere e d’intensa analisi introspettiva che approfondisse e potenziasse il sentire e il godere. Oggi l’ammirazione per S. non è punto scemata, anzi, a giudicare dalla molta letteratura critica e dalle edizioni sempre più frequenti delle sue opere, essa è ancora cresciuta; ma si ammira S. come un classico, come uno dei più ardenti, intelligenti, umani classici francesi, forse come il più francese.

Opere: Opere complete: edizione Lévy, Parigi 1853-1877, in 22 volumi (insufficiente sia per la scarsa correttezza del testo sia per la mancanza di molti scritti postumi); edizione critica Champion, in corso di pubblicazione sotto la direzione di P. Arbelet, Parigi, 33 volumi a partire dal 1913; edizione del Divan, in corso di pubblicazione a cura di H. Martineau, Parigi, 68 volumi a partire dal 1927. Per i romanzi sono particolarmente raccomandabili le seguenti edizioni: Le Rouge et le Noir, a cura di H. Martineau, Parigi 1925; id., a cura di P. Jourda, Parigi 1929; Le rouge et le blanc (Lucien Leuwen), a cura di H. Rambaud, ivi 1929; La Chartreuse de Parme, a cura di P. Martino, ivi 1928; id., a cura di P. Jourda, ivi 1933; Romans, a cura di H. Martineau, ivi 1932-34, in 3 volumi (collezione della Pléiade). Della Chartreuse è stato riprodotto in fac-simile l’esemplare Chaper postillato da Stendhal, con trascrizione delle postille a cura di H. Debraye e ampia prefazione di P. Arbelet, Parigi 1921. Per il carteggio, che occupa dieci volumi nella citata edizione del Divan, è ancora utile l’indice dei nomi nella vecchia e scorretta edizione a cura di A. Paupe e P.A. Chéramy: Correspondance de Stendhal, Parigi 1908, in 3 volumi. Per i molti scritti e frammenti inediti venuti a luce via via, v. le indicazioni bibliografiche qui sotto. Preziosa anche per la ricchezza e accuratezza delle note la raccolta procurata da P. Arbelet degli estratti del Journal riguardanti l’Italia: Journal d’Italie, Parigi 1911.

Alcune traduzioni italiane dalle opere di S.: Roma (le Promenades dans Rome), Roma-Torino 1906; Passeggiate romane, trad. di G Gallavresi, Milano 1921, Ricordi di egotismo, trad. di G. Gallavresi, ivi 1921; La Certosa di Parma, versione e notizia introduttiva di M. Ortiz, Firenze 1922; Il Rosso e il Bianco (Luciano Leuwen) trad. di C. Pavolini, Milano 1930; La Certosa di Parma, trad. di F. Martini, con una nota di G. A. Borgese, Verona 1930; Mina di Wangel e altre novelle, a cura di M. Zini, Torino 1933.

Bibl.: A. Paupe, Histoire des øuvres de S., Parigi 1904; H. Cordier, Bibliographie stendhalienne, ivi 1914; P. Jourda, État présent des études stendhaliennes, ivi 1930; L. Royer, Bibliographie stendhalienne, ivi, in corso di pubblicazione dal 1930. Il movimento bibliografico stendhaliano è attentamente seguito in Francia dalla rivista Le Divan, che si pubblica a Parigi sotto la direzione di H. Martineau.

A. Bussière, Henri Beyle (M. de S.), in Revue des deux mondes, 1843; A. de Gobineau, Øuvre de M. de S. (M. Beyle), in Commerce, 14 gennaio 1845 (ripubbl. da Ch. Simon, S. par Gobineau, Parigi 1926); (P. Mérimée), H. B. par un des Quarante, ivi 1864; Ch.-A. de Sainte-Beuve, Causeries du lundi, IX (lo studio su S. è del 1854) e Nouveaux lundis, III (su E. Delécluze, 1862); E. Caro, Études morales sur le temps présent, Parigi 1855; H. Taine, Essais de critique et d’histoire, ivi 1866; A. Collignon, L’art et la vie de S., ivi 1868 e nella rivista La morale indépendante, giugno-luglio 1869; P. Bourget, Essais de psychologie contemporaine, Parigi 1885; E. Faguet, Politiques et moralistes du dix-neuvième siècle, III, ivi 1903 (lo studio su S. è del 1892); . Chuquet, S.-Beyle, ivi 1902; C. Stryjenski, Soirées du S.-Club, ivi 1904; C. Stryienski e P. Arbelet, Soirées du S.-Club, ivi 1908; P. Martino, S., ivi 1914 (nuova edizione aggiornata, 1934); P. Arbelet, La jeunesse de S., ivi 1919; id., Les amours romantiques de S. et de Victorine, ivi 1924; id., S. et le petit ange, ivi 1926; id., S. épicier ou les infortunes de Mélanie, ivi 1926; id., S. au pays des comédiennes, Grenoble 1934; id.,Trois solitaires (Courier, S., Mérimée), Parigi 1934; A. Schurig, Friedrich von S.-Henri Beyle, Lipsia 1921 (nuova edizione, 1924); Fr. von Oppeln-Bronikowski,Beyle-Stendhal’s Lebens-Roman, Berlino 1922; W. Weigand, S., in Stendhals Gesamm. Werke, trad. da Fr. Blei e Weigand, Monaco di Baviera 1923; A. Bonnard, La vie amoureuse d’H.B., Parigi 1926; P. Hazard, Vie de S., ivi 1927; R. Kayser,S. oder das Leben eines Egotisten, Berlino 1928; A. Thibaudet, S., ivi 1931; J. Marsan, S., ivi 1932; S. raconté par ceux qui l’ont vu, documenti raccolti da P. Jourda, prefaz. di P. Hazard, ivi 1931; M. Brussaly, The political ideas of S., New York 1933; P. Jourda, S., l’homme et l’øuvre, Parigi 1934; Alain, S., ivi 1935. Da consultare su questioni particolari i quaderni stendhaliani che si pubblicano a Parigi a cura di E. Champion (éditions du Stendhal-Club). D. Gunnel, S. et l’Angleterre, ivi 1909; Ch. Simon, Le sillage de S. en Allemagne, ivi 1926; A. D’Ancona, Memorie e documenti di storia italiana dei secoli XVIII e XIX, Firenze 1914; Ricordi storici del Risorgimento ital., ivi 1914; F. Novati, S. e l’anima italiana, Milano 1915; B. Croce, L’amico napoletano dello S., “Monsieur di Fiore“, inUna famiglia di patrioti ecc., Bari 1919; id., S., in Poesia e non poesia, ivi 1923; P. P. Trompeo, Nell’Italia romantica sulle orme di S., Roma 1924; L.F. Benedetto, Indiscrétions sur Giulia, Parigi 1934; G. Natoli, S., Firenze 1936; C. Cordié, Sull’arte dellaChartreuse de Parme“, Firenze 1936.

Titoli in catalogo:

La badessa di castro (2003)